I “SEGRETI” DEL RE. Il principio di sovranità: dai valori semantici all’espressione originale della realtà percepita. Parte 6. Le insegne del potere: lo scettro (2).

Tiziana Pompili

Dopo i temi sviluppati nella parte precedente, proseguiamo la ricerca sul significato dello scettro cercando di comprendere più a fondo come ebbe origine il valore che viene ad esso attribuito ancora oggi.

Se teniamo conto che nella sua forma più elementare lo scettro è semplicemente un bastone, possiamo notare che questo, una volta impugnato, diventa l’estensione del braccio umano e ne rafforza certe funzioni. L’iniziale efficacia per il prolungamento del braccio e della mano potrebbe col tempo aver ampliato il suo valore includendo anche la volontà divenendone il simbolo. Non a caso, nelle “semplici società di natura”, il bastone, altro possibile antenato dello scettro oltre al regolo (vedi parte 1 e parte 5), è uno strumento tipico sia del capo tribù, il carismatico rappresentante di un consiglio di anziani e saggi, sia dello sciamano, maestro spirituale di saggezza e conoscenza.

Lo Sciamanesimo è un vero e proprio fenomeno sociale che risalirebbe almeno al paleolitico. Si riscontra fra popolazioni indigene della Siberia e dell’Asia centrale ma è diffuso (o lo è stato) praticamente in ogni altro continente: Europa, America, Africa, Australia.

Primigenio concetto di religiosità, misticismo e spiritualità, lo Sciamanesimo è la prima forma di rapporto col divino che l’uomo ha concepito. È bene precisare tuttavia, che il divino di cui parliamo non era inteso come qualcosa di esterno all’uomo ma, al contrario, presente in ogni cosa che esiste nella realtà oggettiva dove tutto veniva percepito unito da legami invisibili. Nella società civilizzata, il concetto di una connessione imprescindibile, in grado di unificare ogni cosa, inizia a diffondersi solo dopo le scoperte della fisica quantistica. Ma le tradizioni sorprendentemente molto simili, sebbene con piccole varianti locali, ricostruite dall’archeologia o rivelate con gli studi antropologici delle semplici società di natura che ancora oggi sopravvivono, farebbero pensare che il fenomeno dello Sciamanesimo abbia origine dalla stessa natura dell’uomo. Ciò, a mio avviso, costituisce una prova evidente: l’uomo, nel suo processo di evoluzione tecnologica e sociale, sbilanciandosi verso una visione pressoché totalmente razionale delle cose, ha generato dei limiti alla sua esperienza sensibile in questa dimensione, dimenticando che anche quanto è celato ai propri sensi ha realtà effettiva e finendo per confinare nell’oblio il suo legame con il Tutto.

Lo Sciamanesimo è un complesso di conoscenze e rituali magico-religiosi ed è incentrato sulla figura dello sciamano, un individuo dotato di speciali facoltà (che potremmo riassumere con l’espressione “talento sciamanico”) quasi sempre ereditate geneticamente per via matrilineare. A volte il soggetto sviluppa la sua attitudine sciamanica con l’iniziazione alle pratiche oppure viene prescelto ricevendo la chiamata con segnali di vario tipo, a volte durante stati alterati di coscienza (estraniazione totale della mente dalla realtà circostante). Di fatto, lo sciamano è un leader spirituale, mago e medico al tempo stesso, che per mezzo di intuizioni, viaggi spirituali, trance, estasi, visioni e sogni (talora provocati con sostanze eccitanti), sa come guarire le malattie, predire gli eventi, comunicare con le potenze superiori o con gli spiriti degli antenati, Lo Sciamano è infatti una sorta di “ponte” tra il mondo materiale e quello trascendente.  

Pur esprimendomi principalmente al maschile, ritengo doveroso precisare che in origine il “talento sciamanico” si manifestava nei soggetti femminili. Il fenomeno dello Sciamanesimo nacque infatti nelle società matrifocali guidate dalle donne, anziane soprattutto. Queste, non avevano privilegi particolari, il loro potere era tutt’altro che materiale. Erano specialmente rispettate per la loro capacità di perpetuare e rinnovare la Vita come specchi della Grande Madre che garantisce rinascita e sostentamento ad ogni forma vivente.

Sciamano buriato (minoranza etnica della Siberia) fotografia del 1904, pubblico dominio tramite Wikipedia

La parola sciamano, così come la conosciamo, entra in occidente alla fine del 1600 con l’inglese shaman, che deriva dal termine evenki (sottogruppo delle lingue tunguse) šamān → separato; solitario; eremita, (a volta opinabilmente collegato al sanscrito śrāmaṇa → cercatore; asceta). Secondo l’etnografo orientalista ungherese Vilmos Diószegi, a monte di sciamano ci sarebbe la radice tungusa ša→ conoscere. Risalendo ancora,vengono ipotizzate due probabili radici indoeuropee: 

  • sap → legarsi [ś] a ciò che è puro/sacro [p]; da cui discende anche il latino sàpere che ha un doppio valore → 1. avere sapore (percepire col gusto) → 2. avere senno (essere saggio);
  • śak → legarsi [ś] al moto curvilineo dell’universo [ak] da cui → essere potente, essere forte, essere capace.

Inoltre, non escluderei un legame con un terzo etimo del tutto ignorato dalle fonti che ho consultato:

  • śam → somiglia [ś] ad un malessere [am] di conseguenza → affaticarsi; stancarsi; esaurirsi.

Riassumendo le indicazioni della semantica, lo Sciamano potrebbe essere definito colui che forte, capace e dotato di senno, attraverso uno stato simile al malessere, si lega alla dimensione extratemporale valicando il limite della realtà tangibile per conoscere.

Riallacciandoci al tema principale, cerchiamo di capire qual è il primigenio valore del bastone.

Il senso è, ancora una volta principalmente emblematico. Pur con le presumibili differenze dei singoli casi, dobbiamo immaginare le tribù paleolitiche (semplici società di natura) come un unico organismo in cui il capo tribù si occupa delle cose terrene, materiali, mentre lo sciamano si prende cura delle questioni spirituali, sovrannaturali.

Per lo sciamano il bastone (un po’ come la bacchetta a Y del rabdomante) può essere considerato lo strumento che catalizza il suo talento sciamanico per rilevare le correnti energetiche, per concentrarne e attivarne il potere e, infine, per “indirizzare”, “convogliare” le forze della natura a fini benefici. Il bastone può anche rappresentare lo strumento che lo sciamano impiega per proteggersi nel difficile, insidioso “passaggio” tra questa dimensione e quella ultraterrena (o in altri tempi e spazi), spesso sorvegliato da entità non sempre ben disposte.  Ma sono propensa a credere che l’aspetto simbolico del bastone sia anche quello di “sorreggere” lo sciamano “alleviando” la fatica e il dolore che i suoi stati modificati di coscienza comportano (instabilità, vacillamenti, sussulti del corpo).  

Similmente, per il capo tribù, il bastone riassume molteplici valori:

  • rappresenta allegoricamente il supporto nel suo difficile ruolo di guida;
  • polarizza l’attenzione del popolo ispirando credibilità soprattutto nel solenne momento in cui egli è portavoce del consiglio e delle sue decisioni prese “in modo misurato”;
  • riproduce emblematicamente il vincastro del pastore, il ramo flessibile che serve a toccare delicatamente le pecore per circoscriverle e farle camminare in gruppo senza disperdersi, usato anche per tastare il terreno e individuarne i pericoli in anticipo;
  • equivale al “potere di colpire” ma in modo non cruento: in battaglia, in alcune culture, esisteva infatti la consuetudine di mettere fuori gioco gli avversari solo toccandoli con un bastone.

Considerando tutto questo, nell’originale concetto del bastone/scettro non parrebbe esserci nulla di temibile. Il significato doveva essere più quello del condurre rettamente il gruppo sociale piuttosto che del dare autorevolezza all’atto di comandare nel senso di imporre la propria volontà.

Come “estensione del braccio” aveva il valore di indicare la via, sbarrare per proteggere, sostenere nei momenti di debolezza. Come metafora di “misura” doveva simboleggiare l’equanimità, l’equilibrio, il senno, il rispetto. 

Un ampio significato positivo, quindi, improntato sulla consapevolezza e non sul potere, sull’unione, il soccorso, la reciproca garanzia e non sulla paura. Viene da sé ipotizzare che il significato del bastone (e di conseguenza dello scettro suo probabile derivato) si sia nel tempo allontanato dall’originale valore.

(segue)

(bibliografia essenziale nell’ultima parte)

I “SEGRETI” DEL RE. Il principio di sovranità: dai valori semantici all’espressione originale della realtà percepita. Parte 5. Le insegne del potere: lo scettro (1)

Tiziana Pompili

Come si diceva nell’articolo precedente, la regalità è tutt’oggi intesa come un “dono” divino. Il potere terreno di un sovrano è una “benevolenza” che gli arriva direttamente dalla divinità. Un re quindi è tale per concessione divina.

Per mantenere sempre vivo nell’immaginario dei sudditi il concetto del legame tra Dio e il sovrano, veri contrassegni del potere rimarcano la condizione di autorità e regalità di quest’ultimo. La figura di un re è messa in risalto, soprattutto nei momenti più solenni, da oggetti emblematici a lui riservati.  

Il trono, il manto, il globo, lo scettro e la corona, sono le insegne per eccellenza della sovranità, oggetti che racchiudono un simbolismo millenario. Alcuni, legati alle più antiche tradizioni, tradiscono un’origine remotissima, altri nascono in epoche più recenti. In questa sede, per il loro profondo significato, considereremo più da vicino solo lo scettro e la corona.  


Ottone II di Sassonia assiso in trono con indosso il manto, la corona, lo scettro e il globo crucigero.
Pubblico dominio, tramite wikimedia

Lo scettro è un’asta cerimoniale, più o meno lunga, spesso in materiale pregiato, riccamente ornata e sormontata da un ulteriore oggetto simbolico (giglio, pomo, croce, corona etc.). È essenzialmente l’emblema della potestà e del comando, ma la storia ci racconta che oltre a re ed imperatori, lo scettro è stato impugnato da profeti, sommi sacerdoti, saggi, maestri, giudici ed araldi come segno di distinzione, nonché come arma bianca per la difesa. 

Secondo la linguistica il termine scettro viene dal latino sceptrum, che deriva dal greco σκῆπτρον (sképtron) → bastone (per appoggiarsi) dalla radice skap- individuabile in skêptein → appoggiarsi. Ridotto infatti alla sua forma essenziale, lo scettro è semplicemente un bastone e, per l’opinione più diffusa, rappresenterebbe proprio quello che sorregge l’andatura degli anziani ai quali vanno sempre riconosciuti riguardo e rispetto per la saggezza acquisita nel corso della vita, così come ad un re che impugna lo scettro dell’autorità vanno professati ossequio, sottomissione e deferenza.

Ad un esame più attento tuttavia, non mi sento di escludere una connessione linguistica con l’egizio sḫm essere potente, avere (ottenere) controllo/potere su, noto anche nell’anglicizzazione sekhem (potere, potenza,forza). Con sḫm gli Egizi avrebbero indicato la vitalità (proveniente) dal sole, di conseguenza il sommo potere energetico. Forse non a caso la voce sḫm designava anche il sistro, uno strumento la cui vibrazione, prodotta dal corpo stesso dell’oggetto, era ritenuta capace di produrre effetti portentosi. Il sistro, sacro alla Dea Hathor e a Iside, non solo era noto in Egitto, ma anche in tutto il Mondo Antico ed è menzionato nella Bibbia:

Davide e tutta la casa d’Israele suonavano davanti al Signore ogni sorta di strumenti di legno di cipresso, e cetre, saltèri, timpani, sistri e cembali.” (II Samuele 6:5)

Dalla radice sḫm deriva anche il nome della feroce Dea Sekhmet (o Sekmet), principio distruttivo della stessa Hathor (figlia di Ra e sposa di Ptah), divinità della guerra la cui ira era assai temuta dagli Egiziani. Effigiata come una donna dalla testa di leonessa sormontata dal disco solare, la Dea era qualificata Signora del terrore, La Potente, Colei che percuote o anche Colei davanti alla quale persino il male trema. A volte in mano a Sekhmet compare lo scettro Sekhem. Così, dalla XVIII dinastia, si chiama l’evoluzione dello scettro Aba (ˁb3), considerato dagli esperti un bastone da guerra (?) simbolo di comando già in uso nell’Antico Regno, formato da un’asta terminante con una sorta di paletta piatta che forse riproduceva qualche strumento non ancora individuato. Tuttavia, non penso sia azzardato supporre che il nome di tale scettro, Aba (ˁb3), facesse riferimento alla tradizione marinara: l’identico verbo ˁb3 (aba) designava infatti l’azione di comandare una nave (vedi Livio Secco, Dizionario Egizio-Italiano/Italiano-Egizio, Aracne ed., 2007 pag. 40) tanto quanto, come si è visto nella prima parte, gubernare in origine indicava reggere il timone di una nave. Lo scettro Aba, era dunque la rappresentazione simbolica di un oggetto nautico come un timone o un remo?

Sarenput II con lo scettro Aba nella mano sx :

Nella storia lo scettro ha avuto fogge e dimensioni differenti e nei miti parrebbe essere riconoscibile nelle molteplici forme degli oggetti-simbolo del potere. Per esempio la folgore di Zeus, il tridente di Poseidone, il bidente (o asta) di Ade, il tirso di Dioniso, il caduceo di Hermes, il bastone di Asclepio, il martello di Thor, il bastone/lancia di Odino, l’hekat e il nekhekh della divinità Andjeti dell’Egitto predinastico, lo scettro uas associato al dio Seth, il bastone uadj impugnato da Iside, lo xiuhcoatl (il serpente di fuoco) brandito da Huitzilopochtli, la verga di Aronne (lo stesso bastone di Mosè), il lituus degli augurii etruschi e in tempi più vicini a noi, il “bastone della parola” (talking stick) dei nativi americani, la ferula del Papa, il pastorale del Vescovo.
Lo scettro è raffigurato ben 9 volte persino nei 22 Arcani maggiori dei Tarocchi. Si può notare nelle lame Bagatto, Imperatrice, Imperatore, Papa, Carro, Matto, Eremita, Diavolo, Mondo.  

Ma davvero il significato dello scettro e quello del bastone (o di oggetti analoghi) coincidono ad un unico valore?

Non sarà tolto lo scettro da Giuda né il bastone del comando tra i suoi piedi, finché verrà colui al quale esso appartiene e a cui è dovuta l’obbedienza dei popoli. (Genesi 49:10)

Ancora oggi è in uso l’espressione “avere il bastone del comando” e vuol dire detenere il potere, essere la massima autorità. Nel passo biblico precedente però, scettro e bastone non sembrano essere la stessa cosa, piuttosto due oggetti differenti. Per di più, quando nella Bibbia è citata la parola scettro (26 volte nella versione C.E.I), non sempre è chiaro di che oggetto si parli. A volte sembra uno strumento utilizzato da solo o in aggiunta al bastone (“…Pozzo che i principi hanno scavato, che i nobili del popolo hanno perforato con lo scettro, con i loro bastoni!”  Numeri 21:18), altre potrebbe addirittura essere confuso con un’arma (“…io lo contemplo, ma non da vicino: una stella spunta da Giacobbe e uno scettro sorge da Israele, spezza le tempie di Moab e il cranio dei figli di Set.” Numeri 24:17), altre ancora invece la parola è simbolicamente impiegata quale sinonimo di dinastia, potere o dominio come accade ancora oggi (“…Sarà abbattuto l’orgoglio di Assur e rimosso lo scettro d’Egitto.” Zaccaria 10:11).

Non sembrano invece esserci equivoci sul bastone, citato innumerevoli volte nell’Antico Testamento, sebbene non sempre sembri di uguale lunghezza o delle medesime dimensioni. Tuttavia, un particolare nella Bibbia non passa inosservato: il bastone di Mosè, dopo l’intervento di Dio, acquisisce proprietà del tutto straordinarie (“Ora prendi in mano questo bastone con il quale farai i prodigi.” Esodo 4:17). Infatti, grazie al “potere” di quel bastone, Mosè divide le acque del Mar Rosso e realizza le altre opere straordinarie narrate nel Libro dell’Esodo. Le sbalorditive proprietà di quel bastone sono innegabilmente un privilegio concesso dalla divinità a Mosè, cosa che si legherebbe perfettamente al concetto, già visto: un capo (re) godrebbe del potere di un’autorità elargitagli direttamente da Dio.

Virga o baculusverga, bastone, canna, dal nome della verga dei littori, è stato nel tempo un nome alternativo dello scettro. I lictores (littori, dal verbo lĭgāre = legare) erano funzionari, già istituiti al tempo di Romolo, che in pubblico precedevano il rex per proteggerlo. Erano equipaggiati con i fasces, fastelli di bastoni di legno legati tra loro con strisce di cuoio, mentre analoghe cinghie venivano indossate attorno alla vita e, al bisogno, usate per immobilizzare qualcuno su ordine del rex. La tradizione attribuisce all’antico rex 12 littori e Tito Livio avalla l’idea che la consuetudine fosse stata importata a Roma dall’Etruria dove “una volta eletto il re dall’insieme dei dodici popoli, ciascuno di essi forniva un littore.” (da Storia di Roma). Per queste ragioni lo scettro sembrerebbe anche figurare il “potere di colpire”. 

Antico littore romano che porta il fascio littorio.
Museo archeologico di Verona

Ciò nonostante altre tradizioni, più antiche, ci spingono invece supporre che l’antenato dello scettro sia stato il regolo (di cui abbiamo già parlato nella prima parte).

A Eber nacquero due figli: uno si chiamò Peleg, perché ai suoi tempi fu divisa la terra, e il fratello si chiamò Joktan. (Genesi 10:25)

La frase precedente sembra documentare un reale momento storico, la divisione della Terra, ovvero la ripartizione dei territori. La radice plg (= accadico palgu) al cui senso si legherebbe il passo biblico precedente attraverso il nome di Peleg, ha infatti il significato di regione divisa da canali. Dalle attestazioni sappiamo inoltre che in accadico esisteva un termine, pulukku, che indicava la divisione di un territorio per mezzo di confini. Ne possiamo dedurre che durante l’Impero mesopotamico di Akkad (dal 2350 al 2200 a.C. circa), era senz’altro in uso la consuetudine di tracciare le frontiere dei territori, come è ragionevole credere che i confini venissero in qualche modo consacrati con solenni cerimonie dal momento che la tradizione di regere fines sembra avere origini precedenti all’età dell’Impero accadico e una diffusione molto estesa nel Mondo Antico.

Nel poema sumero “La discesa di Inanna agli Inferi”, è scritto che, prima di “scendere nel mondo di Sotto”, la Dea ha impugnato il Modulo di lapislazzuli”. Per Modulo (dal latino modus → misura), si intende una sorta di listello, un regolo di fatto, nel caso specifico di Inanna realizzato con la preziosa pietra blu. L’arnese, associato alla corda, nella “Terra tra i due fiumi” veniva usato per le misurazioni delle opere edili e per i rilevamenti topografici, quindi anche per definire i confini.

Se, come si diceva in precedenza, il collegamento re/regolo è corretto, lo scettro potrebbe essere legato alla sovranità quale simbolo de’ “la misura”, o più precisamente “la giusta misura”, rappresentando l’aspetto dell’autorità “del prendere decisioni in modo misurato” dopo aver ponderato e giudicato attentamente. Eppure, altri elementi della tradizione mesopotamica ci consentono qualche dubbio.

Il Dio Shamash con in mano modulo e corda . Calco in gesso di originale in calcare . Oriental Institute Museum, University of Chicago, tramite Wikipedia

Modulo e corda (raffigurata avvolta a cerchio su sé stessa), compaiono spesso nelle raffigurazioni artistiche sottolineando un’importanza che va oltre la loro funzione materiale. Potrebbero rappresentare strumenti per misurare la vita dell’uomo, ma solo nella sua lunghezza in quanto l’idea di un giudizio divino dopo la morte per valutare i meriti conseguiti e la condotta morale tenuta in vita, non esiste nella concezione mesopotamica. In ogni qual modo, secondo l’interpretazione più popolare, sarebbero simboli di giustizia ed equità e ciò parrebbe coerente quando questi due utensili compaiono in mano a Shamash, Dio della giustizia. Tuttavia, modulo e corda vengono impugnati non solo da Inanna, ma anche da altre grandi divinità come Enki, Enlil, Marduk . Ciò farebbe supporre che invece fossero identificativi del potere divino o perfino oggetti che “trasmettono” un determinato potere agli Dei. Al momento attuale persistono molte incertezze riguardo all’interpretazione della loro funzione e del loro valore simbolico quando, nei reperti della civiltà mesopotamica, modulo e corda si notano impugnati dagli Dei.

(segue parte 6)

bibliografia essenziale nell’ultima parte

I “SEGRETI” DEL RE. Il principio di sovranità: dai valori semantici all’espressione originale della realtà percepita. Parte 4. Regalità, dono divino.

Tiziana Pompili

Il processo di modernizzazione avviato nel XVIII secolo , (vedi parte precedente) estese i suoi effetti anche all’assolutismo monarchico. Sotto l’influenza dell’Illuminismo il potere dei sovrani, ormai consolidato da secoli, non poteva più essere giustificato con ragioni di carattere religioso (cioè con presupposte leggi di origine divina) né militari (quindi come conquista del potere da parte di una dinastia). L’esercizio della sovranità doveva essere inteso come vòlto al benessere di tutti i sudditi, attraverso la figura di un re “virtuoso”, in atteggiamento di benevola superiorità, che sosteneva e proteggeva il proprio popolo. I sovrani, formalmente ispirati dalle nuove ideologie, avviarono iniziative riformatrici che sembravano seguire la filosofia illuminista fino, in apparenza, a sovvertire gli stessi principi del potere temporale. Di fatto però, nonostante il clima di “assolutismo illuminato”, i poteri dei monarchi rimasero identici a quelli dei periodi precedenti all’Illuminismo, come rimase invariato il concetto del diritto a governare acquisito per nascita, in pratica per privilegio di origine divina.

Sebbene tale atteggiamento possa essere semplicemente interpretato come un ostinato atteggiamento conservativo del proprio rango e del proprio potere assoluto da parte dei sovrani del XVIII secolo, non penso si possa escludere che l’idea dell’autorità legittimata al re direttamente da Dio fosse così tenace per ragioni più profonde del semplice prestigio personale, del mero beneficio della supremazia, della deferenza o dell’intoccabilità o di quant’altro possa privilegiare la posizione esclusiva di un monarca assoluto. Probabilmente, e spero di dimostrarlo, i veri motivi millenari erano così radicalmente intessuti nella medesima trama della struttura gerarchica sociale, che magari, mi permetto di azzardare, sfuggivano persino alle stesse dinastie dell’epoca .

Nonostante le rivoluzionarie filosofie illuministiche e il successivo evolversi dell’assetto societario nel tempo, nel senso di sovranità è sempre rimasto implicito il concetto che vede il potere terreno derivato, o delegato, direttamente da Dio o, più in generale, dalla divinità. Un re (o imperatore) a capo di un popolo, è all’apice della gerarchia sociale per concessione divina, la sua posizione di comando è l’espressione della diretta volontà di Dio, un privilegio che viene tramandato ai suoi successori di generazione in generazione. Tale affermazione può suonare oggi apparentemente anacronistica dal momento che, nella maggior parte delle monarchie europee, l’incoronazione è stata sostituita da un giuramento e da una cerimonia d’insediamento meno solenne dove la corona, simbolo per eccellenza della regalità, è spesso solamente esibita e non posta sul capo del re. Tuttavia, non è esattamente così. Prestiamo attenzione, ad esempio, alle formule di incoronazione dei reali britannici, le stesse con cui Elizabeth Alexandra Mary, primogenita dei duchi di York, il 2 giugno del 1953, fu ufficialmente incoronata regina dall’arcivescovo di Canterbury.

Oh Dio, corona della fede; benedici e santifica questo tuo servo, il re/la regina, e da questo giorno ponigli sul capo una corona d’oro, arricchisci il suo cuore di grazie abbondanti e coronalo di tutte le virtù attraverso il re eterno Gesù Cristo nostro Signore. Amen.

E ancora:

Dio ti incoroni con la corona della gloria e della giustizia, che dia la giusta fede ed il giusto lavoro, che tu possa ottenere la corona del regno indistruttibile come dono da Lui il cui regno durerà per sempre.”

Queen Elizabeth II , frammento di un video della BBC diffuso da Daily Mail Online

Dunque, la titolatura di Sua Altezza Reale è “Elisabetta II, per Grazia di Dio, Regina del Regno Unito di Gran Bretagna e Irlanda del Nord, e dei Suoi altri Reami e Territori, Capo del Commonwealth, Difensore della Fede”.  Così Elisabetta II è regina per Grazia di Dio, ovvero per un particolare “favore” accordatole dalla divinità trascendente. In altre parole, la regalità è un “dono” divino, una “benevolenza” concessa da Dio ad un particolare soggetto (e a tutta la sua discendenza genetica). Tale elargizione eleva il re non solo al massimo livello della gerarchia sociale, ma perfino ad un piano superiore rispetto a tutto ciò che è il mondo terreno, tanto è vero che, nella storia, il “sovrano ideale” ha funzioni sacerdotali oltre che doti di saggezza, temperanza, bontà, purezza di spirito etc. che gli permettono di instaurare un regno giusto. Per Eusebio di Cesarea (265 – 340 d.C.) il sovrano che governa un regno specchio di quello celeste, è l’uomo di Dio”, con il quale Dio stabilisce un patto di alleanza.

Il lemma sovrano risale al latino super → sopra, che, modellandosi nell’antico francese soverain (sec. XIII), → che sta sopra; che ha superiorità, diviene sovrano → capo; governante.

Il giurista Roberto Bin afferma (giustamente) che il termine sovranità appartiene più alla teologia che al diritto. Sovranità esprime l’immagine terrena di Dio.”  E ancora: “Tanto è antica l’idea di un vertice del potere politico, che non riconosce altra autorità sopra di sé, tanto è risalente il concetto di sovranità, se non anche la parola.” La sovranità assoluta “corrisponde alla assenza di vincoli: il monarca non risponde a nessuno, se non a Dio.”

Nella Lettera ai Romani San Paolo scriveva: Ciascuno stia sottomesso alle autorità costituite; poiché non c’è autorità se non da Dio e quelle che esistono sono stabilite da Dio.  Quindi chi si oppone all’autorità, si oppone all’ordine stabilito da Dio. E quelli che si oppongono si attireranno addosso la condanna.” (Romani 13, 1-2) “Questa è l’origine della sovranità,” – prosegue Bin – “intesa come la proiezione dell’autorità che deriva da Dio perché Dio vuole che il mondo sia ordinato.” 

Ma se ciò fosse vero, Dio a chi per primo elargì il privilegio della regalità? Su quali basi, con quali criteri venne fatta in origine la scelta?

(segue parte 5)

(bibliografia nell’ultima parte)

I “SEGRETI” DEL RE. Il principio di sovranità: dai valori semantici all’espressione originale della realtà percepita. Parte 3. Fenomeni sociali. Ipotesi e studi.

Tiziana Pompili

Abbiamo detto (vedi parte 2) che nel corso della storia sono stati distinti circa cinquemila diversi esempi di società. Suppongo venga spontaneo domandarsi: come poteva essere organizzata la primigenia forma di aggregazione degli uomini?

In base ai miei studi, credo di poter affermare che il più antico modello associativo fosse di tipo mutuale, una condizione propria dell’umanità alle sue origini quando, nella vita di gruppo, nessun elemento dominava sugli altri. Si trattava di un genere di comunità armonicamente naturale, il cui schema era ispirato da principi di comunione ed uguaglianza, improntato su una condotta inter-soggettiva intrinsecamente giusta che spontaneamente seguiva elementari regole universali.

Fondamentalmente quella “semplice società di natura”, che potremmo considerare l’autentica Società Originale, era centrata sulla più intima indole umana, sui bisogni che tale natura manifesta come pure sul modo per soddisfarli, agendo tanto per il benessere soggettivo, quanto per quello del gruppo che veniva percepito come un solo insieme, ovvero come un “essere collettivo” con una consapevolezza al di sopra della singola coscienza individuale. Siffatta forma “primitiva” di società, presuppone che tra i componenti esistessero precise norme di condotta, universalmente valide in quanto consone non solo all’identità umana, ma alla Vita stessa. Di conseguenza l’intera collettività era genuinamente regolamentata su princìpi giusti per loro stessa natura.

Tale sistema di ordine spontaneo, disciplinava il gruppo sociale con un rigore superiore a qualunque complesso di leggi giuridiche che possano essere elaborate ed emanate da un potere sovrano. Questo perché l’uomo delle origini, la cui mente era presumibilmente strutturata in modo diverso da oggi, era tanto immerso nella realtà oggettiva quanto in costante connessione con la Realtà extratemporale. Dunque, l’uomo della Società Originale, non esigeva norme imposte da fuori di sé stesso per procedere armoniosamente. In virtù delle sue stesse peculiarità, l’essere umano era in grado di autoregolamentarsi mantenendo comportamenti eticamente conformi al proprio bene, a quello della comunità e a quello dell’ambiente che lo ospitava.

Lo studio dell’uomo dal punto di vista culturale, filosofico, religioso, sociologico con particolare attenzione ai comportamenti all’interno della propria comunità, non ha un punto d’inizio esatto nella storia. Gli Egizi ad esempio si limitavano a rilevare il diverso aspetto fisico dei loro nemici e, a volte, le differenti usanze. Certo è che dopo la metà del XIV secolo, durante l’Umanesimo, con le prime osservazioni delle vestigia monumentali e il gusto di collezionare antichi oggetti, si accese anche una certa attenzione per l’organizzazione della vita nelle società delle epoche precedenti. Fu però allorquando l’archeologia divenne una vera e propria scienza che lo studio dei sistemi sociali iniziò ad essere sistematico, sebbene solo nell’età moderna ci si spinse ad interessarsi anche della preistoria. Tuttavia, i primi tentativi di ricostruzione delle antiche comunità si dimostrarono manchevoli in quanto i fenomeni sociali sono determinati da molteplici aspetti e per studiarli una sola disciplina era senz’altro inadeguata. I valori culturali condivisi, i sistemi sociali, politici ed economici, la psicologia sociale e quant’altro, sono variegate componenti che hanno modellato le differenti società nel corso della storia. Di fatto, per ottenere una certa completezza, gli studi necessitavano di una osservazione da più prospettive che inizialmente non veniva presa in considerazione.

Oggi le scienze sociali si avvalgano di una vasta gamma di discipline, ma
comunque le indagini sulle società che ci hanno preceduto non riflettono esaurientemente le realtà di quelle epoche. Qualcosa ci sfugge, soprattutto delle più remote. Questo accade, a mio avviso, non tanto per la carenza di attestazioni, quanto perché si tende a considerare l’uomo antico come una rozza versione di quello attuale, dando per scontato che l’evoluzione segua una costante progressione graduale che da uno stato rudimentale (percepito come peggiore), porta a uno stato progredito (considerato migliore). In realtà il processo evolutivo modifica l’iniziale forma elementare, in una più complessa. Ma più complessa significa solo più specializzata, non necessariamente migliore. Ergo si dovrebbe partire dal presupposto che l’uomo delle Origini fosse unicamente diverso da noi, ma non per questo incapace di raggiungere i propri obbiettivi in modi semplici, ma efficaci, modi che non sempre siamo in grado di ricostruire.

Tornando ai fenomeni sociali, il loro studio divenne una vera dottrina solo nel XVIII secolo con l’Illuminismo, benché essenzialmente le idee non superassero quasi mai i confini dell’ambito filosofico. Tuttavia, l’Illuminismo non si limitò a questo. Fu una svolta radicale, in ogni campo. Nella storia dell’occidente portò a innovazioni rivoluzionarie e a cambiamenti drastici nella società che diventava così sempre più specializzata.  Più che una corrente di idee, l’Illuminismo va inteso come un’atmosfera intellettuale, frutto di una evoluzione secolare del pensiero, che investendo qualunque ramo della cultura, si diffuse in tutti gli strati sociali e spinse la ragione umana, prepotentemente, al diritto di esprimersi. La ragione, svincolata con il rifiuto di qualsiasi religione rivelata, dogma, testo sacro o autorità religiosa, rappresentava la forza dello spirito con cui l’uomo poteva giungere alla scoperta della verità.

Nel contesto di tali idee, Dio, quale entità suprema eterna ed universale, rimaneva confinato nella sfera dell’inconoscibile in quanto la sua intelligibilità era oltre i limiti della ragione, limiti imposti dalla ragione stessa. L’esistenza di Dio era perciò rifiutata (non da tutti, ma senz’altro dalla maggioranza degli intellettuali) e gran parte degli illuministi spiegava l’insorgere delle religioni con motivazioni storiche. Per l’argomento che stiamo sviluppando ciò che ci interessa è specificatamente la visione che l’Illuminismo ebbe della società e del potere costituito.

Durante l’Illuminismo, per definire quel tipo di società primordiale di cui si accennava all’inizio, fu impiegato il concetto di “semplice società di natura”, riportato anche da Jean-Jacques Burlamaqui, filosofo e giurista svizzero ricordato soprattutto per i volumi Principes du droit naturel (1747), Principes du droit politique (1751) e Principes du droit naturel et politique (1763). Delle opere che nascono in quel periodo, ho preferito fare principalmente riferimento a quelle di Burlamaqui per la chiarezza con cui l’autore divulgò le idee di numerosi pensatori dell’età dei lumi, nonché le proprie. Non in ultimo, la sua visione dell’Originale Società Umana mi è parsa in armonia con quella che emerge dalla serie di studi multidisciplinari presentati in Pelasgi Stirpe Divina.

Principi di diritto naturale, di Jean-Jacques Burlamaqui, Ginevra, a Barrillot & Fils, 1747. Copertina.
tramite Wikipedia

A differenza di molti eruditi del suo tempo, Burlamaqui aveva una concezione ottimistica dell’uomo e, oltre a sostenere che la socializzazione è una sua caratteristica tipica, concepiva la suddettasemplice società di naturacome un’unione egualitaria completamente indipendente da tutti fuorché da Dio, in quanto Dio stesso ne sanciva i principi di libertà ed uguaglianza. Tuttavia, Burlamaqui era dell’idea che tale esemplare situazione iniziale finì per modificarsi.Non seguirono gli uomini per lungo tempo affermava- una regola così perfettache permetteva a tutti di vivere in condizioni di pari dignità. Supponeva infatti che, nel tempo,si fosse passati alla distinzione in piccoli nuclei basati su vincoli familiari, poi ad unioni più numerose, come clan, tribù o villaggi, in cui il comando finì a poco a poco per essere affidato in mano all’uomo più dotato di buonsenso, probabilmente un anziano, che divenne di fatto un capo, colui al quale veniva demandata l’autorità riconoscendogli pubblicamente il potere di presiedere ai comportamenti sociali. Delegando l’autorità, con un accordo tacito o esplicito, ogni individuo accettava volontariamente di rinunciare allo stato di naturale libertà per unirsi agli altri in un gruppo sociale, non solo con l’intento di conservare e mantenere in sicurezza la collettività stessa, ma anche nell’aspirazione ad un comune stato di felicità futura. I passi successivi portavano all’istituzione della sovranità, e alla distinzione di sovrano e di sudditi. Da questo punto di vista quindi, la società organizzata non era altro che l’evoluzione della società naturale. E quindi, nella filosofia illuminista, lo Stato, quale entità politica, era concepito come il risultato di un contratto sociale stipulato dai suoi cittadini. 

Durante l’Illuminismo, la struttura della vita comune che, prendendo il via da uno gruppo spontaneamente regolato sul diritto di natura (juris naturalis), si sviluppava in “società civile”, veniva ritenuto un processo teorico, soprattutto perché il punto di partenza, cioè la semplice società di natura, era vista dalla maggior parte degli illuministi come puramente ipotetica. Rousseau, per esempio, riteneva il presunto stato di natura iniziale “…uno stato che non esiste più, che forse non è mai esistito…”Questa precisazione è necessaria, sebbene in base ai miei studi io ritenga che l’idea sia ben più concreta di quanto si pensasse nel secolo dei Lumi.

(segue parte 4)
(bibliografia essenziale nell’ultima parte)

I “SEGRETI” DEL RE. Il principio di sovranità: dai valori semantici all’espressione originale della realtà percepita. Parte 2. L’organizzazione sociale.

Tiziana Pompili

Dopo aver analizzato l’etimologia della parole re, nella prima parte di questo articolo, cerchiamo di approfondire il concetto di società.

Per sua natura l’umanità tende ad organizzare la propria esistenza aggregandosi in comunità, più precisamente “in entità organiche sotto il profilo sociale, culturale, politico”. Una società dunque è una “collettività umana storicamente e geograficamente definita, unita da leggi e istituzioni comuni al fine di garantire gli interessi generali e la reciproca coesione”. In estrema sintesi una società non è che un gruppo di individui che si unisce e si organizza per il comune vantaggio.

Si può affermare che, in generale, lo spazio sociale è convenzionalmente impostato in base ad una serie di gerarchie che determinano veri e propri sistemi di differenziazione e di stratificazione, non sempre nettamente separati. Va ribadito comunque che non si tratta di schemi fissi in quanto la società è fortemente influenzata dalla cultura e dall’epoca in cui si sviluppa, tant’è che nel corso della storia si possono individuare circa cinquemila tipi diversi di società. Tuttavia, soprattutto se parliamo di tempi storici, la consuetudine della separazione in gerarchie è stata la più diffusa e si perpetua ancora oggi. Infatti, nelle collettività moderne, per molti, la maggiore aspirazione è ascendere di grado nella scala della società strutturata in un sistema piramidale di cerchie, i confini delle quali, man mano che si sale verso il vertice, diventano sempre più esclusivi e impenetrabili. Si pensi a chiese, eserciti, ambienti politici o aziendali, dove chi occupa una posizione superiore gestisce un potere maggiore rispetto ai propri subalterni.

In linea di massima si possono distinguere tre principali livelli di diversificazione sociale che sono la classe, il ceto e la casta. Vediamoli succintamente

La classe.

La classe rappresenta un gruppo di cittadini che nella stratificazione della comunità occupano una posizione simile. Perciò cittadini con una certa conformità dal punto di vista economico, sociale, culturale. I sistemi di classe si riscontrano in quasi tutti i tipi di società e di fatto dipendono dal modo di produrre beni materiali e non dal comportamento dei soggetti. In altre parole, a determinare le disuguaglianze tra le classi è soprattutto il controllo delle risorse materiali e dei mezzi di produzione. In particolare, nel pensiero di Karl Marx, la classe è la categoria sociale composta da un insieme di individui che hanno lo stesso posto nella produzione sociale e lo stesso rapporto con i mezzi di produzione e di lavoro utilizzati.
La parola classe ha origine dal lat. clàssis → convocazione; chiamata; reclutamento; (ma indica anche ordine; schiera o flotta di navi).  A sua volta viene dal verbo greco kalēó chiamare; convocare. Secondo Tito Livio, durante l’occupazione etrusca di Roma, Servio Tullio (578 a.C. – 539 a.C.) fu l’autore della più importante riforma dell’esercito: furono istituite sei Classi, ognuna raggruppava i cittadini in base all’analoga quantità di beni e di ricchezze posseduti. Le Classi erano chiamate a dare proporzionalmente il loro contributo all’esercito iniziando da quella che aveva una migliore condizione economica. Il significato moderno della parola classe, invece, apparve per la prima volta con gli economisti del Settecento ed era desunto dal linguaggio delle scienze naturali in cui, già nella seconda metà del 1600, il termine veniva impiegato nei primi tentativi metodici di classificazione.

Il ceto.

Per ceto si intende una fascia di popolazione distinta per connotazione sociale, cioè quella categoria di soggetti accomunati nono solo da requisiti economici pari o simili, ma anche dalle stesse caratteristiche culturali, da interessi finanziari e attività dello stesso tipo, da comportamenti e da modi di pensare comuni. La distinzione della società in ceti ha caratterizzato la storia dell’Europa in epoca recente, dal periodo feudale all’età moderna. Secondo il sociologo tedesco Max Weber (1864–1920) il ceto indica il rango dell’individuo in base allo strato sociale al quale egli appartiene, quindi è soprattutto lo “stile di vita” che unisce tutti gli appartenenti al medesimo ceto, del quale godono gli onori, il prestigio e i particolari privilegi.
Il termine ceto viene dal lat. coetus → adunanza di persone, derivato di coire → andare insieme; riunirsi. È riconducibile (forse) al greco keío → fendo; spacco, o kòitos → strato.

La casta.

Infine, per casta si intende un gruppo sociale chiuso, spesso all’interno di uno stesso gruppo etnico, caratterizzato da una severa gerarchia, da regole di comportamento rigide (ad es. l’endogamia) e da ruoli prestabiliti. Gli appartenenti ad una casta si considerano, per discendenza o per condizione sociale, separati dalla collettività o da altre classi della stessa. Il modello principale della società suddivisa in caste è rappresentato dal sistema induista, derivato da differenze intellettuali o spirituali, dove l’appartenenza al rango è assolutamente rigorosa e la mescolanza illecita. “Il sistema [induista] delle caste si basa sulla natura delle cose, vale a dire su certe proprietà naturali del genere umano ed è una applicazione tradizionale di queste …” (Frithjof Schuon, filosofo e mistico svizzero 1907–1998). Nel 1921, sulla rivista settimanale Young India, Mahatma Gandhi rimarcava che “il sistema delle caste è[…] inerente alla natura umana e l’Induismo ne ha semplicemente fatto una scienza.”
L’etimologia del termine casta è incerta. Secondo alcuni va collegata al latino castus → puro, da intendersi (forse) per non mescolato con altro, ma non è improbabile un rimando al sanscrito kâstâ → limite; circoscrizione, anche se il nesso linguisticamente non è del tutto chiaro (Pianigiani). Tuttavia, più spesso casta è collegato allo spagnolo (XV secolo) dove sta per razza; stirpe, che rivela il valore della parola nel suo senso genetico. Il filologo spagnolo Joan Coromines suggerisce un etimo gotico *kasts, affine ai norreni kǫstr → mucchio; pila, e kasta → buttare; gettare; lanciare; scagliare, legati al protogermanico *kastuz probabilmente derivati dalla stessa radice protoindoeuropea *ger-, da cui il latino grex → gregge, il greco antico ἀγείρω (agéiro), raccogliere; radunare, o il medio irlandese graig branco (di cavalli). In verità, però, non mi sento di escludere un legame con l’antica radice indoeuropea kṣa → riunire [ṣa] intorno a sé [k]; muovere intorno [k] collegandosi a [ṣ], da cui poi, per estensione, → possedere; governare; abitare, (Rendich). Infatti, secondo me, per senso, kṣa richiama intuitivamente l’idea di una “cerchia”, nonché un gruppo di persone accomunate da relazioni reciproche dovute ad una medesima natura quale è, appunto, una casta.

Questi, sommariamente, sono i principali livelli di diversificazione sociale. Ma sebbene sappiamo che l’uomo per sua natura tende ad organizzarsi in comunità e a cooperare per il bene comune, credo sia opportuno chiedersi: come si arriva alla subordinazione degli strati sociali ad una autorità sovrana? Quali ragioni hanno indotto gli uomini a rinunciare alla loro libertà innata preferendo lo stato civile? Qual è la prima origine dei governi? Auguste Comte, Thomas Hobbes, John Locke, Jean-Jacques Rousseau, Denis Diderot, Adam Ferguson, Immanuel Kant ed altri grandi, anche contemporanei, si sono espressi su questi temi, molto spesso senza unanimità di vedute ed in vivace polemica tra loro. L’argomento è complesso, comprende aspetti storici, filosofici, sociologici, antropologici. Districarsi nel mare delle documentazioni pertinenti riassumendone i punti focali e miscelandoli alle mie opinioni personali, non è poca cosa. Prossimamente cercherò di affrontare questi temi impegnandomi per la maggiore chiarezza e sintesi possibile.

(segue parte 3)

(bibliografia essenziale nell’ultima parte)

I “SEGRETI” DEL RE. Il principio di sovranità: dai valori semantici all’espressione originale della realtà percepita. Parte 1. L’analisi etimologica

Tiziana Pompili

Durante la stesura del libro Pelasgi Stirpe Divina, mi sono trovata ad indagare numerosi valori semantici che hanno rivelato dettagli ben definiti e molti aspetti finora ignorati di quelle enigmatiche comunità preistoriche. La ricerca linguistica, connessa ad una serie di studi multidisciplinari, ha fornito indizi estremamente coerenti permettendomi di formulare ipotesi verosimili (sebbene stupefacenti per molti versi) sulla natura intrinseca di queste genti, sul loro aspetto, sulle loro origini “divine”. I sorprendenti valori delle etimologie, mi hanno incoraggiata ad un ulteriore tentativo che, a livello più generale, motivasse l’esistenza fin dai tempi più remoti, delle caste, dei re e delle linee di sangue, considerate con più o meno convinzione a seconda dei momenti storici, superiori, migliori, o comunque geneticamente differenti dall’umanità “comune”. 

Per dire tutta la verità, si trattava di dare anche risposta ad una domanda che mi tormentava fin da bambina quando, appassionata lettrice di fiabe, infrangevo l’incanto della loro suggestione domandandomi quale fosse l’origine di prìncipi e principesse e perché mai un sovrano dovesse essere una persona al di sopra delle altre. Nella mia ingenuità, pur subendone il fascino, non ne capivo il senso. Cosa rende superiori le stirpi dei regnanti – mi chiedevo – se ogni uomo ha la stessa origine? Se, come mi veniva insegnato, ogni creatura discende dalla coppia biblica creata da Dio, mi sembrava privo di logica fare distinzioni tra gli uomini per via del sangue nelle loro vene! I miei dubbi sono sempre rimasti privi di un chiarimento ragionevole. A tutt’oggi trovo accettabile che l’aristocrazia si sia conquistata un titolo nobiliare con atti eroici o altri meriti cavallereschi che ne definivano l’eccellenza d’animo, ma ciò non giustifica una differenza nella genetica. Così, mi è venuto in mente di approfondire.

Per quanto la verifica sembrasse fin troppo banale, ho iniziato sondando l’etimologia della parola re che nel dizionario, oltre a “capo d’un regno”, ha come significato “attributo di divinità”, una definizione molto stimolante, soprattutto sulla scorta delle elaborazioni divulgate nel libro, e non meno interessante negli alternativi valori in senso figurativo: “Il più eccellente”, “Il principale in una cosa”.

In primis la glottologia lega re al Latino rex (accusativo règem), dalla radice del verbo regĕrecondurre drittamente; reggere; guidare; dirigere; governare; dominare. Regĕre equivale a gubernare, termine appartenente alla tradizione marinara greca, il quale originariamente designava l’azione di reggere il timone e che successivamente estese il suo valore semantico anche all’ambito politico-istituzionale. 

Attestazioni pervenuteci dimostrano che in latino arcaico la forma di rex era *regs in quanto raramente la lettera x veniva usata da sola ed entrò regolarmente in uso solo dopo il 75 a.C. Sappiamo anche che rex coincide col gotico reiks, con l’alto irlandico (genitivo rig), con il gallese rîx affine all’antico alto tedesco rîhhi e al moderno reich e, insieme al verbo latino regĕre, si ricollegano tutte alla radice sanscrita râg che sta per esser chiaro; illustre; da cui viene râg’-rasguida. Regĕre latino è anche rimandato al sanscrito rg’-us, (diritto; retto anche moralmente) e râg’-is (riga; fila). Vari etimologisti appoggiano all’etimo râg’ anche il termine râg’anprincipe, derivato dal verbo râg’ati, che ha la nozione non solo di reggere; governare; comandare, ma anche quella di splendere, tant’è che nella parola radius → raggio, di etimologia incerta ricondotta alla forma *radhyos (supposta o ricostruita nel Walde-Hofmann), è individuabile una affinità radicale che si riflette ad esempio nel tedesco strahl → raggio; fascio, derivato dal longobardo *strāl → freccia, da cui anche il nostro starle.  

Il Ṛgveda, il supremo libro della mitologia vedica, una delle quattro suddivisioni canoniche dei Veda, l’antichissima raccolta di testi sacri dei popoli Arii, sostanzialmente, ne è conferma: Ṛg si lega al sanscrito ràg^risplendo; luce; sapienza; Dio. Il Ṛgveda è perciò da intendere come “il libro della luce vedica”, o in forma diversa “il libro degli Dei vedici”.

L’etimo râg’ inoltre si individua come desinenza nei nomi propri di prìncipi e capitani celti o galli, quali Ambiorige, Orgetorige, Vercingetorige, ricordati anche da Giulio Cesare nei Commentari.

In questo ambito linguistico merita menzione l’antico termine norreno regin (plurale ragna) → divinità, potere dominante, che viene collegato al protogermanico (ricostruito) ragenō (o ragen) e lo si considera derivato dalla radice indoeuropea *rak o *reĝ- → portare avanti; mettere in atto; governare

In realtà gli stessi valori semantici, intuitivamente rapportabili ad elementi linguistici molto simili, parrebbero estesi oltre i rami delle lingue indoarie, germaniche e latino-falische fin qui esaminate. Nel libro ‘L’asse della lingua umana e della preistoria’del 1900, l’autore Pantaleone Lucchetti, per esempio annotava:

Roi, unica voce inscritta sui sarcofagi dei Faraonidi (vale il francese roi, re — e tutto da Ra, egizio di sole o Siro onde Sire o re), diffatti anche Faraoni = Ra (egizio di sole) + φαίνω, splendido (per la stessa ragione che αυγη΄, lucido, è radice di Augusto Cesare, imperatore) — mentre il rapporto fra Siro o sole e Sire o re, e rohéh ebraico di governatore e Ra, o sole degli egizi è confermato da Bel assiro di sole e báhal ebraico di signore dominante — roh, ebraico di maestoso tutto da ra, egizio di sole.

Secondo Franco Rendich (Dizionario etimologico comparato delle lingue classiche indoeuropee), alla base di tutti gli etimi e dei termini derivati precedenti, ci sarebbe la radice indoeuropea rājmuovere verso per guidare avanti; dare regole; governare; regnare; difendere; che si origina dalla ancora più antica ṛñjrendere dritto; rendere giusto.

La linguistica moderna ritiene marginale il fenomeno del fonosimbolismo (cioè il rapporto di analogia tra la forma sonora delle parole e i valori che esse comunicano) e reputa che la comunicazione verbale si fondi su “un rapporto puramente convenzionale di corrispondenza tra significante e significato”. Già nel dialogo Cratilo, Platone si chiedeva se il significato delle parole avesse origine o meno da una scelta arbitraria. Più tardi, nella Scienza Nuova (1725), Giovambattista Vico supponeva che il linguaggio primigenio, naturale, si basasse su monosillabi di tipo onomatopeico ad espressione di stati d’animo e reazioni emotive. Riallacciandosi alle affermazioni di Antoine Court de Gébelin (che in Monde primitif attribuiva valori universali alle lettere dell’alfabeto), Antoine Fabre d’Olivet (1767-1825), il maggiore sostenitore della Teoria fonosemantica, considerava “il linguaggio umano, dal punto di vista grammaticale ma anche lessicale, come scomponibile in elementi primari non arbitrari, fondati sulla natura essenziale delle cose.”  

In effetti, sebbene l’idea non sia particolarmente popolare, alcuni linguisti contemporanei sostengono che sin dagli inizi, i singoli suoni delle consonanti e delle vocali dell’alfabeto delle lingue indoeuropee non fossero privi di significato, ma al contrario, esprimessero un preciso valore semantico. In base a tale presupposto si può affermare che a manifestare l’idea di base da cui si sviluppano entrambi gli etimi indoeuropei rāj e ṛñj sarebbero le componenti ‘’[ri], ovvero muovere verso e ‘j’[ja], diritto in avanti. Conseguentemente, il senso espresso dalla radice ṛñj sarebbe → andare avanti con modo rettilineo; dirigere; mentre l’altra, rāj, in stretta connessione con la prima, accentuerebbe l’idea della guida, del governo, del dare regole, del difendere

In ogni caso, dall’antico indoeuropeo è opportuno rilevare altri due radicali fortemente legati ai precedenti, ovvero bhrāj splendere; fare scintille; fare faville,conservato identico nel sanscrito bhrāj luce; splendore; ṛañj colorare; tingere; arrossire; da cui il sanscrito rajanaraggio che riallacciano la parola re ai temi della luminosità e del fulgore sebbene l’indagine non riveli ancora in modo del tutto intelligibile come questi si riconnettano ai concetti del guidare e dare regole.

In generale, per motivare l’origine del termine re, Franco Rendich si concentra sui concetti evocati dai radicali indoeuropei rāj e ṛñj riassumendoli in: “andare dritto in avanti per delimitare e rendere sacri i confini, fissando al contempo le regole del comportamento, del comando e della conquista.” L’idea dell’autore si ispira allo strumento di misura chiamato regula, ovvero il regolo, un’asticciola o una barretta (di osso, legno o altro, lunga una trentina di cm., rigida o pieghevole in due o tre parti grazie ad un meccanismo a cerniera), con il quale “il rex svolgeva la funzione religiosa di regere fines, ovvero di tracciare in linea retta le frontiere del territorio nazionale, consacrandone i confini, che mai avrebbero dovuto essere valicati dallo straniero.

Marduk, Dio di Babilonia, da un sigillo cilindrico in lapislazzuli risalente al IX secolo a.C. nella mano sinistra tiene il regolo e la corda simboli di rettitudine e di “giusta misura” nella giustizia.

L’operazione di regere fines non era un semplice gesto per “tracciare i limiti con linee rette”, ma era un solenne cerimoniale per delimitare l’interno dall’esterno, la sfera del sacro da quella del profano, il territorio nazionale da quello straniero. Consisteva in un’opera magica che andava eseguita dalla persona investita dell’autorità suprema, colui che era dotato di imperium (cioè di assoluto potere legale di governare i comportamenti sociali), la cui responsabilità di “regere” (cioè di fissare le regole) era sacra e portava all’esistenza effettiva ciò che decretava. Era la stessa opera del rex, implicitamente giusta, a permettere di riconoscere l’azione come pienamente valida.

Anche la parola rĕgĭo → regione, deriva da regĕre. La rĕgĭo, il territorio racchiuso nelle sue frontiere (fines), era la traccia compiuta e assoluta dell’atto di autorità del rex che, in tutta la sua potenza simbolica, diveniva legittimo non solo a livello sociale, ma incondizionatamente. Infatti, l’azione ufficiale compiuta pubblicamente dal rex di fronte a tutti e in nome di tutti, consacrava la cerimonia di regere fines redimendola dalla sua natura arbitraria e rendendola degna di esistere in conformità con la “divinità” naturale delle cose. Per tale ragione in senso morale, regula finì per assumere anche il significato di strumento idoneo a mostrare una conformità, quindi metaforicamente una norma, una misura, un principio,un precetto. Questi, rifacendomi a quanto esprime Jean Bodin, in “De la republique”(1576), possono ritenersi giusti solo quando in accordo con le leggi naturali o con i dettami divini.

Concetti molto simili a quelli di regere fines li ritroviamo, anche nel Mito di fondazione la cui origine si perde nella notte dei tempi. In tale mito, checoncerne la nascita di entità politiche e sociali ed è rintracciabile in modo somigliante in innumerevoli culture, un elemento ricorrente e primario era il profondo solco perimetrale tracciato con l’aratro, a base delle mura di un abitato. Questo non era solo l’opera di scavo per la fondazione delle fortificazioni intorno agli insediamenti, ma un vero e proprio rito che aveva la funzione di rappresentare simbolicamente il margine che racchiude, la compiutezza, la ricerca di comunione. Recingere uno spazio (ma anche un oggetto) voleva dire legittimarne il possesso, farlo proprio rendendolo sacro, trattenendo ogni forza che include e accrescendone il potere.

Nonostante io sia quasi sempre d’accordo con le deduzioni di Rendich, in questo caso mi trovo ad avere qualche dubbio. Non intendo che l’autore sia in errore, anzi sicuramente il collegamento rex / regula / regere fines è corretto, ma penso che tale riferimento sia incompleto e non definisca esaurientemente l’origine dell’idea primigenia celata nei radicali in oggetto che fanno parte del lessico protoindoeuropeo, la lingua preistorica parlata almeno 9000 anni fa, base comune delle attuali lingue indoeuropee.  Grosso modo ci riferiamo a un’epoca che corrisponde alla fine dell’ultimo periodo glaciale, alla “Rivoluzione Neolitica”, al momento del pieno utilizzo del Tempio di Göbekli Tepe.

In effetti l’accostamento di reggere, governare, splendere, quali significanti della medesima radice sanscrita

  • râg  

e i valori delle radici indoeuropee

  • ṛñj andare avanti con moto rettilineo;
  • rāj muovere verso per guidare avanti; dare regole; governare, regnare, difendere;
  • bhrāj splendere, faree scintille, fare faville;
  • ṛañjcolorare, tingere, arrossire;

mi spingono ad una differente riflessione e a supporre che la percezione originale, espressa dall’uomo antico a proposito del rex (vedi nota 1), dovesse scaturire da qualcos’altro, probabilmente addirittura precedente all’uso della regula e alla consuetudine di regere fines, un “precedente” che va inteso forse più in ordine logico, piuttosto che meramente nel senso della successione temporale.

    La lingua è un prodotto storico che cambia anche con grande rapidità nel corso del tempo, ma l’impronta dell’idea iniziale, magari in forma non esplicita, in qualche modo rimane anche quando il senso di una parola viene, man mano, applicato a contesti attinenti, ma non uguali. Una parola, nel tempo, può passare da un significato ad un altro molto diverso quando o se l’irregolare e imprevedibile contesto storico e sociale di un popolo lo rende inevitabile o lo richiede per esigenza. Così un termine finisce per significare qualcosa di molto diverso rispetto a ciò che indicava in origine. Ai primordi gli strumenti della comunicazione intenzionale dell’uomo, ovvero i suoni del linguaggio verbale e i simboli della scrittura (nel senso più lato), erano espressioni esatte delle percezioni che nascevano dal raffronto dell’osservazione di sé e dei fenomeni dell’ambiente in cui il soggetto viveva. Se questo è vero, è possibile ricostruire il concetto iniziale, ovvero la prima manifestazione del “riconoscere” in “qualcuno” potere, autorità, valore e superiorità intellettuale, morale e (forse) intrinseca? Si può tentare e l’unica via, io credo, sia ricorrere a metodi deduttivi.

Nota (1): Per rex, credo sia bene precisare, non va inteso esclusivamente il supremo magistrato che si vuole presente a Roma dall’anno di fondazione (convenzionalmente il 753 a.C. ad opera di Romolo) alla cacciata di Tarquinio il Superbo (510 a.C.), ultimo re dalla città. La figura di un capo con la funzione di comandare esercitando i pubblici poteri civili, militari e religiosi, funzione a lui demandata dalla comunità, non ha certo inizio con la storia romana come suppongo sia facile intuire dagli approfondimenti etimologici qui riportati.

(segue parte 2)

(bibliografia essenziale nell’ultima parte)