I “SEGRETI” DEL RE. Il principio di sovranità: dai valori semantici all’espressione originale della realtà percepita. Parte 3. Fenomeni sociali. Ipotesi e studi.

Tiziana Pompili

Abbiamo detto (vedi parte 2) che nel corso della storia sono stati distinti circa cinquemila diversi esempi di società. Suppongo venga spontaneo domandarsi: come poteva essere organizzata la primigenia forma di aggregazione degli uomini?

In base ai miei studi, credo di poter affermare che il più antico modello associativo fosse di tipo mutuale, una condizione propria dell’umanità alle sue origini quando, nella vita di gruppo, nessun elemento dominava sugli altri. Si trattava di un genere di comunità armonicamente naturale, il cui schema era ispirato da principi di comunione ed uguaglianza, improntato su una condotta inter-soggettiva intrinsecamente giusta che spontaneamente seguiva elementari regole universali.

Fondamentalmente quella “semplice società di natura”, che potremmo considerare l’autentica Società Originale, era centrata sulla più intima indole umana, sui bisogni che tale natura manifesta come pure sul modo per soddisfarli, agendo tanto per il benessere soggettivo, quanto per quello del gruppo che veniva percepito come un solo insieme, ovvero come un “essere collettivo” con una consapevolezza al di sopra della singola coscienza individuale. Siffatta forma “primitiva” di società, presuppone che tra i componenti esistessero precise norme di condotta, universalmente valide in quanto consone non solo all’identità umana, ma alla Vita stessa. Di conseguenza l’intera collettività era genuinamente regolamentata su princìpi giusti per loro stessa natura.

Tale sistema di ordine spontaneo, disciplinava il gruppo sociale con un rigore superiore a qualunque complesso di leggi giuridiche che possano essere elaborate ed emanate da un potere sovrano. Questo perché l’uomo delle origini, la cui mente era presumibilmente strutturata in modo diverso da oggi, era tanto immerso nella realtà oggettiva quanto in costante connessione con la Realtà extratemporale. Dunque, l’uomo della Società Originale, non esigeva norme imposte da fuori di sé stesso per procedere armoniosamente. In virtù delle sue stesse peculiarità, l’essere umano era in grado di autoregolamentarsi mantenendo comportamenti eticamente conformi al proprio bene, a quello della comunità e a quello dell’ambiente che lo ospitava.

Lo studio dell’uomo dal punto di vista culturale, filosofico, religioso, sociologico con particolare attenzione ai comportamenti all’interno della propria comunità, non ha un punto d’inizio esatto nella storia. Gli Egizi ad esempio si limitavano a rilevare il diverso aspetto fisico dei loro nemici e, a volte, le differenti usanze. Certo è che dopo la metà del XIV secolo, durante l’Umanesimo, con le prime osservazioni delle vestigia monumentali e il gusto di collezionare antichi oggetti, si accese anche una certa attenzione per l’organizzazione della vita nelle società delle epoche precedenti. Fu però allorquando l’archeologia divenne una vera e propria scienza che lo studio dei sistemi sociali iniziò ad essere sistematico, sebbene solo nell’età moderna ci si spinse ad interessarsi anche della preistoria. Tuttavia, i primi tentativi di ricostruzione delle antiche comunità si dimostrarono manchevoli in quanto i fenomeni sociali sono determinati da molteplici aspetti e per studiarli una sola disciplina era senz’altro inadeguata. I valori culturali condivisi, i sistemi sociali, politici ed economici, la psicologia sociale e quant’altro, sono variegate componenti che hanno modellato le differenti società nel corso della storia. Di fatto, per ottenere una certa completezza, gli studi necessitavano di una osservazione da più prospettive che inizialmente non veniva presa in considerazione.

Oggi le scienze sociali si avvalgano di una vasta gamma di discipline, ma
comunque le indagini sulle società che ci hanno preceduto non riflettono esaurientemente le realtà di quelle epoche. Qualcosa ci sfugge, soprattutto delle più remote. Questo accade, a mio avviso, non tanto per la carenza di attestazioni, quanto perché si tende a considerare l’uomo antico come una rozza versione di quello attuale, dando per scontato che l’evoluzione segua una costante progressione graduale che da uno stato rudimentale (percepito come peggiore), porta a uno stato progredito (considerato migliore). In realtà il processo evolutivo modifica l’iniziale forma elementare, in una più complessa. Ma più complessa significa solo più specializzata, non necessariamente migliore. Ergo si dovrebbe partire dal presupposto che l’uomo delle Origini fosse unicamente diverso da noi, ma non per questo incapace di raggiungere i propri obbiettivi in modi semplici, ma efficaci, modi che non sempre siamo in grado di ricostruire.

Tornando ai fenomeni sociali, il loro studio divenne una vera dottrina solo nel XVIII secolo con l’Illuminismo, benché essenzialmente le idee non superassero quasi mai i confini dell’ambito filosofico. Tuttavia, l’Illuminismo non si limitò a questo. Fu una svolta radicale, in ogni campo. Nella storia dell’occidente portò a innovazioni rivoluzionarie e a cambiamenti drastici nella società che diventava così sempre più specializzata.  Più che una corrente di idee, l’Illuminismo va inteso come un’atmosfera intellettuale, frutto di una evoluzione secolare del pensiero, che investendo qualunque ramo della cultura, si diffuse in tutti gli strati sociali e spinse la ragione umana, prepotentemente, al diritto di esprimersi. La ragione, svincolata con il rifiuto di qualsiasi religione rivelata, dogma, testo sacro o autorità religiosa, rappresentava la forza dello spirito con cui l’uomo poteva giungere alla scoperta della verità.

Nel contesto di tali idee, Dio, quale entità suprema eterna ed universale, rimaneva confinato nella sfera dell’inconoscibile in quanto la sua intelligibilità era oltre i limiti della ragione, limiti imposti dalla ragione stessa. L’esistenza di Dio era perciò rifiutata (non da tutti, ma senz’altro dalla maggioranza degli intellettuali) e gran parte degli illuministi spiegava l’insorgere delle religioni con motivazioni storiche. Per l’argomento che stiamo sviluppando ciò che ci interessa è specificatamente la visione che l’Illuminismo ebbe della società e del potere costituito.

Durante l’Illuminismo, per definire quel tipo di società primordiale di cui si accennava all’inizio, fu impiegato il concetto di “semplice società di natura”, riportato anche da Jean-Jacques Burlamaqui, filosofo e giurista svizzero ricordato soprattutto per i volumi Principes du droit naturel (1747), Principes du droit politique (1751) e Principes du droit naturel et politique (1763). Delle opere che nascono in quel periodo, ho preferito fare principalmente riferimento a quelle di Burlamaqui per la chiarezza con cui l’autore divulgò le idee di numerosi pensatori dell’età dei lumi, nonché le proprie. Non in ultimo, la sua visione dell’Originale Società Umana mi è parsa in armonia con quella che emerge dalla serie di studi multidisciplinari presentati in Pelasgi Stirpe Divina.

Principi di diritto naturale, di Jean-Jacques Burlamaqui, Ginevra, a Barrillot & Fils, 1747. Copertina.
tramite Wikipedia

A differenza di molti eruditi del suo tempo, Burlamaqui aveva una concezione ottimistica dell’uomo e, oltre a sostenere che la socializzazione è una sua caratteristica tipica, concepiva la suddettasemplice società di naturacome un’unione egualitaria completamente indipendente da tutti fuorché da Dio, in quanto Dio stesso ne sanciva i principi di libertà ed uguaglianza. Tuttavia, Burlamaqui era dell’idea che tale esemplare situazione iniziale finì per modificarsi.Non seguirono gli uomini per lungo tempo affermava- una regola così perfettache permetteva a tutti di vivere in condizioni di pari dignità. Supponeva infatti che, nel tempo,si fosse passati alla distinzione in piccoli nuclei basati su vincoli familiari, poi ad unioni più numerose, come clan, tribù o villaggi, in cui il comando finì a poco a poco per essere affidato in mano all’uomo più dotato di buonsenso, probabilmente un anziano, che divenne di fatto un capo, colui al quale veniva demandata l’autorità riconoscendogli pubblicamente il potere di presiedere ai comportamenti sociali. Delegando l’autorità, con un accordo tacito o esplicito, ogni individuo accettava volontariamente di rinunciare allo stato di naturale libertà per unirsi agli altri in un gruppo sociale, non solo con l’intento di conservare e mantenere in sicurezza la collettività stessa, ma anche nell’aspirazione ad un comune stato di felicità futura. I passi successivi portavano all’istituzione della sovranità, e alla distinzione di sovrano e di sudditi. Da questo punto di vista quindi, la società organizzata non era altro che l’evoluzione della società naturale. E quindi, nella filosofia illuminista, lo Stato, quale entità politica, era concepito come il risultato di un contratto sociale stipulato dai suoi cittadini. 

Durante l’Illuminismo, la struttura della vita comune che, prendendo il via da uno gruppo spontaneamente regolato sul diritto di natura (juris naturalis), si sviluppava in “società civile”, veniva ritenuto un processo teorico, soprattutto perché il punto di partenza, cioè la semplice società di natura, era vista dalla maggior parte degli illuministi come puramente ipotetica. Rousseau, per esempio, riteneva il presunto stato di natura iniziale “…uno stato che non esiste più, che forse non è mai esistito…”Questa precisazione è necessaria, sebbene in base ai miei studi io ritenga che l’idea sia ben più concreta di quanto si pensasse nel secolo dei Lumi.

(segue parte 4)
(bibliografia essenziale nell’ultima parte)

I “SEGRETI” DEL RE. Il principio di sovranità: dai valori semantici all’espressione originale della realtà percepita. Parte 1. L’analisi etimologica

Tiziana Pompili

Durante la stesura del libro Pelasgi Stirpe Divina, mi sono trovata ad indagare numerosi valori semantici che hanno rivelato dettagli ben definiti e molti aspetti finora ignorati di quelle enigmatiche comunità preistoriche. La ricerca linguistica, connessa ad una serie di studi multidisciplinari, ha fornito indizi estremamente coerenti permettendomi di formulare ipotesi verosimili (sebbene stupefacenti per molti versi) sulla natura intrinseca di queste genti, sul loro aspetto, sulle loro origini “divine”. I sorprendenti valori delle etimologie, mi hanno incoraggiata ad un ulteriore tentativo che, a livello più generale, motivasse l’esistenza fin dai tempi più remoti, delle caste, dei re e delle linee di sangue, considerate con più o meno convinzione a seconda dei momenti storici, superiori, migliori, o comunque geneticamente differenti dall’umanità “comune”. 

Per dire tutta la verità, si trattava di dare anche risposta ad una domanda che mi tormentava fin da bambina quando, appassionata lettrice di fiabe, infrangevo l’incanto della loro suggestione domandandomi quale fosse l’origine di prìncipi e principesse e perché mai un sovrano dovesse essere una persona al di sopra delle altre. Nella mia ingenuità, pur subendone il fascino, non ne capivo il senso. Cosa rende superiori le stirpi dei regnanti – mi chiedevo – se ogni uomo ha la stessa origine? Se, come mi veniva insegnato, ogni creatura discende dalla coppia biblica creata da Dio, mi sembrava privo di logica fare distinzioni tra gli uomini per via del sangue nelle loro vene! I miei dubbi sono sempre rimasti privi di un chiarimento ragionevole. A tutt’oggi trovo accettabile che l’aristocrazia si sia conquistata un titolo nobiliare con atti eroici o altri meriti cavallereschi che ne definivano l’eccellenza d’animo, ma ciò non giustifica una differenza nella genetica. Così, mi è venuto in mente di approfondire.

Per quanto la verifica sembrasse fin troppo banale, ho iniziato sondando l’etimologia della parola re che nel dizionario, oltre a “capo d’un regno”, ha come significato “attributo di divinità”, una definizione molto stimolante, soprattutto sulla scorta delle elaborazioni divulgate nel libro, e non meno interessante negli alternativi valori in senso figurativo: “Il più eccellente”, “Il principale in una cosa”.

In primis la glottologia lega re al Latino rex (accusativo règem), dalla radice del verbo regĕrecondurre drittamente; reggere; guidare; dirigere; governare; dominare. Regĕre equivale a gubernare, termine appartenente alla tradizione marinara greca, il quale originariamente designava l’azione di reggere il timone e che successivamente estese il suo valore semantico anche all’ambito politico-istituzionale. 

Attestazioni pervenuteci dimostrano che in latino arcaico la forma di rex era *regs in quanto raramente la lettera x veniva usata da sola ed entrò regolarmente in uso solo dopo il 75 a.C. Sappiamo anche che rex coincide col gotico reiks, con l’alto irlandico (genitivo rig), con il gallese rîx affine all’antico alto tedesco rîhhi e al moderno reich e, insieme al verbo latino regĕre, si ricollegano tutte alla radice sanscrita râg che sta per esser chiaro; illustre; da cui viene râg’-rasguida. Regĕre latino è anche rimandato al sanscrito rg’-us, (diritto; retto anche moralmente) e râg’-is (riga; fila). Vari etimologisti appoggiano all’etimo râg’ anche il termine râg’anprincipe, derivato dal verbo râg’ati, che ha la nozione non solo di reggere; governare; comandare, ma anche quella di splendere, tant’è che nella parola radius → raggio, di etimologia incerta ricondotta alla forma *radhyos (supposta o ricostruita nel Walde-Hofmann), è individuabile una affinità radicale che si riflette ad esempio nel tedesco strahl → raggio; fascio, derivato dal longobardo *strāl → freccia, da cui anche il nostro starle.  

Il Ṛgveda, il supremo libro della mitologia vedica, una delle quattro suddivisioni canoniche dei Veda, l’antichissima raccolta di testi sacri dei popoli Arii, sostanzialmente, ne è conferma: Ṛg si lega al sanscrito ràg^risplendo; luce; sapienza; Dio. Il Ṛgveda è perciò da intendere come “il libro della luce vedica”, o in forma diversa “il libro degli Dei vedici”.

L’etimo râg’ inoltre si individua come desinenza nei nomi propri di prìncipi e capitani celti o galli, quali Ambiorige, Orgetorige, Vercingetorige, ricordati anche da Giulio Cesare nei Commentari.

In questo ambito linguistico merita menzione l’antico termine norreno regin (plurale ragna) → divinità, potere dominante, che viene collegato al protogermanico (ricostruito) ragenō (o ragen) e lo si considera derivato dalla radice indoeuropea *rak o *reĝ- → portare avanti; mettere in atto; governare

In realtà gli stessi valori semantici, intuitivamente rapportabili ad elementi linguistici molto simili, parrebbero estesi oltre i rami delle lingue indoarie, germaniche e latino-falische fin qui esaminate. Nel libro ‘L’asse della lingua umana e della preistoria’del 1900, l’autore Pantaleone Lucchetti, per esempio annotava:

Roi, unica voce inscritta sui sarcofagi dei Faraonidi (vale il francese roi, re — e tutto da Ra, egizio di sole o Siro onde Sire o re), diffatti anche Faraoni = Ra (egizio di sole) + φαίνω, splendido (per la stessa ragione che αυγη΄, lucido, è radice di Augusto Cesare, imperatore) — mentre il rapporto fra Siro o sole e Sire o re, e rohéh ebraico di governatore e Ra, o sole degli egizi è confermato da Bel assiro di sole e báhal ebraico di signore dominante — roh, ebraico di maestoso tutto da ra, egizio di sole.

Secondo Franco Rendich (Dizionario etimologico comparato delle lingue classiche indoeuropee), alla base di tutti gli etimi e dei termini derivati precedenti, ci sarebbe la radice indoeuropea rājmuovere verso per guidare avanti; dare regole; governare; regnare; difendere; che si origina dalla ancora più antica ṛñjrendere dritto; rendere giusto.

La linguistica moderna ritiene marginale il fenomeno del fonosimbolismo (cioè il rapporto di analogia tra la forma sonora delle parole e i valori che esse comunicano) e reputa che la comunicazione verbale si fondi su “un rapporto puramente convenzionale di corrispondenza tra significante e significato”. Già nel dialogo Cratilo, Platone si chiedeva se il significato delle parole avesse origine o meno da una scelta arbitraria. Più tardi, nella Scienza Nuova (1725), Giovambattista Vico supponeva che il linguaggio primigenio, naturale, si basasse su monosillabi di tipo onomatopeico ad espressione di stati d’animo e reazioni emotive. Riallacciandosi alle affermazioni di Antoine Court de Gébelin (che in Monde primitif attribuiva valori universali alle lettere dell’alfabeto), Antoine Fabre d’Olivet (1767-1825), il maggiore sostenitore della Teoria fonosemantica, considerava “il linguaggio umano, dal punto di vista grammaticale ma anche lessicale, come scomponibile in elementi primari non arbitrari, fondati sulla natura essenziale delle cose.”  

In effetti, sebbene l’idea non sia particolarmente popolare, alcuni linguisti contemporanei sostengono che sin dagli inizi, i singoli suoni delle consonanti e delle vocali dell’alfabeto delle lingue indoeuropee non fossero privi di significato, ma al contrario, esprimessero un preciso valore semantico. In base a tale presupposto si può affermare che a manifestare l’idea di base da cui si sviluppano entrambi gli etimi indoeuropei rāj e ṛñj sarebbero le componenti ‘’[ri], ovvero muovere verso e ‘j’[ja], diritto in avanti. Conseguentemente, il senso espresso dalla radice ṛñj sarebbe → andare avanti con modo rettilineo; dirigere; mentre l’altra, rāj, in stretta connessione con la prima, accentuerebbe l’idea della guida, del governo, del dare regole, del difendere

In ogni caso, dall’antico indoeuropeo è opportuno rilevare altri due radicali fortemente legati ai precedenti, ovvero bhrāj splendere; fare scintille; fare faville,conservato identico nel sanscrito bhrāj luce; splendore; ṛañj colorare; tingere; arrossire; da cui il sanscrito rajanaraggio che riallacciano la parola re ai temi della luminosità e del fulgore sebbene l’indagine non riveli ancora in modo del tutto intelligibile come questi si riconnettano ai concetti del guidare e dare regole.

In generale, per motivare l’origine del termine re, Franco Rendich si concentra sui concetti evocati dai radicali indoeuropei rāj e ṛñj riassumendoli in: “andare dritto in avanti per delimitare e rendere sacri i confini, fissando al contempo le regole del comportamento, del comando e della conquista.” L’idea dell’autore si ispira allo strumento di misura chiamato regula, ovvero il regolo, un’asticciola o una barretta (di osso, legno o altro, lunga una trentina di cm., rigida o pieghevole in due o tre parti grazie ad un meccanismo a cerniera), con il quale “il rex svolgeva la funzione religiosa di regere fines, ovvero di tracciare in linea retta le frontiere del territorio nazionale, consacrandone i confini, che mai avrebbero dovuto essere valicati dallo straniero.

Marduk, Dio di Babilonia, da un sigillo cilindrico in lapislazzuli risalente al IX secolo a.C. nella mano sinistra tiene il regolo e la corda simboli di rettitudine e di “giusta misura” nella giustizia.

L’operazione di regere fines non era un semplice gesto per “tracciare i limiti con linee rette”, ma era un solenne cerimoniale per delimitare l’interno dall’esterno, la sfera del sacro da quella del profano, il territorio nazionale da quello straniero. Consisteva in un’opera magica che andava eseguita dalla persona investita dell’autorità suprema, colui che era dotato di imperium (cioè di assoluto potere legale di governare i comportamenti sociali), la cui responsabilità di “regere” (cioè di fissare le regole) era sacra e portava all’esistenza effettiva ciò che decretava. Era la stessa opera del rex, implicitamente giusta, a permettere di riconoscere l’azione come pienamente valida.

Anche la parola rĕgĭo → regione, deriva da regĕre. La rĕgĭo, il territorio racchiuso nelle sue frontiere (fines), era la traccia compiuta e assoluta dell’atto di autorità del rex che, in tutta la sua potenza simbolica, diveniva legittimo non solo a livello sociale, ma incondizionatamente. Infatti, l’azione ufficiale compiuta pubblicamente dal rex di fronte a tutti e in nome di tutti, consacrava la cerimonia di regere fines redimendola dalla sua natura arbitraria e rendendola degna di esistere in conformità con la “divinità” naturale delle cose. Per tale ragione in senso morale, regula finì per assumere anche il significato di strumento idoneo a mostrare una conformità, quindi metaforicamente una norma, una misura, un principio,un precetto. Questi, rifacendomi a quanto esprime Jean Bodin, in “De la republique”(1576), possono ritenersi giusti solo quando in accordo con le leggi naturali o con i dettami divini.

Concetti molto simili a quelli di regere fines li ritroviamo, anche nel Mito di fondazione la cui origine si perde nella notte dei tempi. In tale mito, checoncerne la nascita di entità politiche e sociali ed è rintracciabile in modo somigliante in innumerevoli culture, un elemento ricorrente e primario era il profondo solco perimetrale tracciato con l’aratro, a base delle mura di un abitato. Questo non era solo l’opera di scavo per la fondazione delle fortificazioni intorno agli insediamenti, ma un vero e proprio rito che aveva la funzione di rappresentare simbolicamente il margine che racchiude, la compiutezza, la ricerca di comunione. Recingere uno spazio (ma anche un oggetto) voleva dire legittimarne il possesso, farlo proprio rendendolo sacro, trattenendo ogni forza che include e accrescendone il potere.

Nonostante io sia quasi sempre d’accordo con le deduzioni di Rendich, in questo caso mi trovo ad avere qualche dubbio. Non intendo che l’autore sia in errore, anzi sicuramente il collegamento rex / regula / regere fines è corretto, ma penso che tale riferimento sia incompleto e non definisca esaurientemente l’origine dell’idea primigenia celata nei radicali in oggetto che fanno parte del lessico protoindoeuropeo, la lingua preistorica parlata almeno 9000 anni fa, base comune delle attuali lingue indoeuropee.  Grosso modo ci riferiamo a un’epoca che corrisponde alla fine dell’ultimo periodo glaciale, alla “Rivoluzione Neolitica”, al momento del pieno utilizzo del Tempio di Göbekli Tepe.

In effetti l’accostamento di reggere, governare, splendere, quali significanti della medesima radice sanscrita

  • râg  

e i valori delle radici indoeuropee

  • ṛñj andare avanti con moto rettilineo;
  • rāj muovere verso per guidare avanti; dare regole; governare, regnare, difendere;
  • bhrāj splendere, faree scintille, fare faville;
  • ṛañjcolorare, tingere, arrossire;

mi spingono ad una differente riflessione e a supporre che la percezione originale, espressa dall’uomo antico a proposito del rex (vedi nota 1), dovesse scaturire da qualcos’altro, probabilmente addirittura precedente all’uso della regula e alla consuetudine di regere fines, un “precedente” che va inteso forse più in ordine logico, piuttosto che meramente nel senso della successione temporale.

    La lingua è un prodotto storico che cambia anche con grande rapidità nel corso del tempo, ma l’impronta dell’idea iniziale, magari in forma non esplicita, in qualche modo rimane anche quando il senso di una parola viene, man mano, applicato a contesti attinenti, ma non uguali. Una parola, nel tempo, può passare da un significato ad un altro molto diverso quando o se l’irregolare e imprevedibile contesto storico e sociale di un popolo lo rende inevitabile o lo richiede per esigenza. Così un termine finisce per significare qualcosa di molto diverso rispetto a ciò che indicava in origine. Ai primordi gli strumenti della comunicazione intenzionale dell’uomo, ovvero i suoni del linguaggio verbale e i simboli della scrittura (nel senso più lato), erano espressioni esatte delle percezioni che nascevano dal raffronto dell’osservazione di sé e dei fenomeni dell’ambiente in cui il soggetto viveva. Se questo è vero, è possibile ricostruire il concetto iniziale, ovvero la prima manifestazione del “riconoscere” in “qualcuno” potere, autorità, valore e superiorità intellettuale, morale e (forse) intrinseca? Si può tentare e l’unica via, io credo, sia ricorrere a metodi deduttivi.

Nota (1): Per rex, credo sia bene precisare, non va inteso esclusivamente il supremo magistrato che si vuole presente a Roma dall’anno di fondazione (convenzionalmente il 753 a.C. ad opera di Romolo) alla cacciata di Tarquinio il Superbo (510 a.C.), ultimo re dalla città. La figura di un capo con la funzione di comandare esercitando i pubblici poteri civili, militari e religiosi, funzione a lui demandata dalla comunità, non ha certo inizio con la storia romana come suppongo sia facile intuire dagli approfondimenti etimologici qui riportati.

(segue parte 2)

(bibliografia essenziale nell’ultima parte)

Delos, viaggio nell’enigma pelasgico

Eterodossia ed eterodossi come Archeomisterica - here are the wolves

Delos, l’isola di luce

Per giungere a Delos, sempre che non si possieda un’imbarcazione, si salpa da Mikonos. Quasi una contraddizione: dall’isola viveur – la movida delle Cicladi – si raggiunge uno dei siti archeologici Patrimonio dell’Umanità, peraltro con divieto di pernotto poiché il governo greco ha mantenuto la tradizione di sacralità dell’isola.

Delos
Approdo a Delos e panorama

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432 Hz – Il Rizoma dei numeri eterodossi

Eterodossia ed eterodossi come Archeomisterica - here are the wolves

432 Hz: una frequenza alla base dell’Eterodossia

Quando lessi il libro di Santarcangeli ‘Il Libro dei Labirinti’ edito da Frassinelli, rimasi colpito dalla prefazione di Umberto Eco e in particolar modo il suo riferimento alle diverse tipologie di labirinti esistenti. Mi è rimasta in testa il Rizoma tra tutte e questo concetto si lega alla frequenza 432 Hz. Leggi tutto “432 Hz – Il Rizoma dei numeri eterodossi”

PELASGI – UNA STIRPE DIVINA

Tiziana Pompili

Pelasgi, un’indagine sull’uomo e sulla civiltà delle origini

Ecco ‘I Pelasgi’, il mio saggio uscito da pochi  giorni  con Drakon Edizioni.

 

pelasgi
La copertina del libro di Tiziana Pompili Casanova: ‘Pelasgi’ Stirpe Divina

Chi si interessa di storia antica sarà sicuramente incappato nel nome dei Pelasgi,   popoli di cui si ignora la patria ancestrale, tramandati con questo nome dalle fonti classiche. I tratti distintivi di questi antichi progenitori mi hanno sempre affascinato soprattutto perché legati alle possenti fortificazioni in pietra che ancora oggi sono definite “pelasgiche” o “ciclopiche” e che, pur ridotte a pochi ruderi, svettano come fiere testimoni di una cultura che per l’archeologia ufficiale, in pratica, non esiste. Leggi tutto “PELASGI – UNA STIRPE DIVINA”