L’Epoca d’Oro degli Dei: il Misterioso volto della Sfinge

Monica Benedetti

Era l’inizio dell’Epoca d’Oro degli Dei, in cui l’Osiride benefattore posava le sue impronte immortali tra le sabbie del tempo. A ricordare quell’Epoca, col sole che sorge ad Est ed illumina una nuova primavera si staglia, tuttora magnifica e potente, la Sfinge. Il maestoso colosso, avente all’attualità corpo leonino e testa umana, fu liberata dalle sabbie che la ricoprivano fino alle spalle nel 1886, da Maspero, dopo che altri prima di lui avevano iniziato il lungo lavoro di riesumazione.

La Sfinge di Giza ancora avvolta dalla sabbia

I misteri attorno a questo monumentale guardiano sono ancora molti. Primo fra tutti è l’incongruente antropomorfismo che mostra una testa umana non proporzionata al resto del corpo leonino. L’antropomorfismo è accettabile, visto che era d’uopo raffigurare divinità aventi corpo umano e teste animalesche (anche se nella Sfinge appare nell’ordine contrario) ma la sproporzione, in un contesto storico in cui la misura esatta rasenta l’ossessione, non è affatto da far rientrare nella normalità. Le ipotesi più accreditate riguardano la teoria secondo la quale all’origine essa possedeva sia corpo che testa di leone, in quanto perfettamente orientata ad Est a rammentarci una delle ere precessionarie della relativa costellazione. Dall’analisi della carta natale di Giza, però, emerge un fatto curioso che, secondo me, merita di essere verificato. Il sole, essendo l’equinozio di primavera, sorge nella costellazione dell’ariete. Ciò non è in antitesi con quello dichiarato poc’anzi, in quanto ogni anno avviene lo stesso fenomeno naturale nell’equinozio di primavera ma ogni 2160 anni circa la trottola terrestre si sposta in una diversa costellazione e quindi abbiamo che: nel lungo computo, all’equinozio di primavera del 36420 a.C. la costellazione dominante era quella del Leone, che serviva da regolatore temporale universale, mentre nel computo annuale il sole nasceva sotto il segno dell’ariete e sarebbe stato così per circa un mese. Partendo dal presupposto che i progettisti di Giza volessero imprimere esattamente un momento celeste, ho cominciato a chiedermi se la Sfinge, quale indicatore dei due tempi suddetti, non dovesse avere avuto, all’origine, un aspetto che ci riconducesse a quel preciso istante.

Il Primo Tempo di Osiride- correlazione monumenti-stelle al 36.420 a.C.

In altre parole, se hanno voluto indicarci, col corpo leonino, che si trovavano nell’era del Leone, probabilmente avrebbero anche dovuto farci sapere che ciò che doveva rimanere indelebile nel tempo, avveniva nel giorno dell’equinozio di primavera e cioè quando, guardando il cielo all’alba, il Sole rendeva omaggio alla costellazione dell’ariete. L’idea era quella che la testa originale della Sfinge fosse in effetti il secondo indicatore e cioè quella di un ariete, appunto.

Assurda ipotesi

ma non più assurda di tante altre che hanno attribuito alla stessa volti inusuali. Per verificare la probabile esattezza di questa “fantasia”, sono andata a cercare alcune immagini riguardanti il famoso Viale delle Sfingi a Karnak, poiché volevo rendermi conto se il corpo di tali monumenti avesse fattezze arietine o potesse essere associato alla leonina guardiana di Giza.

Particolare Sfingi di Karnak

La similitudine è sorprendente. Queste sfingi risultano di dimensioni proporzionate e hanno corpo di leone e testa di ariete. Poiché sono sicuramente di successiva realizzazione della più famosa sorella, ritengo possano essere delle rappresentazioni successive della stessa, a ricordare il momento dell’epoca d’oro degli Dei.

Probabile volto originario della Sfinge

E forse era proprio questo il vero volto della guardiana del Tempo, una figura non antropomorfa, bensì doppiamente animale, ad indicarci un momento preciso ormai lontanissimo da noi… Ma un’ipotesi, per poter essere presa in seria considerazione, non può avvalersi soltanto di una semplice intuizione, così ho cominciato a spulciare immagini che potessero aiutarmi a credere che quello che il mio archivio mentale stava portando alla luce potesse essere davvero reale. Non è assolutamente semplice, per un ricercatore sbandierare una propria scoperta. Soprattutto perché, prima di tutto, deve avere la certezza di quello che sta vedendo. Ho sempre creduto, infatti, che la prima persona alla quale dobbiamo portare prove plausibili di una nostra scoperta siamo noi stessi.

Mappa Egitto del 1851

Osservando la mappa salta subito all’occhio la cornice superiore nella quale sono raffigurate due sfingi, una opposta all’altra, come nella Duat. In mezzo a loro la cornice assume la forma di una tomba e rimanda ancora alla Duat che è stata identificata sotto la Piana di Giza. La particolarità di questa mappa è che entrambe le due sfingi hanno la testa di ariete e il corpo di leone. Il culto dell’ariete nella nera terra è riconosciuto fin dall’epoca predinastica in cui assumeva il nome di Khnum ed era il demiurgo, il vasaio che crea dall’argilla ogni cosa; colui che, accanto a sua madre Neith, forgia il corpo di Osiride.

“Svegliati dio del tutto che plasma gli uomini, gli animali piccoli e grandi, i serpenti, i pesci, gli uccelli, che separa le membra, colora le pelli e volge le lingue per esprimersi in modi diversi. Khnum-Ra, signore di Esna, magnifico ariete la prima volta. Tu sei lo sguardo stesso di Ra, il figlio sacrosanto nato all’aurora”

(Inno di Esna).

In questa preghiera la divinità viene chiamata “figlio sacrosanto nato dall’aurora” e l’associazione con uno dei nomi della sfinge, Hor Harakti, il sole all’orizzonte, riconduce ancora alla possibilità che fosse davvero il suo volto a donare l’alba al maestoso progetto unitario della piana. La ricerca etimologica della parola “ariete” e i successivi approfondimenti linguistici, non hanno fatto che confermare questa ipotesi che, anche per una mente aperta “a tutto” come la mia, sembra fin troppo fantasiosa…

Ariete era il greco “Krios”. Il dizionario etimologico mi portava a conoscere due significati tra di loro apparentemente non attinenti; infatti poteva essere semplicemente ariete o freddo. Ma nel contempo ho notato che la radice Kr_s era comune anche alla cultura vedica e in essa questo era il nome del “Dio nero” che scende dal cielo: Krsna. Di indubbia origine, tale divinità viene ora riferita allo stesso Visnu, il creatore, o a una sua emanazione, l’ottava. Visnu linguisticamente è Vi_s_nu, cioè colui che si divide (vi) e si riunisce (s) alle acque primordiali (nu). L’immagine del creatore o del primo creato viene immediatamente suggerita e mi rimanda al Knhum egizio, il vasaio dell’argilla che con essa crea l’Osiride e tutti gli uomini.

Krsna viene raffigurato spesso tra un bue e un asinello, richiamando alla memoria un’altra figura a noi occidentali molto più nota: Kr_s_t o Cristo, ha la stessa radice di Krsna. Cristo è colui che si divide dal padre ed entra nella manifestazione attraverso le acque primordiali e torna al padre attraverso la croce. Forse la stessa ottava emanazione del Padre, o di Visnu se preferiamo, disceso dal “piano attico” fin sulla terra a ricordarci il numero otto come ciclo dell’infinito incedere dell’esistenza nell’eterno divenire… Il padre, nelle più antiche concezioni egizie – inteso come demiurgo – era Kn_hu_m e dalla linguistica apprendiamo che Egli rappresentava: K_n = moto curvilineo e acque primordiali. Hu = colui che purifica col fuoco M = materia.

Dunque sempre il vasaio che, presa l’argilla la lavora con l’acqua, inumidendola e la cuoce col fuoco, cementandone la forma. Knhum era il Dio della Sorgente del Nilo e il moto curvilineo del fiume ci rimanda alla prima radice del suo nome. Egli dunque era qualcuno venuto probabilmente dalla zona (ora Karthum in Sudan) dove due fiumi, il Nilo Bianco e il Nilo Azzurro, si incontravano per dare vita a quello che poi diventa semplicemente Nilo iniziando quel moto curvilineo proprio del fiume sacro agli Dei. (…)

Pur essendo consapevole che questa conclusione sarà debitamente discussa e probabilmente derisa con accanimento, la ritengo alquanto probabile e precisa. Per venti anni di questa esistenza ho lavorato nello studio tecnico di mio padre e avuto a che fare con rilievi topografici. Ogni rilievo segue un iter progettuale e il punto di partenza è lo studio del territorio su mappa. In essa vengono individuati tre punti di appoggio, esistenti in loco ed aventi coordinate note, che serviranno per formare una triangolazione all’interno della quale disporre, nell’esatta posizione, l’oggetto del rilievo topografico. Tali punti di riferimento sono assolutamente essenziali poiché l’assenza, anche di uno solo di essi, preclude l’esattezza del rilievo stesso. Gli antichi costruttori di Giza, seppur attraverso l’uso di strumenti topografici diversi da quelli odierni, devono avere per forza dovuto utilizzare dei punti di riferimento e non soltanto terrestri, bensì anche celesti, vista l’esatta corrispondenza che si verifica, nella piana, tra terra e cielo! Non sarebbe dunque bastato il guardiano leonino per far comprendere il momento esatto in cui il sole sorgeva nel rinnovarsi della vita, per rendere immortale la nascita dell’epoca d’oro degli Dei o Primo Tempo di Osiride. Essi dovevano con precisione informarci che quello che ci stavano tramandando era avvenuto in un’epoca in cui cosmicamente iniziava l’era del Leone, nel giorno dell’equinozio di primavera e all’alba di un nuovo giorno.

In tal modo otteniamo tre punti noti:
1- La direzione Est
2- il momento dell’Equinozio
nel segno dell’Ariete
3- l’era precessionaria del Leone

E tre tempi:
1- il giorno di 24 ore
2- l’anno di 365 giorni
3- l’anno cosmico di 26.000 anni

Era dunque necessario che la sfinge, in quanto regolatore temporale, assumesse la forma del doppio animale per immobilizzare quell’istante nell’eternità.

Monica Benedetti

Piramidi di Giza: scrigni, non tombe

Monica Benedetti

Scrigni di luce, non oscure tombe

Le Piramidi di Giza, è una consapevolezza, non erano affatto le tombe dei faraoni Khufu, Kafre e Menkaure – o Cheope, Chefren e Micerino che dir si voglia e chiunque abbia iniziato un percorso di conoscenza è affatto passato, casualmente o per volontà, attraverso i misteri dell’Egitto predinastico.

Le Piramidi di Giza
La piana di al-Jizah con il Trittico ben in mostra

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Luci e ombre nel pozzo di Osiride

Loris Bagnara

Introduzione al pozzo di Osiride

Nel maggio 1998, durante una conferenza organizzata dal giornalista americano Art Bell, Zahi Hawass annuncia una nuova esaltante scoperta a Giza, fornendo in successive occasioni (conferenze, interviste) sempre più dettagli sul cosiddetto pozzo di Osiride,  a cui ho fatto cenno in conclusione dell’articolo L’altra Europa (parte seconda).

Non si trattò di una scoperta. Il sito, in effetti, era noto almeno dagli anni 1934-‘35, quando fu quasi completamente esplorato dal grande archeologo egiziano Selim Hassan. Hawass, tuttavia, non ne fa menzione. Oltre a ciò, troviamo un riferimento inequivocabile al pozzo di Osiride in alcuni documenti risalenti agli anni 1950, documenti di cui si è parlato nei precedenti articoli dedicati al libro L’altra Europa scritto da Paolo Rumor, da Giorgio Galli e dal sottoscritto.

I documenti di Rumor descrivono un ambiente sotterraneo, nel sottosuolo di Giza, dalla conformazione molto simile a quella del livello più profondo del pozzo di Osiride; inoltre, a tale ambiente è riferita una particolare designazione che acquista significato solo alla luce di un dettaglio che non poteva essere noto quando quei documenti furono consegnati nelle mani di Giacomo Rumor (vedi articolo L’altra Europa – Quale unificazione?). Insomma, ce n’è abbastanza per dubitare che le cose siano andate proprio esattamente come ci è stato ufficialmente rivelato.

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L’ALTRA EUROPA (parte seconda)

Loris Bagnara

L’Altra Europa – Retaggio di una civiltà Perduta

Riprendiamo l’esposizione della materia di carattere mitico-leggendaria contenuta nel libro L’altra Europa (Panda Edizioni, 2017).

La Struttura avrebbe incaricato numerosi e diversi specialisti allo scopo di studiare il rotoli di Nusaybin e le tavolette di Giza: Alexander Thom, come si è detto nella prima parte dell’articolo, sarebbe stato uno dei “consulenti” interpellati per la traduzione e l’interpretazione dei testi; altri sarebbero stati incaricati di comprendere e descrivere in termini scientifici i fenomeni geofisici a cui tali testi, aldilà del linguaggio figurato, si riferivano come a fatti reali. Leggi tutto “L’ALTRA EUROPA (parte seconda)”

L’ALTRA EUROPA – Quale unificazione?

Loris Bagnara

L’altra Europa e il retaggio di una civiltà perduta (parte prima)

L'altra Europa
“L’altra Europa”, cover del libro di P. Rumor, L. Bagnara, e G. Galli

In questo scorcio finale del 2017 è uscita la nuova edizione riveduta e ampliata, a sette anni dalla prima, de L’altra Europa, un’opera di cui sono coautore con Paolo Rumor e Giorgio Galli.

L’opera è molto ricca di temi e di spunti di ricerca. Volendo semplificare, i contenuti del libro riguardano due materie apparentemente diverse: una di natura politico-economica; l’altra storico-archeologica, con la singolare intrusione di racconti dal carattere mitico-leggendario. La prima materia l’ho esposta in alcuni articoli pubblicati sul sito di GRAAL Edizioni; qui illustrerò la seconda. Leggi tutto “L’ALTRA EUROPA – Quale unificazione?”

Il “Principio Divino del Movimento Eterno”

Monica Benedetti

Il Principio Divino del Movimento Eterno: Un’analisi Eterodossa sul nome della Piana di Giza.

Da ricercatrice appassionata di storia delle civiltà prediluviane, mi sono sempre posta innumerevoli domande riguardanti le epoche più lontane da noi, nel tempo e sui luoghi nel pianeta in cui la presenza di un passato fervido e importante è testimoniata da monumentali architetture ancora poco o nulla spiegate. Leggi tutto “Il “Principio Divino del Movimento Eterno””