Piramidi di Giza: scrigni, non tombe

Scrigni di luce, non oscure tombe

Le Piramidi di Giza, è una consapevolezza, non erano affatto le tombe dei faraoni Khufu, Kafre e Menkaure – o Cheope, Chefren e Micerino che dir si voglia e chiunque abbia iniziato un percorso di conoscenza è affatto passato, casualmente o per volontà, attraverso i misteri dell’Egitto predinastico.

Le Piramidi di Giza
La piana di al-Jizah con il Trittico ben in mostra

Il mio personale “soggiorno” tra le sabbie del tempo e della Piana di Giza mi ha fornito risposte che non prevedevo e ho “dovuto” accettare una verità che non mi aspettavo, onorando così il famoso detto di Eraclito. Tutto è iniziato nel 2010, quando ho avuto la possibilità di partecipare ad un progetto, non accademico, riguardante la ricerca della vera funzione dei monumenti presenti nella Piana di Giza…

Introduzione

Il brano che segue è tratto dal mio ultimo lavoro editoriale: “Fuori Tempo – il Coraggio della Verità” ed ho deciso di utilizzarlo quale introduzione agli altri articoli che seguiranno il presente, in cui desidero “raccontare” i risultati della ricerca che mi ha vista impegnata, insieme ad un altro ricercatore, per tre anni e che si è conclusa con, a mio avviso, un interessante passo avanti nel disvelamento dei segreti che avvolgono le Piramidi di Giza.

‘Fuori Tempo – Il Coraggio della Verità’, un abstract

“Avevamo seguito gli studi di Tom Danley sulla risonanza all’interno della Camera del Re, nella Grande Piramide e le conclusioni di Christopher Dunn relative alla realizzazione della perfezione monolitica attraverso strumenti di alta tecnologia ma quello che ci diede una spinta fondamentale a convincerci di essere sulla strada giusta sostenendo che le Piramidi di Giza fossero all’origine parti di un “macchinario” di produzione di immani quantità di energia allo stato puro, fu il compianto archeologo egiziano Johakim Abdel Awyan.

Nato alle pendici delle Tre Sorelle, ne conosceva i più reconditi meandri e raccontava di antiche tradizioni alchemiche, nelle quali la produzione di energia era ovviamente da attribuirsi ai monumenti della Piana. Il tutto attraverso l’intelligente utilizzo degli elementi base della chimica e di materiali rinvenibili in natura. Niente trivellazioni, dunque, nessuna ferita dell’uomo sul pianeta ma ingegno e profonda conoscenza di chi ci ospita con tanta pazienza .

Dallo studio delle forme e delle dimensioni rilevate sulla GP (Grande Piramide nda), nonché dei minuscoli reperti minerali presenti, seppur in minime proporzioni, nelle varie “stanze” del monumento, avevamo potuto rilevare i materiali originari impiegati per il rivestimento e la possibilità che la funzione originaria fosse davvero in linea con il pensiero delle ipotesi più ardite, seppur mai sviluppate, riguardanti la Piana più discussa e famosa del pianeta, si faceva sempre più vicina alla certezza.

Ci eravamo inoltrati, a conferma del nostro fecondo pensiero, anche nella mitologia predinastica, evidenziando la struttura e la particolare fattura degli strumenti degli Dei che riconduceva, in tutto e per tutto, ad argomenti e funzioni perfettamente legate e collegate all’utilizzo dell’energia.

Dal famoso Sistro di Iside ai nutriti geroglifici delle cripte di Dendera, passando dalle tarde descrizioni del Libro dei Morti, tutto ci ha ricondotti là, dove in origine sconosciuti progenitori, probabilmente superstiti di una immane catastrofe planetaria, si trovarono a dover ricostruire il passato senza più mezzi tecnologici a disposizione ma con un immenso archivio di conoscenza racchiuso nelle loro menti.

Alla fine di uno studio articolato e complesso su materiali quali ossidiana, quarzo ialino, rame, ecc… sulle correlazioni astronomiche che ci avevano condotti a scoprire gli elementi “mancanti” del progetto originario di Giza, sugli antichi testi e sui ricordi di autori relativamente recenti come Erodoto, Platone, Manetone, ecc…, sulla teoria dei quanti, dell’elettromagnetismo e di tutto ciò che la scienza oggi divide in settori, ci siamo resi conto che soltanto un concetto, oggi relegato all’esoterismo ma all’epoca definito scienza pura, poteva riunire il tutto in una sola spiegazione: alchimia…

Del resto ci trovavamo nella nera terra di Khem-et, alle origini dell’antica scienza dei Filosofi che oggi, per ovvie ragioni, è ben celata in misteriosi ed intricati percorsi filosofico-esoterici.

Sta di fatto che, una sera in cui faceva più freddo del solito ed il caminetto acceso si faceva fonte d’ispirazione, ebbi l’impulso di rispolverare un vecchio testo del quale mi dilettavo, ogni tanto, a studiarne la simbologia non avendo ottenuto, peraltro, fino a quel momento, nessun risultato davvero apprezzabile: il Rosarium Philosophorum. Cominciammo a leggere e le nostre menti, all’unisono, iniziarono a mettere insieme le immagini delle stanze della Grande Piramide alle parole dell’antico testo.

Era scritto tutto…

Le nostre ipotesi sulla funzione dei monumenti della Piana di Giza che prevedevano un tutto unico atto a produrre una quantità illimitata di energia, stavano prendendo forma attraverso quei procedimenti alchemici cosi tanto oscuri fino a quel momento.

Ogni stanza, a partire dalla sua forma architettonica e a proseguire nei materiali utilizzati per la sua realizzazione, ci suggeriva un momento alchemico ben preciso, in cui avvenivano delle vere  e proprie trasformazioni della materia pesante. Dalla camera sotterranea allo Zed, nel Rosarium Philosophorum era descritto un procedimento preciso, perfetto, che non lasciava più spazio a dubbi o incertezze.

La Piana di Giza, nel suo complesso, riuniva in se tutta la scienza conosciuta e quella considerata “di frontiera”. Elementi di fisica, matematica, astronomia, esoterismo, alchimia,… convivevano in un tutto unico e assolutamente perfetto. Nulla, nella realizzazione di siffatti colossi, era stato lasciato al caso!

Ora le teorie del compianto archeologo egiziano Abdel Hakim Awyan assumevano un senso logico quanto gli studi di Tom Danley, Christopher Dunn, John Burke… Ognuno di loro aveva prodotto un tassello fondamentale nella ricostruzione del Progetto Giza e noi, rimettendo insieme tali pezzetti, stavamo dando un senso logico a qualcosa che, fino a quel momento, era stato relegato nella fantasia. Stavamo riunendo ciò che era stato diviso e l’universo ci gratificava e ci rispondeva con il suo linguaggio unitario.”

Monica Benedetti

 

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