Come la “Condotta dei fabrianesi”. Paragoni inusuali tra “cose” nascoste.

 …credo che la volontà di mettersi in gioco sempre, nonostante la  consapevolezza dei propri limiti, sia una delle armi che aiutano a superarli

(Paolo Navone, commentando il suo libro “Bibbia e macchine volanti” – Drakon Edizioni, 2018)

 

Secondo il filologo svizzero Adolf Tobler, la parola paragóne viene dal greco para (= presso, rasente, contro) e akṓnē (= pietra).  Anticamente, infatti, si chiamava pietra di paragone una varietà di diaspro nero usata per determinare la purezza dell’oro (…strofinata sopra l’oro ne prende il colore lucente…). Di qui il significato generico di prova o di gara e per estensione, nell’uso comune, il paragone è diventato l’atto di mettere a confronto, quindi in genere sinonimo di comparazione. Seguendo libere associazioni di idee, articolate in un processo logico, sono arrivata a constatare che sussiste un rapporto di affinità tra due “spazi” di ricerca apparentemente molto differenti. Non so come mi sia venuto in mente di metterli a paragone. Vero è che, per motivi diversi, tali argomenti mi toccano profondamente. Così, è nata una riflessione intimista in cui mi sono concessa il lusso di indugiare fra ricordi personali, di divagare lo sguardo sulle bellezze della mia terra e di rallentare il passo dei pensieri che, come da sottotitolo, mi hanno portata a fare raffronti inusuali tra cose nascoste.

 Sono nata a Fabriano, in provincia di Ancona e sono vissuta nelle Marche per oltre quarant’anni. La mia nonna paterna, che in famiglia si favoleggiava fosse imparentata con Papa Leone XII, al secolo Annibale Francesco Clemente Melchiorre Girolamo Nicola Sermattei dei Conti della Genga, era originaria esattamente di quel minuscolo comune, Genga, un poetico borgo senza tempo stretto attorno all’austero castello e abbarbicato su una piccola spianata rocciosa del Giunguno (o Ginguno), un monte menzionato persino da Strabone che lo indica tra l’Aesis fluvius (cioè l’Esino) e la città di Sentino, centro fondato dai romani a valle dell’attuale Sassoferrato.

Il Borgo di Genga (AN) da http://www.apptur.it/genga/il-castello-di-genga/

Quand’ero bambina, in estate, c’era sempre un pretesto per andare in quel di Genga. Dopo un giro per parenti, facevamo due passi tra le antiche mura o una breve scarpinata al Tempio del Valadier (cappella neoclassica costruita nel 1828 per volere del Papa suddetto) e all’adiacente eremo di Santa Maria Infra Saxa (piccolo ex monastero femminile dell’anno 1000) entrambi incastonati all’interno di una vasta nicchia naturale schiusa nella parete rocciosa che scende a picco verso il fondo della Gola di Frasassi ove il Fiume Sentino, spumeggiando, scorre parallelo alla tortuosa strada comunale. Oppure andavamo a San Vittore, frazione di Genga adagiata alla fine della stretta e sinuosa Gola suddetta nei pressi del punto in cui il Sentino si getta nell’Esino, per ammirare ancora una volta l’Abbazia di San Vittore alle Chiuse (XI secolo), piccolo gioiello in pietra calcarea che esercita sempre un certo fascino, soprattutto se ci si sofferma sulla sua enigmatica architettura che la rende più simile a una fortezza che a una chiesa. Curiosamente l’abbazia è edificata secondo un modello che si ripete in altri tre edifici di culto nelle Marche (San Claudio al Chienti, Santa Maria delle Moie, Santa Croce di Sassoferrato), ma non si sa attraverso quali percorsi tale schema architettonico, secondo alcuni di influenza bizantina, secondo altri di origine nordica, sia stato importato nell’antico Piceno Annonario. Di solito, finivamo proprio lì la giornata, a San Vittore, magari con un pic-nic non distante dalla famosa sorgente d’acqua sulfurea, preziosa per le cure termali, ma pur sempre terribilmente maleodorante. Col suo fetore di uova fradice riusciva ad “ammorbare” l’intero paese, benché all’epoca non ci facessi gran caso: il tanfo era parte del paesaggio. A pensarci bene posso dire che, nella mia percezione naïf, io stessa mi sentivo parte del paesaggio.

San Vittore di Genga (AN) – In primo piano l’abbazia di San Vittore alle Chiuse; sullo sfondo la Gola di Frasassi tra il monte Vallemontagnana (a sx) e il monte Frasassi (a dx) da http://turismo.comunedigenga.it/?p=916

Nei primi anni del 1800, contemporaneamente alla geologia che, elevandosi al grado di scienza, iniziava allora a studiare con un certo rigore i processi che modellano il nostro pianeta, la Gola di Frasassi fu oggetto di attenzione da parte degli eruditi per via del suo ambiente carsico. Nel 1948, nei pressi San Vittore, il Gruppo Speleologico di Ancona scoprì l’ingresso della Grotta del Fiume. Ricordo perfettamente quell’anfratto sulla sponda del Sentino, circondato da fogliame e arbusti, che si perdeva nel nero più profondo: era sbarrato da una inferriata possente, almeno così mi sembrava, e mi faceva venire in mente le tetre segrete di un antico maniero, incutendomi un filo di inquietudine.

Mio padre, indomito spirito montanaro e per diversi anni presidente del CAI (Club Alpino Italiano) di Fabriano, mi raccontava che nel tempo le esplorazioni della Grotta del Fiume erano proseguite riscontrando numerose diramazioni di cui una, scoperta nel 1966 da Maurizio Borioni del Gruppo Speleologico fabrianese, proseguiva all’interno della montagna per oltre un chilometro.

Dall’inizio degli anni ’70 l’argomento grotte, nelle Marche, iniziò ad esercitare un interesse diffuso oltre il ristretto ambiente speleologico. A casa mia non si fece eccezione: frequentando il CAI avevamo occasione di seguire molto da vicino le ricerche sistematiche dei giovani appassionati locali che, in un tempo davvero breve, portarono a scoperte inimmaginabili. Ma procediamo con ordine.

Nel 1971 alcuni esploratori di Jesi, ampliando e superando la “Strettoia del Tarlo”, un angusto passaggio della Grotta del Fiume, si trovarono immersi in cinque chilometri di nuove caverne, cunicoli, pozzi ed imponenti gallerie. Nello stesso anno Rolando Silvestri, insieme ad un amico, scoprì un piccolo imbocco sul versante nord del monte Vallemontagnana più o meno all’altezza del Foro degli Occhialoni, una sorta di “bifora circolare” naturale, situato sul fianco dell’opposto monte Frasassi, residuo di antichissimi fenomeni erosivi sicuramente molto più estesi. Per Silvestri, che frequentavava il  “1° Corso di introduzione alla Speleologia” organizzato dalla sezione CAI di Ancona, il buco lasciato forse esposto dallo scivolamento del terreno dopo un’estate torrida, poteva essere proprio l’accesso per cavità sconosciute di cui si sospettava da tempo l’esistenza. Fortuitamente ne parlò proprio con l’istruttore del Corso, Giancarlo Cappanera, veterano della speleologia locale. Giancarlo aveva iniziato avventurandosi nel sottosuolo insieme ad altri amici ardimentosi con cui condivideva la stessa passione. Aveva poi messo a disposizione le conoscenze acquisite sul campo facendo da istruttore affinché la sua scorta d’esperienza potesse fare da guida alle nuove leve nell’affrontare le difficoltà in grotta. Nonostante i leciti dubbi, l’entusiasmo del giovane allievo fu coinvolgente. Inizialmente rimasi un po’ scettico – narra Cappanera – conoscevo bene la zona e non mi sembrava che ci fosse qualcosa di interessante, ma l’insistenza di Rolando mi fece accantonare le mie presunzioni di ‘vecio speleologo’ e, senza una motivazione sostenibile, feci l’atto di fede umana più ispirato della mia vita: organizzai per il sabato successivo un’estemporanea spedizione di ricerca nell’ambito del corso di Speleologia.”

Il 25 settembre il gruppo speleologico di Ancona raggiunse l’apertura, poco più di una tana, individuata in precedenza da Silvestri e si inoltrò nel ventre di Gaia. Nel dettagliato racconto di Cappanera trapelano tutte le speranze, gli entusiasmi, la trepidazione e la ferma determinazione che impregnavano gli animi in quei momenti. Fu questo insieme il collante che, con l’aiuto di un pizzico di fortuna, permise alla spedizione di trovare la conferma dell’intuizione iniziale. Così, dopo vari tentativi, numerosi ostacoli, ore di scavi in condizioni proibitive, i giovani anconetani ebbero accesso, calandosi dall’alto, a quella che verrà presentata al mondo come la Grotta Grande del Vento.

L’immensa voragine che trova posto al suo interno, l’Abisso Ancona (oltre 200 metri di altezza, 180 metri di lunghezza e 120 metri di larghezza, come dire uno spazio che potrebbe ospitare più che comodamente il Duomo di Milano), si spalanca verso la cavità principale dell’area carsica:  a  perdita d’occhio spettacolari effetti plastici di infinite concrezioni calcaree, capolavori creati dall’acqua nel corso di circa un milione e mezzo di anni e serbate alla vista dell’uomo in quelle grotte nel cuore dell’Appennino marchigiano fino a quarantasette di anni fa. Per quei coraggiosi che fecero soprattutto affidamento sul proprio “sesto senso” piuttosto che sulla ragione e che preparati ed equipaggiati appena quanto basta, furono disposti a mettere a rischio la loro stessa vita per seguire una percezione, deve essere stata una commozione ineguagliabile intravedere, al debole chiarore delle lampade ad acetilene, la “première” di quel santuario cesellato dalla natura. “…è stata un’esperienza talmente sconvolgente – scrive appunto Giancarlo Cappanera – che l’emozione è tutt’ora viva: questa scoperta mi ha lasciato un segno che rimarrà per tutta la vita.”

Non si sa come, la notizia del ritrovamento giunse alle orecchie di qualche giornalista locale e fu divulgata prima di quanto gli scopritori avessero voluto. L’attenzione e il fermento intorno alle Grotte di Frasassi crebbero d’intensità. Se i ricordi non mi ingannano, nella mia città non si parlava d’altro. Dunque erano stati trovati due ambienti ipogei separati: la Grotta del Fiume, al livello del Sentino, si inoltrava nella montagna con più di cinque chilometri di gallerie sviluppate su più piani, mentre la gigantesca Grotta Grande del Vento, a quota più elevata, si era rivelata sotto i piedi dei primi visitatori del CAI di Ancona e non era stata del tutto esplorata.

Come farebbe un cane che annusa l’aroma dei tartufi, i giovani speleologi marchigiani sembravano fiutare nell’aria i segreti che il mondo sotterraneo custodiva ancora. Erano infatti convinti che tra le due grotte esistesse una via di comunicazione e ne continuarono freneticamente le ricerche. Nuovamente fu l’intuizione a indicare la via. Dopo diverse perlustrazioni, l’8 dicembre 1971, alcuni speleologi del CAI di Fabriano individuarono il cunicolo che collega la Grotta Grande del Vento e la Grotta del Fiume permettendo di fatto di riconoscerle per ciò che sono: un unico, splendido complesso carsico che si sviluppa, ad altezze diverse, in un labirinto di oltre tredici chilometri. Il passaggio tra i due ipogei, non certo agevole come si arguisce dal suo nome, fu chiamato la “Condotta dei Fabrianesi”.  Il resto è storia. Dal 1° settembre 1974 la Grotta Grande del Vento, una delle più belle d’Europa, è accessibile al pubblico che arriva da ogni dove per visitarla.

Oltre al merito della scoperta, ai giovani marchigiani va anche quello di aver fornito l’occasione per un nuovo impulso turistico ed economico al territorio di Genga che, fino ad allora, era davvero povero di risorse.

Gruppo di concrezioni detto “I Giganti”  in copertina della rivista del CAI (1978) da http://www.frasassigsm.it/la-scoperta-di-frasassi/

La speleologia non è certo adatta a chiunque. Oggi è annoverata a tutti gli effetti fra le scienze che studiano il pianeta, specificatamente nei fenomeni che riguardano il sottosuolo, il movimento delle acque sotterranee e l’ecosistema di questi luoghi unici e riservati. Ma l’aspetto puramente scientifico della speleologia si coniuga necessariamente con quello di disciplina sportiva praticata in un ambiente estremo. Effettivamente uno speleologo, giocoforza, deve essere disposto a misurarsi sia con la materia di studio, la Terra che racconta la sua storia incontaminata, sia con le tecniche di progressione tipiche dell’arrampicata su roccia, rese più problematiche dall’imprevedibilità dell’esplorazione, dalla scivolosità del cammino, dal buio assoluto. In più, in un ambiente sotterraneo, si deve tener conto che la percezione dello spazio e quella del tempo sono diverse rispetto all’esterno: i confini sembrano dilatati fino a stemperarsi apparentemente nel nulla, il tempo si espande quasi fino a scomparire.

Quei ragazzi degli anni ’70 si sono approcciati alla montagna e ai suoi segreti, sostenuti da poca preparazione tecnica, tanta volontà e infinita passione, ma senza mai dimenticare il sacrale rispetto dovuto al luogo che ci ospita e che ci nutre, come ai delicati equilibri dei suoi più reconditi ambienti sotterranei. Diedero anima e corpo sperimentando accidentati, fangosi cammini mai battuti prima. Strisciando nell’oscurità seguirono idee oltre il controllo dei propri sensi, per esse si misero in gioco sfidando i propri limiti.

Non fu tutto rose e fiori, certo, polemiche e disaccordi non mancarono, anche fra gli stessi speleologi, ma lo spirito di gruppo e la condivisione non vennero mai meno. Non so se l’esaltazione sull’argomento grotte che mi coinvolse in quegli anni confonde i miei ricordi, ma non mi pare che qualcuno abbia mai criticato, né tantomeno sminuito, l’impegno di quei pionieri. Anzi l’interesse della comunità rappresentava un sostegno, un incitamento a non demordere. A nessuno venne in mente di domandare loro l’esibizione di attestati o lauree, in geologia magari, che suggellassero la loro esplorazione nelle viscere della Terra. Fu la stessa loro opera di ricerca a qualificarli speleologi a tutti gli effetti. E questo è bello ed è giusto perché l’avanguardia che apre una “nuova via”, ispirata da spirito schietto e senza velleità vanagloriose, è quella che accetta sempre il rischio maggiore: affrontare l’incognito pagandone il prezzo.

Grotte di Frasassi. Uno degli ambienti oggi aperti al pubblico.

Come in un effetto visivo di dissolvenza, improvvisamente, tra le memorie della mia adolescenza ha preso forma un confronto, spontaneo quanto forse inusitato, un paragone tra il mondo sotterraneo e il passato dell’umanità. Anche quest’ultimo in effetti può essere considerato uno “spazio” celato (non da dirupi montani, ma dalla dimenticanza) che necessita di essere esplorato con un’audacia analoga a quella degli speleologi marchigiani del 1971.  Cercare le nostre origini, intuirne le tracce risalendo i millenni, seguirle nelle infinite diramazioni dei miti e delle testimonianze arcaiche, può considerarsi dunque simile al gettarsi a capofitto in una tenebrosa fessura del terreno? Sì, indubbiamente, anche se parliamo in senso figurato: per ovvie ragioni un “topo da biblioteca” non corre fisicamente gli stessi rischi di uno speleologo.

La grotta, la storia: due sconfinati “contenitori” in cui immergersi e condurre un percorso nell’intimità più profonda. Il rapporto che l’uomo sperimenta all’interno di tali “contenitori” è senza intermediari. Si potrebbe paragonare all’occulta comunione che sussiste tra utero e feto dalla cui mutuale partecipazione ha origine una nuova entità. E la Terra non è la Madre per eccellenza? La storia non è “madre” a sua volta? Voglio dire, non è forse l’intero vissuto dell’umanità che ci ha modellati generando chi oggi siamo?

Sia nell’esplorazione degli abissi carsici, sia in una indagine storica, soprattutto se vòlta a ricomporre l’inizio delle vicende umane, ci si addentra in ambiti sconosciuti e nascosti in cui la rotta, virtuale o non, non ha più punti di riferimento e il rapporto con i canali attraverso cui ci giungono gli stimoli esterni si altera rispetto alla normale percezione. Per esempio il canale “visivo” è quasi del tutto precluso in entrambe le ricerche. Nel sottosuolo la mancanza di luce impedisce di comprendere quanto è profondo un pozzo, o dov’è l’imbocco del prossimo cunicolo; nel secondo caso ci si trova ad affrontare il buio che avvolge il nostro lontano passato, un buio fatto di oblio. È questa completa perdita di ogni memoria ciò che rende difficile “orientarsi” nell’interpretazione degli antichi documenti o dei reperti che l’archeologia restituisce, così come è ciò che ci impedisce di riconoscere chi siamo stati.

Benedetto Croce, giustamente, annotava: “L’uomo dimentica. Si dice che ciò è opera del tempo; ma troppe cose buone, e troppe ardue opere, si sogliono attribuire al tempo, cioè a un essere che non esiste. No: quella dimenticanza non è opera del tempo; è opera nostra che vogliamo dimenticare e dimentichiamo”.

C’è da aggiungere tuttavia che l’uomo, per sua volontà o meno, non solo è incline a dimenticare, ma anche a scordare. Pensate che le due azioni abbiano valore identico? Non proprio: dimenticare, etimologicamente dal latino di-mentàre, vuol dire allontanare dalla mente; invece scordare, dal latino ex-còrde (da cor, cordis = cuore, animo, intelligenza + ex = fuori da), significa uscire dal cuore. Quindi il motivo più importante per cui il passato ci appare totalmente fosco è che abbiamo estromesso il ricordo della nostra vera origine e la prima parte del nostro cammino, sia dalla mente che dal cuore. Così non sappiamo più riconoscere la qualità intrinseca che ci distingueva all’inizio della nostra esperienza su questa Terra. E non è tutto. Infatti scordare ha in più un secondo interessante valore: far perdere l’accordatura a uno strumento musicale.

Non ne teniamo conto quasi mai, ma l’uomo è davvero uno “strumento musicale”. Sebbene non tutti i linguisti concordino, ho trovato illuminante l’opinione di Ottorino Pianigiani (vedi ) che individua l’etimologia della parola persona nel latino per-sonàre cioè parlare attraverso. Alcuni ricollegano il latino per-sonàre all’etrusco phersu, termine con cui si denominava la maschera che schermava il viso degli attori costringendoli a far uscire la loro voce attraverso tale oggetto. Questo mi fa pensare che la vibrazione cosmica dovrebbe parlare attraverso l’uomo, in altri termini risuonare attraverso l’uomo. Però, se egli è male “accordato”, emette una vibrazione sgradevole originando una dissonanza che lo pone in contrasto sia con sé stesso, sia con l’intero Cosmo, anziché in armonia, allontanandolo dalla sua reale natura. Anche ricostruendo l’origine della parola persona in altro modo, il concetto non cambia poi molto, il legame dell’uomo con l’Universo emerge lo stesso. Infatti “… se si risale oltre l’etimologia indoeuropea fino alla primitiva radice sumero-accadica seguendo Giovanni Semerano, si individua nel termine “persona” il più generale significato di “parte” (pars) da “parsu” o “persu”, […]: persona indica cioè l’essere parte di un tutto non separabile, l’essere partecipe di una totalità di cui è specchio o immagine, un essere parte del mondo della Natura e non contrapposto ad essa.” (Enrico Antonio Giannetto, Scienze della Natura e Scienze della Persona: la Natura come Persona) .

Dunque scordare, verbo transitivo la cui azione passa, transita sull’oggetto, – nel caso specifico con gli stessi definitivi effetti di una spugna sulla lavagna della memoria che cancella ogni traccia delle nostre radici –  ci pone in una condizione “falsa”, sbagliata rispetto a noi stessi e all’Universo intero. Tale disarmonia è ben diversa dalla situazione originale. È esistito un tempo (forse imprecisabile per le nostre attuali conoscenze) in cui l’essere umano era “intonato” con l’Universo, una realtà antropologica ormai perduta in cui c’era una spontanea inclinazione a recepire gli stimoli esterni in modo consono e ad agire armonicamente. Così per l’uomo la conoscenza attingeva ad un sapere che aveva origine nella sintonia con il Pensiero Perfetto o Pensiero vivente, quella Forza cosmica immutabile fuori dallo Spazio-Tempo che può essere percepita solo attraverso le nostre componenti immateriali, di cui tutti siamo partecipi e grazie alla quale siamo riuniti nel Tutto.   

Durante le ricerche condotte nei due arcani campi di ricerca di cui stiamo parlando, per sopperire alla carenza di “lumi”, si è spinti a prestare un’attenzione nuova agli impulsi dell’istinto, troppo spesso zittiti nella quotidianità odierna poiché considerati il residuo di un carattere “animalesco”, un “primitivo” retaggio di cui disfarsi a favore di una razionalità che valuta in modo parziale. Invece, forse proprio perché immersi nelle “profondità” ad affrontare la Tenebra in modo diretto, qualcosa si riaccende in noi, la nostra parte intangibile si riconnette alla Realtà oltre lo Spazio-Tempo, la fonte a cui appartiene, e ci permette di “vedere” laddove i nostri occhi sono ciechi. Siamo come sistemi oscillanti che entrano (ancora) in risonanza con la Realtà. Con il fenomeno della risonanza un sistema oscillante è in grado di assorbire energia da una sorgente esterna in modo particolarmente efficiente solo ad una (o più) frequenze ben precise. Allineando il ritmo del nostro cuore a quello della Realtà, i timori cedono e diveniamo partecipi di un potere che scorre attraverso di noi e che rende possibile una sincronia con l’Onda Creativa.   Sta a ognuno noi mettere a frutto con perseveranza il proprio talento: l’intuizione è la scintilla, il fuoco fatuo che, come nei racconti tradizionali scandinavi, traccia la via verso qualche “tesoro” cesellato dalle acque e racchiuso nel cuore inviolato delle montagne o nei millenni più distanti della nostra storia.  L’intuito riflette i moti delle nostre componenti immateriali e crea il collegamento, una sorta di “canale di congiunzione” tra la dimensione atemporale della Realtà e la dimensione materiale dipendente dal tempo in cui siamo immersi, la dualità. Poiché l’Universo ci appare in due modi differenti: da un lato la nostra razionalità, la parte logica che domina la vita cosciente, ha una visuale analitica maschile della realtà, dall’altro la nostra emozionalità, parte tenuta in ombra che percepisce l’Universo come sensazione, ha una visuale intuitiva femminile. Entrambi gli emisferi cerebrali sono strumenti indispensabili a nostra disposizione per comprendere la realtà che stiamo esplorando. Potrei allora azzardare che l’intuito rappresenta, in senso metaforico, la “Condotta dei Fabrianesi” che permette di allacciare le nostre funzioni cognitive, conciliandole tra loro: l’una indica la direzione, l’altra sottopone a verifica. Solo così  possiamo aprirci ad una visione armonica, completa.  

Dovremmo essere disposti a favorire gli slanci dell’intuito accogliendo le verità a cui attinge e accettare la limitatezza della sola voce della ragione. Questa è la prima mossa per “riconciliarci” con noi stessi nell’integrità del nostro flusso coscienziale, una condizione che ci riavvicina alla perfezione originaria da cui siamo ormai disgiunti, quello stato ideale che abbiamo trasformato in un fantasma relegandolo nella cerchia delle leggende.

L’analogia tra speleologia e antropologia preistorica, sta nell’inseguire un’idea che si basa su minuscoli indizi e che si addentra oltre il limite di ciò che sembra ovvio, sta nel concedere più credito all’audacia e meno a una perfetta preparazione tecnica, sta nel gesto di fiducioso abbandono che si manifesta avanzando il primo passo nell’ignoto. In entrambi gli ambiti si imboccano strade di cui non si conosce lo sviluppo, in cui non voltarsi indietro e non tentennare è l’unico modo per raggiungere la meta. Esattamente come la semina, la ricerca è un atto di fede che ci spinge all’azione senza la sicurezza di un esito certo e né la certezza che saremo noi a raccogliere i frutti di tanta fatica.

Chi si occupa di speleologia o di antropologia preistorica si addentra in una oggettività difficile da valutare apriori e dall’estensione imprevedibile. Per questo spesso l’oscurità, oggettiva o non, attanaglia l’animo umano nell’inquietudine. Ma piuttosto che temere il buio dovremmo imparare ad amarlo poiché addentrarsi nell’oscurità può rappresentare un vero e proprio percorso iniziatico di morte simbolica prima e di rinascita poi. Un po’ come il peregrinare di Eracle che dopo tante prove si trova ad affrontare forse la più difficile: scendere nel mondo degli inferi e faticosamente risalire a quello umano. Da simili percorsi si esce profondamente cambiati, per sempre.

Le ragioni che ci spingono ad iniziare una ricerca, in qualunque campo, sono sempre più profonde di quanto non sembri in apparenza. Sono motivazioni che “arrivano a toccare i nostri stati d’animo più nascosti” sostiene Corrado Malanga, a buona ragione, nella prefazione del mio libro Pelasgi. Stirpe Divina  edito da Drakon Edizioni.

Tutte le ricerche – prosegue – hanno un punto in comune dettato da quel meccanismo, del tutto inconsapevole, che è sempre lo stesso, che ci spinge irrefrenabilmente a portare avanti il nostro percorso.”

Un indizio, o meglio una conferma, ce la dà proprio Giancarlo Cappanera quando dichiara: “noi speleologi sotto terra cerchiamo noi stessi, non la gloria”. Anche chi cerca l’origine dell’Umanità non mira al plauso, ma nel percorso a ritroso nel tempo cerca sé stesso, in un processo di ricongiunzione con lo stato ideale primordiale in cui si trova a specchiarsi nell’immagine di quell’uomo perfetto che egli fu in un momento della sua storia. Specchiarsi vuol dire conoscersi. E sapere chi siamo stati ci permette di capire chi siamo adesso e di immaginare chi saremo e in che direzione si svilupperà il futuro.

Nulla cambia senza qualcosa di nuovo: accantonare le presunzioni e decidere di compiere un atto di fede umana dando credito all’ispirazione apparentemente senza una motivazione sostenibile, è davvero qualcosa di nuovo. Non facile certo, poiché affrontare sé stessi e i propri limiti superando gli stretti confini che ci siamo imposti è la cosa più ardua e sconvolgente a cui si deve far fronte quando si intraprende la via della ricerca di confine in ambito storico. Divulgare poi i risultati delle proprie ricerche rendendoli pubblici è un ulteriore mettersi alla prova che richiede innanzi tutto la grande umiltà di riconoscere che non si è raggiunto nessun traguardo: le proprie conclusioni, quando verosimili, non sono che un frammento di un grande mosaico che si può ricomporre solo con un disinteressato sforzo collettivo. Anche il più piccolo dettaglio messo in luce, attraverso un’intuizione confermata o per mezzo di una rilettura eterodossa delle documentazioni, ha un valore simile a quello di una clamorosa scoperta archeologica poiché concorre allo stesso modo alla ricostruzione della storia dell’Umanità. Raffrontando ancora una volta la ricerca storica alla speleologia, mi sento di affermare che gli jesini scopritori della strettoia del Tarlo” hanno lo stesso merito degli anconetani che portarono agli occhi del mondo l’imponente Grotta Grande del Vento. E l’identico riconoscimento va dato ai giovani che seppero individuare la “Condotta dei Fabrianesi”, il malagevole passaggio che permette al grande labirinto di Frasassi di essere considerato un’unica realtà carsica.

Scrive ancora Cappanera: “Mi chiedono spesso quali vantaggi abbiamo ottenuto dopo la scoperta della Grotta Grande del Vento e precedentemente, della collegata Grotta del Fiume: non ne abbiamo chiesto nessuno! Dal magnifico territorio di Frasassi abbiamo preso solo fotografie e lasciato unicamente le impronte dei nostri scarponi.” Nessun ricercatore puro si aspetta onori o privilegi. Lasciare un’impronta, questo forse sì, divulgare un’immagine della realtà remota valutata attraverso la propria sensibilità, questo sì. Tracciare una nuova via a beneficio di tutti, questo, decisamente sì.

In conclusione concedetemi di esprimere un piccolo rammarico. Sono fiera che l’ardimento, la scrupolosità e la modestia siano state qualità sufficienti a stimare come autentici speleologi gli scopritori della Grotta Grande del Vento. Tuttavia mi chiedo: e noi? Come dovremmo qualificarci noi che ci arrischiamo “À la recherche du temps perdu” con altrettanto slancio, rigore e coraggio? Più che in tono polemico lo dico con un filo d’ironia: se ci definiamo ricercatori, veniamo derisi con la precisazione “ricercatori da poltrona”, se non possiamo presentare lauree siamo invitati, spesso con arroganza, a farci da parte e bollati come incompetenti. Se, nonostante ciò, osiamo addentrarci nelle discipline specifiche, indispensabili incastri da considerare in ogni ricerca storica che necessariamente si articola tra archeologia, genetica, linguistica e quant’altro, veniamo tacciati di superficialità e accusati di immischiarci in questioni sulle quali non abbiamo un’idonea preparazione. O magari intendono un adeguato indottrinamento? E non importa quanto le nostre ipotesi possano essere ben supportate attraverso studi accurati, per la maggior parte dei conservatori siamo solo dei visionari.

E sia! Ben venga la singolarità, la “follia” eterodossa di noi anonimi cercatori dell’Origine che configuriamo una realtà possibile osservando da “un’altra” angolazione, punto di vista celato alla parzialità di chi non sa, né vuole, misurarsi con l’ignoto e tanto meno “specchiarsi” per conoscersi. Una volta imboccata, la strada della Recherche eterodossa non si abbandona, qualunque sia la sua evoluzione.

 

P.S.: Chi desidera leggere il racconto autografo di Giancarlo Cappanera sulla scoperta della Grotta Grande Del Vento può trovarlo qui. Per la cronaca: dopo quarantadue anni agli speleologi che scoprirono la Grotta Grande del Vento è stato fatto omaggio di un tesserino d’ingresso gratuito. Alla faccia della gloria.

Secondo P.S.: Non so con certezza se mia nonna fosse imparentata con Papa della Genga, ma i lineamenti di Leone XII nel ritratto me la ricordano nella linea del naso, nel taglio degli occhi e nella forma della bocca. Lo ammetto, è un po’ inquietante vedere la propria nonna con un’espressione arcigna che lei non ha mai avuto e per di più nelle vesti di un Papa … Ma forse è solo la suggestione di vecchi ricordi.

Leone XII

 

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3 risposte a “Come la “Condotta dei fabrianesi”. Paragoni inusuali tra “cose” nascoste.”

  1. Gentile Sig.ra Tiziana, mai durante i 47 anni trascorsi dalla scoperta della Grotta Grande del Vento di Frasassi, avevo letto una veritiera riflessione storica e filosofica sulla questa storia da lei narrata. Noi speleologi abbiamo permesso a tanta gente di provare emozioni uniche, le stesse che io ho provato nel leggerla. Complimenti da Giancarlo Cappanera

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