Del Principio e della Fine – Storia Circolare

‘Quello che tu consideri il principio, io lo considero la fine’ – Principio e Fine

Principio e Fine. Il biologo e saggista italiano Giuseppe Sermonti (1925), in una sua opera racconta di aver assistito ad una conversazione “sulla modernità” in cui Elémire Zolla (scrittore, filosofo e storico delle religioni, 1926 – 2002) rispondeva ad Armando Plebe (filosofo e storico della filosofia, 1927 – 2017) con la frase che riporto nel titolo: “Quello che tu consideri il principio, io lo considero la fine.”

È un concetto che, in sintesi estrema, rispecchia le due principali correnti di pensiero attuali sul passato remoto dell’umanità.

La prima opinione, la più diffusa, sulla base di un’osservazione opinabile dei reperti e delle attestazioni, considera le epoche preistoriche con l’equazione stato primitivo = inciviltà, cioè come un periodo di totale arretratezza posto relativamente a ridosso del nostro tempo, punto di partenza da cui progressivamente si evolve la vicenda umana attraverso il perfezionamento antropologico, lo sviluppo psichico e l’acquisizione di competenze per mezzo dell’ingegno. Prima di questo l’identità umana non esiste. Nonostante che l’arco di tempo in cui si sarebbe svolto tale processo graduale di sviluppo non è stato sufficiente per comprendere fino in fondo il significato e l’essenza della vita stessa in senso metafisico, l’idea che la storia si sviluppi linearmente, è comunque rassicurante per l’umanità contemporanea. Se la freccia dell’evoluzione corre in modo rettilineo verso il futuro, la constatazione incontrovertibile è che lui, uomo moderno, si trova ad occupare il vertice di quella freccia. Così, pensando di primeggiare su tutti quelli che l’hanno preceduto nel tempo, l’uomo s’insuperbisce, perché non solo è il migliore della sua specie nel presente, ma lo sarà anche nel futuro.

L’altra corrente, meno prevalente, respinge il limite di un andamento meramente progressivo della storia, individuando le radici della “razza” umana molto più indietro nel tempo e in quel fondamento riconosce una realtà antropologicamente progredita, capace di esprimere elevate forme di sviluppo intellettuale, spirituale e materiale. Anzi, è proprio in quell’imprecisato momento del suo passato che l’umanità sembra raggiungere l’apice di uno sviluppo pieno, compiuto, maturo. In quello stato di cose, ogni vivente sembrava compreso nel mistero dell’intero Creato e l’uomo, armoniosamente connesso alla realtà sovrannaturale al di fuori dello Spazio-Tempo, sembrava conoscere “ogni cosa” e riconoscere la sua vera essenza in un principio immutabile ed eterno. Nonostante il suo essere così vicino all’ideale più puro, tale archetipo di civiltà finì per giungere al declino. Tuttavia il suo patrimonio culturale non andò completamente disperso, ma al contrario costituì un retaggio di conoscenze, lo stesso che sembra riaffiorare nelle fasi più arcaiche e in alcune caratteristiche di determinate civiltà storiche.

Con l’ipotesi appena descritta, però, le nostre radici non hanno più un esatto punto d’inizio nella linea del tempo e la freccia dell’evoluzione non si muove in linea retta, ma descrive una circonferenza senza principio né fine (Comune infatti è il principio e la fine nella circonferenza del cerchio, dice Eraclito), in un movimento continuo che distrugge e poi rinnova, in una eterna trasformazione che dal progresso porta alla degenerazione. Essere dunque al vertice di quella freccia può indicare indifferentemente l’andare incontro ad un radioso futuro, o al contrario il lasciarsi alle spalle uno splendido passato. È indubbiamente una posizione scomoda e l’uomo moderno non ha più nulla di cui insuperbirsi. In questa prospettiva ciclica infatti il passato è una presenza ingombrante dacché non può garantire all’uomo di essere evolutivamente “il migliore” della sua specie.

L’ipotesi dei corsi e ricorsi di vichiana memoria mi appare più credibile sebbene neanche Giambattista Vico riuscì verosimilmente a concepire la reale vastità del fenomeno. Dunque la storia umana non è, come poteva sembrare ad un primo sguardo superficiale, un lineare accidentato percorso, ma un flusso che scorre seguendo le regole cosmiche che presiedono il perpetuarsi della vita attraverso le sue fasi ripetitive (nascita, sviluppo, maturità, declino, morte, rigenerazione).

Come dicevo all’inizio, alla base della prima corrente di pensiero, c’è un’osservazione della realtà che ho definito “opinabile” poiché non utilizza parametri confacenti alle origini, bensì solo i criteri di giudizio che conosce, quelli conformi alla propria Era. La primigenia realtà è del tutto sconosciuta a noi contemporanei, ma si pretende di esplorarla con mezzi impropri. Infatti L’osservazione non è legata alla oggettività ma alla consapevolezza della cosa che io credo di avere davanti. Non è lo strumento che fa l’osservazione, che misura le cose, ma la coscienza dell’osservatore che sta dietro e che misura le cose. Rendersi o meno conto di una cosa dipende solo dalla consapevolezza che ho della cosa che sto osservando. (Corrado Malanga)

Ne abbiamo dimostrazione ogni giorno. Per esempio non siamo in grado di riconoscere attrezzi agricoli usati dai nostri bisnonni perché non sappiamo a cosa servivano né come funzionavano; un bambino di oggi cerca tasti da schiacciare su un vecchio telefono anni ’60 a disco combinatore perché non sa dell’esistenza di tale meccanismo; recentemente è stato battuto all’asta da Christie’s, a New York per 450 milioni di dollari, un quadro intitolato Salvator Mundi attribuito a Leonardo da Vinci dopo una serie di stime ancora controverse: in poco più di cinque secoli abbiamo perso qualsiasi possibilità di riconoscere con certezza assoluta la mano del genio del nostro Rinascimento. Potrei continuare all’infinito.

È indubbiamente un atto presuntuoso dare spiegazione alla più remota identità umana, di cui sappiamo poco e nulla del suo percorso genetico, di cui ci sfugge la struttura del pensiero, il modo in cui intendeva la realtà e il modo in cui esprimeva quella sua percezione, in base a una congettura su dati non probanti (tale è!) che considera la storia umana come una lenta costante progressione graduale che porta da uno stadio primitivo ad uno più evoluto. A me pare solo un goffo tentativo di decriptare l’origine considerandola una variante rudimentale dell’oggi. Nessuna traccia o documentazione del nostro passato fornisce la prova certa che l’uomo antico fu una versione elementare perfezionabile di quello contemporaneo. Al contrario le vestigia del passato ci pongono dinnanzi testimonianze dell’ingegno umano che non hanno eguali nel nostro tempo.

“L’Allora” è una realtà ignota e, forse, indefinibile. Dovremmo inchinarci davanti a questo principio dogmatico ed approcciarci all’esplorazione di tale realtà con il rispetto dovuto a qualcosa di inviolabile.

L’uomo antico era sicuramente diverso da noi, percepiva sé stesso e il mondo intorno a sé in modo differente e per come era, si esprimeva. Credo davvero che ci sia stato un tempo per l’umanità in cui esisteva un’attitudine naturale per cogliere il significato delle cose, una spontanea inclinazione a recepire gli stimoli esterni e ad agire in modo armonico perché l’essere umano era “intonato” con l’Universo. Tutto questo rappresenta un tipo di conoscenza profonda e raffinata che ci è del tutto estranea. Ma noi, se davvero vogliamo addentrarci in quella realtà, dobbiamo fare lo sforzo di liberarci da qualunque pregiudizio legato alla condizione del nostro tempo. Solo così l’inestricabile rompicapo dalle infinite tessere rivelerà il riflesso del vero volto della Civiltà delle Origini e quell’ideale di perfezione potrebbe illuminare i nostri passi nell’Uroboro dei cicli naturali ed aiutarci a riconnetterci al Pensiero Vivente, quella Forza cosmica immutabile di cui tutti siamo partecipi e grazie alla quale siamo riuniti nel Tutto.

E dunque va presa una decisione: stiamo andando incontro ad un magnifico futuro o ci stiamo allontanando da un terribile passato? A voi la scelta.

Quello che tu consideri il principio, io lo considero la fine.”

Personalmente la mia l’ho fatta. Preferisco addentrarmi con animo sereno nella “tana del Bianconiglio” della nostra storia, un cunicolo buio, circolare, di cui ignoro l’estensione. Un fremito di paura, un guizzo d’entusiasmo, la mente aperta all’Universo e l’umiltà di chi ha sempre qualcosa da imparare.

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3 risposte a “Del Principio e della Fine – Storia Circolare”

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