I “SEGRETI” DEL RE. Il principio di sovranità: dai valori semantici all’espressione originale della realtà percepita. Parte 5. Le insegne del potere: lo scettro (1)

Come si diceva nell’articolo precedente, la regalità è tutt’oggi intesa come un “dono” divino. Il potere terreno di un sovrano è una “benevolenza” che gli arriva direttamente dalla divinità. Un re quindi è tale per concessione divina.

Per mantenere sempre vivo nell’immaginario dei sudditi il concetto del legame tra Dio e il sovrano, veri contrassegni del potere rimarcano la condizione di autorità e regalità di quest’ultimo. La figura di un re è messa in risalto, soprattutto nei momenti più solenni, da oggetti emblematici a lui riservati.  

Il trono, il manto, il globo, lo scettro e la corona, sono le insegne per eccellenza della sovranità, oggetti che racchiudono un simbolismo millenario. Alcuni, legati alle più antiche tradizioni, tradiscono un’origine remotissima, altri nascono in epoche più recenti. In questa sede, per il loro profondo significato, considereremo più da vicino solo lo scettro e la corona.  


Ottone II di Sassonia assiso in trono con indosso il manto, la corona, lo scettro e il globo crucigero.
Pubblico dominio, tramite wikimedia

Lo scettro è un’asta cerimoniale, più o meno lunga, spesso in materiale pregiato, riccamente ornata e sormontata da un ulteriore oggetto simbolico (giglio, pomo, croce, corona etc.). È essenzialmente l’emblema della potestà e del comando, ma la storia ci racconta che oltre a re ed imperatori, lo scettro è stato impugnato da profeti, sommi sacerdoti, giudici e araldi come segno di distinzione, nonché come arma bianca per la difesa. 

Secondo la linguistica il termine scettro viene dal latino sceptrum, che deriva dal greco σκῆπτρον (sképtron) → bastone (per appoggiarsi) dalla radice skap- individuabile in skêptein → appoggiarsi. Ridotto infatti alla sua forma essenziale, lo scettro è semplicemente un bastone e, per l’opinione più diffusa, rappresenterebbe proprio quello che sorregge l’andatura degli anziani ai quali vanno sempre riconosciuti riguardo e rispetto, così come ad un re che impugna lo scettro dell’autorità vanno professati ossequio, sottomissione e deferenza.

Ad un esame più attento tuttavia, non mi sento di escludere una connessione linguistica con l’egizio sḫm essere potente, avere (ottenere) controllo/potere su, noto anche nell’anglicizzazione sekhem (potere, potenza,forza). Con sḫm gli Egizi avrebbero indicato la vitalità (proveniente) dal sole, di conseguenza il sommo potere energetico. Forse non a caso la voce sḫm designava anche il sistro, uno strumento la cui vibrazione, prodotta dal corpo stesso dell’oggetto, era ritenuta capace di produrre effetti portentosi. Il sistro, sacro alla Dea Hathor e a Iside, non solo era noto in Egitto, ma anche in tutto il Mondo Antico ed è menzionato nella Bibbia:

Davide e tutta la casa d’Israele suonavano davanti al Signore ogni sorta di strumenti di legno di cipresso, e cetre, saltèri, timpani, sistri e cembali.” (II Samuele 6:5)

Dalla radice sḫm deriva anche il nome della feroce Dea Sekhmet (o Sekmet), principio distruttivo della stessa Hathor (figlia di Ra e sposa di Ptah), divinità della guerra la cui ira era assai temuta dagli Egiziani. Effigiata come una donna dalla testa di leonessa sormontata dal disco solare, la Dea era qualificata Signora del terrore, La Potente, Colei che percuote o anche Colei davanti alla quale persino il male trema. A volte in mano a Sekhmet compare lo scettro Sekhem. Così, dalla XVIII dinastia, si chiama l’evoluzione dello scettro Aba (ˁb3), considerato dagli esperti un bastone da guerra (?) simbolo di comando già in uso nell’Antico Regno, formato da un’asta terminante con una sorta di paletta piatta che forse riproduceva qualche strumento non ancora individuato. Tuttavia, non penso sia azzardato supporre che il nome di tale scettro, Aba (ˁb3), facesse riferimento alla tradizione marinara: l’identico verbo ˁb3 (aba) designava infatti l’azione di comandare una nave (vedi Livio Secco, Dizionario Egizio-Italiano/Italiano-Egizio, Aracne ed., 2007 pag. 40) tanto quanto, come si è visto nella prima parte, gubernare in origine indicava reggere il timone di una nave. Lo scettro Aba, era dunque la rappresentazione simbolica di un oggetto nautico come un timone o un remo?

Sarenput II con lo scettro Aba nella mano sx :

Nella storia lo scettro ha avuto fogge e dimensioni differenti e nei miti parrebbe essere riconoscibile nelle molteplici forme degli oggetti-simbolo del potere. Per esempio la folgore di Zeus, il tridente di Poseidone, il bidente (o asta) di Ade, il tirso di Dioniso, il caduceo di Hermes, il bastone di Asclepio, il martello di Thor, il bastone/lancia di Odino, l’hekat e il nekhekh della divinità Andjeti dell’Egitto predinastico, lo scettro uas associato al dio Seth, il bastone uadj impugnato da Iside, lo xiuhcoatl (il serpente di fuoco) brandito da Huitzilopochtli, la verga di Aronne (lo stesso bastone di Mosè), il lituus degli augurii etruschi e in tempi più vicini a noi, il “bastone della parola” (talking stick) dei nativi americani, la ferula del Papa, il pastorale del Vescovo.
Lo scettro è raffigurato ben 9 volte persino nei 22 Arcani maggiori dei Tarocchi. Si può notare nelle lame Bagatto, Imperatrice, Imperatore, Papa, Carro, Matto, Eremita, Diavolo, Mondo.  

Ma davvero il significato dello scettro e quello del bastone (o di oggetti analoghi) coincidono ad un unico valore?

Non sarà tolto lo scettro da Giuda né il bastone del comando tra i suoi piedi, finché verrà colui al quale esso appartiene e a cui è dovuta l’obbedienza dei popoli. (Genesi 49:10)

Ancora oggi è in uso l’espressione “avere il bastone del comando” e vuol dire detenere il potere, essere la massima autorità. Nel passo biblico precedente però, scettro e bastone non sembrano essere la stessa cosa, piuttosto due oggetti differenti. Per di più, quando nella Bibbia è citata la parola scettro (26 volte nella versione C.E.I), non sempre è chiaro di che oggetto si parli. A volte sembra uno strumento utilizzato da solo o in aggiunta al bastone (“…Pozzo che i principi hanno scavato, che i nobili del popolo hanno perforato con lo scettro, con i loro bastoni!”  Numeri 21:18), altre potrebbe addirittura essere confuso con un’arma (“…io lo contemplo, ma non da vicino: una stella spunta da Giacobbe e uno scettro sorge da Israele, spezza le tempie di Moab e il cranio dei figli di Set.” Numeri 24:17), altre ancora invece la parola è simbolicamente impiegata quale sinonimo di dinastia, potere o dominio come accade ancora oggi (“…Sarà abbattuto l’orgoglio di Assur e rimosso lo scettro d’Egitto.” Zaccaria 10:11).

Non sembrano invece esserci equivoci sul bastone, citato innumerevoli volte nell’Antico Testamento, sebbene non sempre sembri di uguale lunghezza o delle medesime dimensioni. Tuttavia, un particolare nella Bibbia non passa inosservato: il bastone di Mosè, dopo l’intervento di Dio, acquisisce proprietà del tutto straordinarie (“Ora prendi in mano questo bastone con il quale farai i prodigi.” Esodo 4:17). Infatti, grazie al “potere” di quel bastone, Mosè divide le acque del Mar Rosso e realizza le altre opere straordinarie narrate nel Libro dell’Esodo. Le sbalorditive proprietà di quel bastone sono innegabilmente un privilegio concesso dalla divinità a Mosè, cosa che si legherebbe perfettamente al concetto, già visto: un capo (re) godrebbe del potere di un’autorità elargitagli direttamente da Dio.

Virga o baculusverga, bastone, canna, dal nome della verga dei littori, è stato nel tempo un nome alternativo dello scettro. I lictores (littori, dal verbo lĭgāre = legare) erano funzionari, già istituiti al tempo di Romolo, che in pubblico precedevano il rex per proteggerlo. Erano equipaggiati con i fasces, fastelli di bastoni di legno legati tra loro con strisce di cuoio, mentre analoghe cinghie venivano indossate attorno alla vita e, al bisogno, usate per immobilizzare qualcuno su ordine del rex. La tradizione attribuisce all’antico rex 12 littori e Tito Livio avalla l’idea che la consuetudine fosse stata importata a Roma dall’Etruria dove “una volta eletto il re dall’insieme dei dodici popoli, ciascuno di essi forniva un littore.” (da Storia di Roma). Per queste ragioni lo scettro sembrerebbe anche figurare il “potere di colpire”. 

Antico littore romano che porta il fascio littorio.
Museo archeologico di Verona

Ciò nonostante altre tradizioni, più antiche, ci spingono invece supporre che l’antenato dello scettro sia stato il regolo (di cui abbiamo già parlato nella prima parte).

A Eber nacquero due figli: uno si chiamò Peleg, perché ai suoi tempi fu divisa la terra, e il fratello si chiamò Joktan. (Genesi 10:25)

La frase precedente sembra documentare un reale momento storico, la divisione della Terra, ovvero la ripartizione dei territori. La radice plg (= accadico palgu) al cui senso si legherebbe il passo biblico precedente attraverso il nome di Peleg, ha infatti il significato di regione divisa da canali. Dalle attestazioni sappiamo inoltre che in accadico esisteva un termine, pulukku, che indicava la divisione di un territorio per mezzo di confini. Ne possiamo dedurre che durante l’Impero mesopotamico di Akkad (dal 2350 al 2200 a.C. circa), era senz’altro in uso la consuetudine di tracciare le frontiere dei territori, come è ragionevole credere che i confini venissero in qualche modo consacrati con solenni cerimonie dal momento che la tradizione di regere fines sembra avere origini precedenti all’età dell’Impero accadico e una diffusione molto estesa nel Mondo Antico.

Nel poema sumero “La discesa di Inanna agli Inferi”, è scritto che, prima di “scendere nel mondo di Sotto”, la Dea ha impugnato il Modulo di lapislazzuli”. Per Modulo (dal latino modus → misura), si intende una sorta di listello, un regolo di fatto, nel caso specifico realizzato con la preziosa pietra blu. L’arnese, associato alla corda, nella “Terra tra i due fiumi” veniva usato per le misurazioni delle opere edili e per i rilevamenti topografici, quindi anche per definire i confini.

Se, come si diceva in precedenza, il collegamento re/regolo è corretto, lo scettro potrebbe essere legato alla sovranità quale simbolo de’ “la misura”, o più precisamente “la giusta misura”, rappresentando l’aspetto dell’autorità “del prendere decisioni in modo misurato” dopo aver ponderato e giudicato attentamente. Eppure, altri elementi della tradizione mesopotamica ci consentono qualche dubbio.

Il Dio Shamash con in mano modulo e corda . Calco in gesso di originale in calcare . Oriental Institute Museum, University of Chicago, tramite Wikipedia

Modulo e corda (raffigurata avvolta a cerchio su sé stessa), compaiono spesso nelle raffigurazioni artistiche sottolineando un’importanza che va oltre la loro funzione materiale. Potrebbero rappresentare strumenti per misurare la vita dell’uomo, ma solo nella sua lunghezza in quanto l’idea di un giudizio divino dopo la morte per valutare i meriti conseguiti e la condotta morale tenuta in vita, non esiste nella concezione mesopotamica. In ogni qual modo, secondo l’interpretazione più popolare, sarebbero simboli di giustizia ed equità e ciò parrebbe coerente quando questi due utensili compaiono in mano a Shamash, Dio della giustizia. Tuttavia, modulo e corda vengono impugnati anche da grandi divinità, come Enki ed Inanna. Ciò farebbe supporre che invece fossero identificativi del potere divino o perfino oggetti che “trasmettono” un determinato potere agli Dei. Al momento attuale persistono molte incertezze riguardo all’interpretazione della loro funzione e del loro valore simbolico quando, nei reperti della civiltà mesopotamica, modulo e corda si notano impugnati dagli Dei.

(segue)

bibliografia essenziale nell’ultima parte

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