Dendera: i segreti del Tempio di Hator

Il Tempio dedicato alla dea Hathor è da sempre uno dei poli di attrazione per coloro i quali visitano le meravigliose vestigia dell’Egitto Antico.

 

 Temple of Dendera

 

Immerso nel deserto a ridosso delle rive del “Sacro Fiume” Dendera rappresenta uno dei misteri più complessi dell’antichità. Il Tempio è, strutturalmente, tra quelli meglio conservati di tutto l’Egitto ed è ubicato nell’antica città di Inuet, capitale del 6° nomoi dell’Alto Egitto. La datazione dell’edificio è particolarmente controversa, soprattutto per quanto riguarda la costruzione di fattura più antica. Difatti mentre la parte superiore sembra riferirsi all’epoca Tolemaica, le cripte dimostrano un utilizzo riconducibile quantomeno all’Antico Regno. Anche in questo caso, però, i dubbi sono notevoli, data la particolarità delle dodici camere che si trovano nella parte inferiore e dei bassorilievi che ospitano. Le peculiarità dei contenuti delle scene in essi descritte, sono semplicemente straordinarie e al tempo stesso estremamente misteriose. Peraltro, la fattura dei bassorilievi è talmente minuziosa ed ermetica che sembra affrettato ricondurli al periodo storico in questione.

E non mi riferisco solo alle ormai famose “Lampade di Dendera”, bensì a tutti i particolari rappresentati nei bassorilievi presenti nelle cripte, che sono la sintesi del Sapere lasciato in eredità dagli antichi uomini-dei. Naturalmente, l’accesso alle cripte è stato consentito solo ai più intimi acquiescenti del rais dell’archeologia egizia… Perché le cripte sono “dichiarate” Aree Sensibili e quindi chiuse ai turisti ed agli stessi ricercatori? Ufficialmente, sono off-limits poiché non ci sono le giuste condizioni di sicurezza. Gli accessi non sono agevoli, gli ambienti sono molto stretti e, quindi, non è possibile aprire il monumento ai numerosi “ospiti” che ne fanno richiesta. Peraltro, i bassorilievi che sono stati realizzati nella parte inferiore del Tempio di Hathor, sono particolarmente delicati e meritano la massima tutela.

Nonostante tali premesse ritengo che, le pur condivisibili prudenze proposte dagli ambienti ufficiali, siano di fatto una copertura. C’è un altro motivo intrinseco che ha spinto le gerarchie archeologiche egizie a chiudere le cripte di Dendera:

l’imbarazzo di dover dimostrare al mondo che le raffigurazioni potrebbero essere il retaggio di una perduta scienza, in attesa di essere compresa e rivelata.

Nelle cripte, infatti, ci sono – e non solo – alcune immagini legate al culto della dèa Hathor, che hanno attirato la mia attenzione. In particolare, alcune raffigurazioni come quelle che riproducono dei serpenti in verticale, che fuoriescono da un recipiente; sfere con particolari simbologie al proprio interno che ricordano le moderne rappresentazioni della resistenza elettrica; descrizioni di sistemi meccanici che sembrano favorire alcuni specifici processi chimici; le già note lampade di Dendera assimilabili ad oggetti destinati alla riproduzione di luce, nonché le stesse figure di alcuni sacerdoti e del faraone, che sono riproposti in abiti particolari, per nulla equiparabili allo stile egizio.

Ho avuto la netta impressione che a Dendera possano essere custoditi i “Progetti di Giza”. In ragione di ciò, ho cominciato ad osservare i bassorilievi sotto una luce completamente nuova, supponendo la possibilità che Dendera fosse solo un archivio fotografico di ciò che fu in altre epoche. Ad esempio: in una delle raffigurazioni meno note ma sicuramente tra le più interessanti, si notano alcuni oggetti in possesso della dèa Hathor. Essi sono molto semplici ed inseriti in una danza… religiosa.

Ora, se da un punto di vista estetico, gli oggetti in questione assumono una rilevanza strettamente marginale al rito rappresentato, da un punto di vista squisitamente esoterico, essi hanno una valenza molto rilevante. Il sistro infatti, viene rappresentato nel bassorilievo in due forme diverse: la prima tipicamente di stampo egizio, mentre la seconda, richiama alla mente lo strumento così come riprodotto nell’antica terra di Shum. Inoltre gli strumenti sono rispettivamente disposti nella mano sinistra e nella destra della dèa ed entrambi erano oggetti a vibrazione!

La disposizione non è casuale, poiché a ciascuna mano viene attribuita una specifica funzione. La mano sinistra infatti, nei trattamenti energetici, ha funzione di “assorbire” energia; viceversa, la destra ha la funzione di “rilasciare” energia. Il fatto stesso che l’uno sopravanza l’altro, è chiaro esempio di movimento, di azione, di moto ed il compimento dell’azione può essere letto come atto di adempimento, di trasferimento e assorbimento di Energia.

Nell’immagine che segue, il puro concetto di Energia, si estrinseca in tutta la sua maestosità…

Prima di entrare nel merito della descrizione dell’opera, vorrei farvi notare che gli Egittologi hanno attribuito al “macchinario” alle spalle della dèa Hathor, un significato semplicemente ornamentale, escludendo a prescindere qualsiasi possibilità alternativa. Da una lettura un pò più accorta di quanto volutamente raffigurato, ci si accorge che ci troviamo in presenza di qualcosa che va oltre le conoscenze del periodo dinastico. In nessun caso, infatti, gli egizi avrebbero potuto concepire un “macchinario” così complesso, senza avere un minimo di cognizione dei principi di base della chimica e della fisica. Allora perché tanto mistero? Perché giungere a conclusioni affrettate che generano soltanto confusione tra gli appassionati e discredito sugli autorevoli proponenti di stampo accademico?

Il bassorilievo in questione presenta alcuni elementi che sembrano degni di nota. Innanzitutto nel lato sinistro è visibile una sorta di “contenitore”, originariamente dipinto in blu, dal quale partono dei fili. Il colore non è stato scelto a caso ma appare come una chiara indicazione del suo contenuto: acqua! Il “vaso” è poggiato su una sfera che era stata dipinta dagli artisti egizi, con un colore ramato. Lo stesso colore si nota negli elementi interni a quelle che sembrano “batterie”, ovvero gli oggetti quadrati che poggiano sulle colonnine raffiguranti il volto della dèa dove terminano i fili che fuoriescono dal vaso contenente acqua. Le colonnine – le stesse che sono associate al sistro nella mano destra della dèa – sembrano assurgere a funzione specifica di elettrodi, poiché solo due di esse – quelle a destra del bassorilievo – poggiano su un recipiente di colore ramato contenente una sfera, all’interno della quale è raffigurato un particolare, che ci porta alla mente una scarica elettrica.

Un’ultima evidenza, nello studio dei segreti di Dendera, è collegata alla rappresentazione del serpente che si innalza da un altro recipiente. Sappiamo tutti, profani e non, che il serpente è associato alla Conoscenza e all’Energia Vitale. Il recipiente ha il solito colore ramato e su di esso è sistemato un fiore di loto. (anche se in questa immagine in BN non si vede)

Nella concezione filosofica orientale il “Loto dai mille petali” è associato all’ultima delle ruote energetiche (chakras) che compongono il veicolo umano: il chakra della Corona, la porta da cui entra ed esce in mutuo scambio con l’”esterno”, l’Energia ad alta frequenza. Lo stesso fiore si trova posizionato, in alcuni bassorilievi, alle estremità delle famose Lampade e il suo gambo è direttamente congiunto allo Zed. Quindi, anche in questo caso, il fiore aveva la funzione di trasferire energia, di inviare l’impulso finale che “genera” il serpente.

Il bassorilievo così considerato nella sua completezza, indica chiaramente che gli Egizi Dinastici erano a conoscenza di antiche nozioni scientifiche che riprodussero metaforicamente, probabilmente solo perchè retaggio di ricordi atavici. Gli Egizi sapevano che il contenitore dal quale uscivano i fili doveva contenere acqua e che all’interno delle cosiddette batterie c’era qualcosa che doveva avere il colore del Rame. Così come nelle Lampade di Dendera, delle quali ormai si conosce il significato: lo Zed, collegato tramite un filo, al fiore di Loto, è un chiaro indizio di quale potesse essere una delle sue funzioni: trasmettere Energia modulata e “stabilizzata” verso il fiore di Loto, per poter dare “la vita” al Serpente, all’interno della lampada.

Inoltrandomi, curiosa come una faina, nella lettura dei segreti di Dendera, la convinzione che in quei bassorilievi ci sia la sintesi della tecnologia utilizzata a Giza si è fatta sempre più prepotente. Purtroppo in questi ultimi trent’anni, abbiamo assistito, inconsci e impotenti, all’enorme sforzo dei “killer della Storia” che hanno studiato di tutto per insabbiare le prove sull’esistenza di una Scienza evolutasi nell’Antichità!

Le certezze sull’inattendibilità delle teorie ufficiali riguardanti le cripte in esame, sono maturate quando Peter Ehlebracht, ricercatore di origine tedesche, si interessò al sito archeologico di Dendera. Il suo libro, “Haltet die Pyramiden Fest“, narra dei numerosi saccheggi avvenuti nel Tempio e di sciagurati accanimenti di ignoti su alcuni bassorilievi, le cui tracce sono ancora oggi ben evidenti. I fatti risalgono al 1973 e lo stesso narratore è stato invitato – col consueto garbo – a tacere!

I manufatti asportati sono ancora custoditi, stando alle cronache del ricercatore tedesco nei polverosi sotterranei del Louvre. Da allora non si è saputo più nulla. Il silenzio imposto da non si sa chi, ha arrecato l’ultimo colpo ferale alla ricostruzione storica dell’Antico Egitto e alla possibile scoperta di nuovi elementi scientifici, che potessero supportare le ricerche indipendenti. Coloro i quali hanno “lavorato” per sopprimere la verità però, non hanno fatto i conti con la volontà inconsapevole dell’uomo di cercarla, quella verità sul suo passato remoto e sarà quel sentimento che confondiamo con la diffusa insoddisfazione interiore ad aprire un varco di certezze. Dopo, starà ad ognuno di noi la volontà di guardarla o meno in faccia… Come diceva Eraclito:

“Non troverai mai la verità se non sei disposto ad accettare anche ciò che non ti aspettavi”

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