SPAZIO E TAI CHI (FUTURO E TRADIZIONE)

Il badge di Paolo Navone

7 Dicembre 2018… una data come un’altra, se non fosse perché alle 19:23, ora Italiana, è partito dalla base di lancio di Xichang, nella regione cinese di Sichuan, il razzo Lunga Marcia 3B dell’Agenzia Spaziale Cinese (CNSA).

La Repubblica Popolare Cinese, o più semplicemente Cina, è la terza nazione mondiale in termini di superficie ed ospita circa un quarto della popolazione terrestre.

In questi ultimi dieci anni ha generato una forte espansione industriale in grado di modificare in maniera sensibile l’equilibrio economico mondiale in moltissimi settori.

Tra essi uno in particolare è oggetto di “sfida” con i colossi occidentali, il settore Aerospaziale del quale proprio il vettore Lunga Marcia 3B è la punta di diamante.

Questa sua capacità arriva da molto lontano, da quando negli anni Cinquanta del secolo scorso, la sua alleanza con la “compagna” Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche (URSS), la aiuta a procurarsi i primi vettori grazie ad un programma congiunto di scambi tecnologici e scientifici.

Ma a differenza degli occidentali, è meno irruente, più posata, misteriosa e “filosofica” come la sua cultura sempre al confine con le teorie Zen.

Filosofia che la segue, paradossalmente, anche in questo frangente tecnologicamente avanzato: una partenza lenta e po’ in “sordina”, come gli esercizi di Tai Chi, e la lunga marcia di 27 giorni, che potremmo paragonare a quella dei centotrentamila soldati che percorsero ben 10 mila chilometri, attraversando ben 11 province, e che portò alla grande svolta epocale cinese del 1934.

Questa “lunga marcia” moderna ha portato nel cratere Von Karman, all’interno del bacino Polo Sud-Aitken sul lato oscuro della Luna (non perché sia buio, ma perché non è mai osservabile dalla Terra) una coppia di oggetti spaziali molto avanzati: un Lander chiamato Chang’e (un’antica divinità della Luna secondo la cultura cinese), ed un Rover chiamato amichevolmente Yutu (coniglio di giada).

Ma la notizia che non ti aspetti è che all’interno di uno dei due mezzi, il Lander, vi sia una piccola serra contenente semi di patata e di cotone, una pianta da fiore e uova del baco da seta, il tutto supportato da sostanze nutritive, acqua ed una piccola riserva di ossigeno che verrà rinnovato dalle piante stesse.

Una mini-biosfera progettata da ben 28 università cinesi.

Proprio in queste ore una delle piantine disposte nell’ecosistema ha germogliato ed il successo è dovuto soprattutto al fatto che sia la prima volta che un vegetale nasca e cresca sul nostro satellite.

Vorrei precisare che vi sono già state coltivazioni di vegetali nello spazio e per la precisione a bordo della ISS (la Stazione Spaziale Internazionale), ma di fatto il seme germogliato nella biosfera del Lander cinese è il primo che sta crescendo su un corpo celeste diverso dalla Terra ed in modo autonomo.

L’idea è quella di verificare la possibilità di ricreare un ambiente in grado di sostenere la vita attraverso sistemi biologici che con il loro “lavoro” di fotosintesi, filtraggio e respirazione possano supportare in maniera adeguata la vita.

Attenzione tutto il sistema vitale è ovviamente ben chiuso e sigillato, non accessibile alle condizioni estreme esterne !! ma è importante perché è un primo esempio di piccolo mondo confinato che potrà essere, in debite proporzioni, sviluppato ed utilizzato per future missioni di esplorazione spaziale.

Una biosfera che possa ospitare l’essere umano, sarà importante per diventare indipendenti dai rifornimenti terrestri nei futuri viaggi tra le stelle.

Il container in lattice contenente il germoglio di cotone (credit Cnsa)
Il Lander Chang’e 4 (credit Cnsa)
Il Rover Yutu-2 (credit Cnsa)

Questa nuova conquista della Agenzia Spaziale Cinese è solo una tappa del suo programma, che già sta pensando al futuro ed a nuove missioni lunari.

Infatti sta già preparando Chang’e 5 che dovrà nuovamente “allunare” sulla superficie Selenica per riportare a terra campioni del suolo; questi saranno i primi “sassi” lunari ad essere analizzati dopo il terreno riportato a casa dagli astronauti delle missioni Apollo negli anni Settanta.

Le missioni di recupero dovrebbero essere tre, ma nel frattempo la CNSA sta valutando il lancio di una sonda verso il Pianeta Rosso nel 2020.

Siamo forse alle soglie di una nuova corsa allo Spazio?

I “SEGRETI” DEL RE. Il principio di sovranità: dai valori semantici all’espressione originale della realtà percepita. Parte 5. Le insegne del potere: lo scettro (1)

Tiziana Pompili

Come si diceva nell’articolo precedente, la regalità è tutt’oggi intesa come un “dono” divino. Il potere terreno di un sovrano è una “benevolenza” che gli arriva direttamente dalla divinità. Un re quindi è tale per concessione divina.

Per mantenere sempre vivo nell’immaginario dei sudditi il concetto del legame tra Dio e il sovrano, veri contrassegni del potere rimarcano la condizione di autorità e regalità di quest’ultimo. La figura di un re è messa in risalto, soprattutto nei momenti più solenni, da oggetti emblematici a lui riservati.  

Il trono, il manto, il globo, lo scettro e la corona, sono le insegne per eccellenza della sovranità, oggetti che racchiudono un simbolismo millenario. Alcuni, legati alle più antiche tradizioni, tradiscono un’origine remotissima, altri nascono in epoche più recenti. In questa sede, per il loro profondo significato, considereremo più da vicino solo lo scettro e la corona.  


Ottone II di Sassonia assiso in trono con indosso il manto, la corona, lo scettro e il globo crucigero.
Pubblico dominio, tramite wikimedia

Lo scettro è un’asta cerimoniale, più o meno lunga, spesso in materiale pregiato, riccamente ornata e sormontata da un ulteriore oggetto simbolico (giglio, pomo, croce, corona etc.). È essenzialmente l’emblema della potestà e del comando, ma la storia ci racconta che oltre a re ed imperatori, lo scettro è stato impugnato da profeti, sommi sacerdoti, giudici e araldi come segno di distinzione, nonché come arma bianca per la difesa. 

Secondo la linguistica il termine scettro viene dal latino sceptrum, che deriva dal greco σκῆπτρον (sképtron) → bastone (per appoggiarsi) dalla radice skap- individuabile in skêptein → appoggiarsi. Ridotto infatti alla sua forma essenziale, lo scettro è semplicemente un bastone e, per l’opinione più diffusa, rappresenterebbe proprio quello che sorregge l’andatura degli anziani ai quali vanno sempre riconosciuti riguardo e rispetto, così come ad un re che impugna lo scettro dell’autorità vanno professati ossequio, sottomissione e deferenza.

Ad un esame più attento tuttavia, non mi sento di escludere una connessione linguistica con l’egizio sḫm essere potente, avere (ottenere) controllo/potere su, noto anche nell’anglicizzazione sekhem (potere, potenza,forza). Con sḫm gli Egizi avrebbero indicato la vitalità (proveniente) dal sole, di conseguenza il sommo potere energetico. Forse non a caso la voce sḫm designava anche il sistro, uno strumento la cui vibrazione, prodotta dal corpo stesso dell’oggetto, era ritenuta capace di produrre effetti portentosi. Il sistro, sacro alla Dea Hathor e a Iside, non solo era noto in Egitto, ma anche in tutto il Mondo Antico ed è menzionato nella Bibbia:

Davide e tutta la casa d’Israele suonavano davanti al Signore ogni sorta di strumenti di legno di cipresso, e cetre, saltèri, timpani, sistri e cembali.” (II Samuele 6:5)

Dalla radice sḫm deriva anche il nome della feroce Dea Sekhmet (o Sekmet), principio distruttivo della stessa Hathor (figlia di Ra e sposa di Ptah), divinità della guerra la cui ira era assai temuta dagli Egiziani. Effigiata come una donna dalla testa di leonessa sormontata dal disco solare, la Dea era qualificata Signora del terrore, La Potente, Colei che percuote o anche Colei davanti alla quale persino il male trema. A volte in mano a Sekhmet compare lo scettro Sekhem. Così, dalla XVIII dinastia, si chiama l’evoluzione dello scettro Aba (ˁb3), considerato dagli esperti un bastone da guerra (?) simbolo di comando già in uso nell’Antico Regno, formato da un’asta terminante con una sorta di paletta piatta che forse riproduceva qualche strumento non ancora individuato. Tuttavia, non penso sia azzardato supporre che il nome di tale scettro, Aba (ˁb3), facesse riferimento alla tradizione marinara: l’identico verbo ˁb3 (aba) designava infatti l’azione di comandare una nave (vedi Livio Secco, Dizionario Egizio-Italiano/Italiano-Egizio, Aracne ed., 2007 pag. 40) tanto quanto, come si è visto nella prima parte, gubernare in origine indicava reggere il timone di una nave. Lo scettro Aba, era dunque la rappresentazione simbolica di un oggetto nautico come un timone o un remo?

Sarenput II con lo scettro Aba nella mano sx :

Nella storia lo scettro ha avuto fogge e dimensioni differenti e nei miti parrebbe essere riconoscibile nelle molteplici forme degli oggetti-simbolo del potere. Per esempio la folgore di Zeus, il tridente di Poseidone, il bidente (o asta) di Ade, il tirso di Dioniso, il caduceo di Hermes, il bastone di Asclepio, il martello di Thor, il bastone/lancia di Odino, l’hekat e il nekhekh della divinità Andjeti dell’Egitto predinastico, lo scettro uas associato al dio Seth, il bastone uadj impugnato da Iside, lo xiuhcoatl (il serpente di fuoco) brandito da Huitzilopochtli, la verga di Aronne (lo stesso bastone di Mosè), il lituus degli augurii etruschi e in tempi più vicini a noi, il “bastone della parola” (talking stick) dei nativi americani, la ferula del Papa, il pastorale del Vescovo.
Lo scettro è raffigurato ben 9 volte persino nei 22 Arcani maggiori dei Tarocchi. Si può notare nelle lame Bagatto, Imperatrice, Imperatore, Papa, Carro, Matto, Eremita, Diavolo, Mondo.  

Ma davvero il significato dello scettro e quello del bastone (o di oggetti analoghi) coincidono ad un unico valore?

Non sarà tolto lo scettro da Giuda né il bastone del comando tra i suoi piedi, finché verrà colui al quale esso appartiene e a cui è dovuta l’obbedienza dei popoli. (Genesi 49:10)

Ancora oggi è in uso l’espressione “avere il bastone del comando” e vuol dire detenere il potere, essere la massima autorità. Nel passo biblico precedente però, scettro e bastone non sembrano essere la stessa cosa, piuttosto due oggetti differenti. Per di più, quando nella Bibbia è citata la parola scettro (26 volte nella versione C.E.I), non sempre è chiaro di che oggetto si parli. A volte sembra uno strumento utilizzato da solo o in aggiunta al bastone (“…Pozzo che i principi hanno scavato, che i nobili del popolo hanno perforato con lo scettro, con i loro bastoni!”  Numeri 21:18), altre potrebbe addirittura essere confuso con un’arma (“…io lo contemplo, ma non da vicino: una stella spunta da Giacobbe e uno scettro sorge da Israele, spezza le tempie di Moab e il cranio dei figli di Set.” Numeri 24:17), altre ancora invece la parola è simbolicamente impiegata quale sinonimo di dinastia, potere o dominio come accade ancora oggi (“…Sarà abbattuto l’orgoglio di Assur e rimosso lo scettro d’Egitto.” Zaccaria 10:11).

Non sembrano invece esserci equivoci sul bastone, citato innumerevoli volte nell’Antico Testamento, sebbene non sempre sembri di uguale lunghezza o delle medesime dimensioni. Tuttavia, un particolare nella Bibbia non passa inosservato: il bastone di Mosè, dopo l’intervento di Dio, acquisisce proprietà del tutto straordinarie (“Ora prendi in mano questo bastone con il quale farai i prodigi.” Esodo 4:17). Infatti, grazie al “potere” di quel bastone, Mosè divide le acque del Mar Rosso e realizza le altre opere straordinarie narrate nel Libro dell’Esodo. Le sbalorditive proprietà di quel bastone sono innegabilmente un privilegio concesso dalla divinità a Mosè, cosa che si legherebbe perfettamente al concetto, già visto: un capo (re) godrebbe del potere di un’autorità elargitagli direttamente da Dio.

Virga o baculusverga, bastone, canna, dal nome della verga dei littori, è stato nel tempo un nome alternativo dello scettro. I lictores (littori, dal verbo lĭgāre = legare) erano funzionari, già istituiti al tempo di Romolo, che in pubblico precedevano il rex per proteggerlo. Erano equipaggiati con i fasces, fastelli di bastoni di legno legati tra loro con strisce di cuoio, mentre analoghe cinghie venivano indossate attorno alla vita e, al bisogno, usate per immobilizzare qualcuno su ordine del rex. La tradizione attribuisce all’antico rex 12 littori e Tito Livio avalla l’idea che la consuetudine fosse stata importata a Roma dall’Etruria dove “una volta eletto il re dall’insieme dei dodici popoli, ciascuno di essi forniva un littore.” (da Storia di Roma). Per queste ragioni lo scettro sembrerebbe anche figurare il “potere di colpire”. 

Antico littore romano che porta il fascio littorio.
Museo archeologico di Verona

Ciò nonostante altre tradizioni, più antiche, ci spingono invece supporre che l’antenato dello scettro sia stato il regolo (di cui abbiamo già parlato nella prima parte).

A Eber nacquero due figli: uno si chiamò Peleg, perché ai suoi tempi fu divisa la terra, e il fratello si chiamò Joktan. (Genesi 10:25)

La frase precedente sembra documentare un reale momento storico, la divisione della Terra, ovvero la ripartizione dei territori. La radice plg (= accadico palgu) al cui senso si legherebbe il passo biblico precedente attraverso il nome di Peleg, ha infatti il significato di regione divisa da canali. Dalle attestazioni sappiamo inoltre che in accadico esisteva un termine, pulukku, che indicava la divisione di un territorio per mezzo di confini. Ne possiamo dedurre che durante l’Impero mesopotamico di Akkad (dal 2350 al 2200 a.C. circa), era senz’altro in uso la consuetudine di tracciare le frontiere dei territori, come è ragionevole credere che i confini venissero in qualche modo consacrati con solenni cerimonie dal momento che la tradizione di regere fines sembra avere origini precedenti all’età dell’Impero accadico e una diffusione molto estesa nel Mondo Antico.

Nel poema sumero “La discesa di Inanna agli Inferi”, è scritto che, prima di “scendere nel mondo di Sotto”, la Dea ha impugnato il Modulo di lapislazzuli”. Per Modulo (dal latino modus → misura), si intende una sorta di listello, un regolo di fatto, nel caso specifico realizzato con la preziosa pietra blu. L’arnese, associato alla corda, nella “Terra tra i due fiumi” veniva usato per le misurazioni delle opere edili e per i rilevamenti topografici, quindi anche per definire i confini.

Se, come si diceva in precedenza, il collegamento re/regolo è corretto, lo scettro potrebbe essere legato alla sovranità quale simbolo de’ “la misura”, o più precisamente “la giusta misura”, rappresentando l’aspetto dell’autorità “del prendere decisioni in modo misurato” dopo aver ponderato e giudicato attentamente. Eppure, altri elementi della tradizione mesopotamica ci consentono qualche dubbio.

Il Dio Shamash con in mano modulo e corda . Calco in gesso di originale in calcare . Oriental Institute Museum, University of Chicago, tramite Wikipedia

Modulo e corda (raffigurata avvolta a cerchio su sé stessa), compaiono spesso nelle raffigurazioni artistiche sottolineando un’importanza che va oltre la loro funzione materiale. Potrebbero rappresentare strumenti per misurare la vita dell’uomo, ma solo nella sua lunghezza in quanto l’idea di un giudizio divino dopo la morte per valutare i meriti conseguiti e la condotta morale tenuta in vita, non esiste nella concezione mesopotamica. In ogni qual modo, secondo l’interpretazione più popolare, sarebbero simboli di giustizia ed equità e ciò parrebbe coerente quando questi due utensili compaiono in mano a Shamash, Dio della giustizia. Tuttavia, modulo e corda vengono impugnati anche da grandi divinità, come Enki ed Inanna. Ciò farebbe supporre che invece fossero identificativi del potere divino o perfino oggetti che “trasmettono” un determinato potere agli Dei. Al momento attuale persistono molte incertezze riguardo all’interpretazione della loro funzione e del loro valore simbolico quando, nei reperti della civiltà mesopotamica, modulo e corda si notano impugnati dagli Dei.

(segue)

bibliografia essenziale nell’ultima parte

I “SEGRETI” DEL RE. Il principio di sovranità: dai valori semantici all’espressione originale della realtà percepita. Parte 4. Regalità, dono divino.

Tiziana Pompili

Il processo di modernizzazione avviato nel XVIII secolo , (vedi parte precedente) estese i suoi effetti anche all’assolutismo monarchico. Sotto l’influenza dell’Illuminismo il potere dei sovrani, ormai consolidato da secoli, non poteva più essere giustificato con ragioni di carattere religioso (cioè con presupposte leggi di origine divina) né militari (quindi come conquista del potere da parte di una dinastia). L’esercizio della sovranità doveva essere inteso come vòlto al benessere di tutti i sudditi, attraverso la figura di un re “virtuoso”, in atteggiamento di benevola superiorità, che sosteneva e proteggeva il proprio popolo. I sovrani, formalmente ispirati dalle nuove ideologie, avviarono iniziative riformatrici che sembravano seguire la filosofia illuminista fino, in apparenza, a sovvertire gli stessi principi del potere temporale. Di fatto però, nonostante il clima di “assolutismo illuminato”, i poteri dei monarchi rimasero identici a quelli dei periodi precedenti all’Illuminismo, come rimase invariato il concetto del diritto a governare acquisito per nascita, in pratica per privilegio di origine divina.

Sebbene tale atteggiamento possa essere semplicemente interpretato come un ostinato atteggiamento conservativo del proprio rango e del proprio potere assoluto da parte dei sovrani del XVIII secolo, non penso si possa escludere che l’idea dell’autorità legittimata al re direttamente da Dio fosse così tenace per ragioni più profonde del semplice prestigio personale, del mero beneficio della supremazia, della deferenza o dell’intoccabilità o di quant’altro possa privilegiare la posizione esclusiva di un monarca assoluto. Probabilmente, e spero di dimostrarlo, i veri motivi millenari erano così radicalmente intessuti nella medesima trama della struttura gerarchica sociale, che magari, mi permetto di azzardare, sfuggivano persino alle stesse dinastie dell’epoca .

Nonostante le rivoluzionarie filosofie illuministiche e il successivo evolversi dell’assetto societario nel tempo, nel senso di sovranità è sempre rimasto implicito il concetto che vede il potere terreno derivato, o delegato, direttamente da Dio o, più in generale, dalla divinità. Un re (o imperatore) a capo di un popolo, è all’apice della gerarchia sociale per concessione divina, la sua posizione di comando è l’espressione della diretta volontà di Dio, un privilegio che viene tramandato ai suoi successori di generazione in generazione. Tale affermazione può suonare oggi apparentemente anacronistica dal momento che, nella maggior parte delle monarchie europee, l’incoronazione è stata sostituita da un giuramento e da una cerimonia d’insediamento meno solenne dove la corona, simbolo per eccellenza della regalità, è spesso solamente esibita e non posta sul capo del re. Tuttavia, non è esattamente così. Prestiamo attenzione, ad esempio, alle formule di incoronazione dei reali britannici, le stesse con cui Elizabeth Alexandra Mary, primogenita dei duchi di York, il 2 giugno del 1953, fu ufficialmente incoronata regina dall’arcivescovo di Canterbury.

Oh Dio, corona della fede; benedici e santifica questo tuo servo, il re/la regina, e da questo giorno ponigli sul capo una corona d’oro, arricchisci il suo cuore di grazie abbondanti e coronalo di tutte le virtù attraverso il re eterno Gesù Cristo nostro Signore. Amen.

E ancora:

Dio ti incoroni con la corona della gloria e della giustizia, che dia la giusta fede ed il giusto lavoro, che tu possa ottenere la corona del regno indistruttibile come dono da Lui il cui regno durerà per sempre.”

Queen Elizabeth II , frammento di un video della BBC diffuso da Daily Mail Online

Dunque, la titolatura di Sua Altezza Reale è “Elisabetta II, per Grazia di Dio, Regina del Regno Unito di Gran Bretagna e Irlanda del Nord, e dei Suoi altri Reami e Territori, Capo del Commonwealth, Difensore della Fede”.  Così Elisabetta II è regina per Grazia di Dio, ovvero per un particolare “favore” accordatole dalla divinità trascendente. In altre parole, la regalità è un “dono” divino, una “benevolenza” concessa da Dio ad un particolare soggetto (e a tutta la sua discendenza genetica). Tale elargizione eleva il re non solo al massimo livello della gerarchia sociale, ma perfino ad un piano superiore rispetto a tutto ciò che è il mondo terreno, tanto è vero che, nella storia, il “sovrano ideale” ha funzioni sacerdotali oltre che doti di saggezza, temperanza, bontà, purezza di spirito etc. che gli permettono di instaurare un regno giusto. Per Eusebio di Cesarea (265 – 340 d.C.) il sovrano che governa un regno specchio di quello celeste, è l’uomo di Dio”, con il quale Dio stabilisce un patto di alleanza.

Il lemma sovrano risale al latino super → sopra, che, modellandosi nell’antico francese soverain (sec. XIII), → che sta sopra; che ha superiorità, diviene sovrano → capo; governante.

Il giurista Roberto Bin afferma (giustamente) che il termine sovranità appartiene più alla teologia che al diritto. Sovranità esprime l’immagine terrena di Dio.”  E ancora: “Tanto è antica l’idea di un vertice del potere politico, che non riconosce altra autorità sopra di sé, tanto è risalente il concetto di sovranità, se non anche la parola.” La sovranità assoluta “corrisponde alla assenza di vincoli: il monarca non risponde a nessuno, se non a Dio.”

Nella Lettera ai Romani San Paolo scriveva: Ciascuno stia sottomesso alle autorità costituite; poiché non c’è autorità se non da Dio e quelle che esistono sono stabilite da Dio.  Quindi chi si oppone all’autorità, si oppone all’ordine stabilito da Dio. E quelli che si oppongono si attireranno addosso la condanna.” (Romani 13, 1-2) “Questa è l’origine della sovranità,” – prosegue Bin – “intesa come la proiezione dell’autorità che deriva da Dio perché Dio vuole che il mondo sia ordinato.” 

Ma se ciò fosse vero, Dio a chi per primo elargì il privilegio della regalità? Su quali basi, con quali criteri venne fatta in origine la scelta?

(segue parte 5)

(bibliografia nell’ultima parte)

I “SEGRETI” DEL RE. Il principio di sovranità: dai valori semantici all’espressione originale della realtà percepita. Parte 3. Fenomeni sociali. Ipotesi e studi.

Abbiamo detto (vedi parte 2) che nel corso della storia sono stati distinti circa cinquemila diversi esempi di società. Suppongo venga spontaneo domandarsi: come poteva essere organizzata la primigenia forma di aggregazione degli uomini?

In base ai miei studi, credo di poter affermare che il più antico modello associativo fosse di tipo mutuale, una condizione propria dell’umanità alle sue origini quando, nella vita di gruppo, nessun elemento dominava sugli altri. Si trattava di un genere di comunità armonicamente naturale, il cui schema era ispirato da principi di comunione ed uguaglianza, improntato su una condotta inter-soggettiva intrinsecamente giusta che spontaneamente seguiva elementari regole universali.

Fondamentalmente quella “semplice società di natura”, che potremmo considerare l’autentica Società Originale, era centrata sulla più intima indole umana, sui bisogni che tale natura manifesta come pure sul modo per soddisfarli, agendo tanto per il benessere soggettivo, quanto per quello del gruppo che veniva percepito come un solo insieme, ovvero come un “essere collettivo” con una consapevolezza al di sopra della singola coscienza individuale. Siffatta forma “primitiva” di società, presuppone che tra i componenti esistessero precise norme di condotta, universalmente valide in quanto consone non solo all’identità umana, ma alla Vita stessa. Di conseguenza l’intera collettività era genuinamente regolamentata su princìpi giusti per loro stessa natura.

Tale sistema di ordine spontaneo, disciplinava il gruppo sociale con un rigore superiore a qualunque complesso di leggi giuridiche che possano essere elaborate ed emanate da un potere sovrano. Questo perché l’uomo delle origini, la cui mente era presumibilmente strutturata in modo diverso da oggi, era tanto immerso nella realtà oggettiva quanto in costante connessione con la Realtà extratemporale. Dunque, l’uomo della Società Originale, non esigeva norme imposte da fuori di sé stesso per procedere armoniosamente. In virtù delle sue stesse peculiarità, l’essere umano era in grado di autoregolamentarsi mantenendo comportamenti eticamente conformi al proprio bene, a quello della comunità e a quello dell’ambiente che lo ospitava.

Lo studio dell’uomo dal punto di vista culturale, filosofico, religioso, sociologico con particolare attenzione ai comportamenti all’interno della propria comunità, non ha un punto d’inizio esatto nella storia. Gli Egizi ad esempio si limitavano a rilevare il diverso aspetto fisico dei loro nemici e, a volte, le differenti usanze. Certo è che dopo la metà del XIV secolo, durante l’Umanesimo, con le prime osservazioni delle vestigia monumentali e il gusto di collezionare antichi oggetti, si accese anche una certa attenzione per l’organizzazione della vita nelle società delle epoche precedenti. Fu però allorquando l’archeologia divenne una vera e propria scienza che lo studio dei sistemi sociali iniziò ad essere sistematico, sebbene solo nell’età moderna ci si spinse ad interessarsi anche della preistoria. Tuttavia, i primi tentativi di ricostruzione delle antiche comunità si dimostrarono manchevoli in quanto i fenomeni sociali sono determinati da molteplici aspetti e per studiarli una sola disciplina era senz’altro inadeguata. I valori culturali condivisi, i sistemi sociali, politici ed economici, la psicologia sociale e quant’altro, sono variegate componenti che hanno modellato le differenti società nel corso della storia. Di fatto, per ottenere una certa completezza, gli studi necessitavano di una osservazione da più prospettive che inizialmente non veniva presa in considerazione.

Oggi le scienze sociali si avvalgano di una vasta gamma di discipline, ma
comunque le indagini sulle società che ci hanno preceduto non riflettono esaurientemente le realtà di quelle epoche. Qualcosa ci sfugge, soprattutto delle più remote. Questo accade, a mio avviso, non tanto per la carenza di attestazioni, quanto perché si tende a considerare l’uomo antico come una rozza versione di quello attuale, dando per scontato che l’evoluzione segua una costante progressione graduale che da uno stato rudimentale (percepito come peggiore), porta a uno stato progredito (considerato migliore). In realtà il processo evolutivo modifica l’iniziale forma elementare, in una più complessa. Ma più complessa significa solo più specializzata, non necessariamente migliore. Ergo si dovrebbe partire dal presupposto che l’uomo delle Origini fosse unicamente diverso da noi, ma non per questo incapace di raggiungere i propri obbiettivi in modi semplici, ma efficaci, modi che non sempre siamo in grado di ricostruire.

Tornando ai fenomeni sociali, il loro studio divenne una vera dottrina solo nel XVIII secolo con l’Illuminismo, benché essenzialmente le idee non superassero quasi mai i confini dell’ambito filosofico. Tuttavia, l’Illuminismo non si limitò a questo. Fu una svolta radicale, in ogni campo. Nella storia dell’occidente portò a innovazioni rivoluzionarie e a cambiamenti drastici nella società che diventava così sempre più specializzata.  Più che una corrente di idee, l’Illuminismo va inteso come un’atmosfera intellettuale, frutto di una evoluzione secolare del pensiero, che investendo qualunque ramo della cultura, si diffuse in tutti gli strati sociali e spinse la ragione umana, prepotentemente, al diritto di esprimersi. La ragione, svincolata con il rifiuto di qualsiasi religione rivelata, dogma, testo sacro o autorità religiosa, rappresentava la forza dello spirito con cui l’uomo poteva giungere alla scoperta della verità.

Nel contesto di tali idee, Dio, quale entità suprema eterna ed universale, rimaneva confinato nella sfera dell’inconoscibile in quanto la sua intelligibilità era oltre i limiti della ragione, limiti imposti dalla ragione stessa. L’esistenza di Dio era perciò rifiutata (non da tutti, ma senz’altro dalla maggioranza degli intellettuali) e gran parte degli illuministi spiegava l’insorgere delle religioni con motivazioni storiche. Per l’argomento che stiamo sviluppando ciò che ci interessa è specificatamente la visione che l’Illuminismo ebbe della società e del potere costituito.

Durante l’Illuminismo, per definire quel tipo di società primordiale di cui si accennava all’inizio, fu impiegato il concetto di “semplice società di natura”, riportato anche da Jean-Jacques Burlamaqui, filosofo e giurista svizzero ricordato soprattutto per i volumi Principes du droit naturel (1747), Principes du droit politique (1751) e Principes du droit naturel et politique (1763). Delle opere che nascono in quel periodo, ho preferito fare principalmente riferimento a quelle di Burlamaqui per la chiarezza con cui l’autore divulgò le idee di numerosi pensatori dell’età dei lumi, nonché le proprie. Non in ultimo, la sua visione dell’Originale Società Umana mi è parsa in armonia con quella che emerge dalla serie di studi multidisciplinari presentati in Pelasgi Stirpe Divina.

Principi di diritto naturale, di Jean-Jacques Burlamaqui, Ginevra, a Barrillot & Fils, 1747. Copertina.
tramite Wikipedia

A differenza di molti eruditi del suo tempo, Burlamaqui aveva una concezione ottimistica dell’uomo e, oltre a sostenere che la socializzazione è una sua caratteristica tipica, concepiva la suddettasemplice società di naturacome un’unione egualitaria completamente indipendente da tutti fuorché da Dio, in quanto Dio stesso ne sanciva i principi di libertà ed uguaglianza. Tuttavia, Burlamaqui era dell’idea che tale esemplare situazione iniziale finì per modificarsi.Non seguirono gli uomini per lungo tempo affermava- una regola così perfettache permetteva a tutti di vivere in condizioni di pari dignità. Supponeva infatti che, nel tempo,si fosse passati alla distinzione in piccoli nuclei basati su vincoli familiari, poi ad unioni più numerose, come clan, tribù o villaggi, in cui il comando finì a poco a poco per essere affidato in mano all’uomo più dotato di buonsenso, probabilmente un anziano, che divenne di fatto un capo, colui al quale veniva demandata l’autorità riconoscendogli pubblicamente il potere di presiedere ai comportamenti sociali. Delegando l’autorità, con un accordo tacito o esplicito, ogni individuo accettava volontariamente di rinunciare allo stato di naturale libertà per unirsi agli altri in un gruppo sociale, non solo con l’intento di conservare e mantenere in sicurezza la collettività stessa, ma anche nell’aspirazione ad un comune stato di felicità futura. I passi successivi portavano all’istituzione della sovranità, e alla distinzione di sovrano e di sudditi. Da questo punto di vista quindi, la società organizzata non era altro che l’evoluzione della società naturale. E quindi, nella filosofia illuminista, lo Stato, quale entità politica, era concepito come il risultato di un contratto sociale stipulato dai suoi cittadini. 

Durante l’Illuminismo, la struttura della vita comune che, prendendo il via da uno gruppo spontaneamente regolato sul diritto di natura (juris naturalis), si sviluppava in “società civile”, veniva ritenuto un processo teorico, soprattutto perché il punto di partenza, cioè la semplice società di natura, era vista dalla maggior parte degli illuministi come puramente ipotetica. Rousseau, per esempio, riteneva il presunto stato di natura iniziale “…uno stato che non esiste più, che forse non è mai esistito…”Questa precisazione è necessaria, sebbene in base ai miei studi io ritenga che l’idea sia ben più concreta di quanto si pensasse nel secolo dei Lumi.

(segue parte 4)
(bibliografia essenziale nell’ultima parte)

I “SEGRETI” DEL RE. Il principio di sovranità: dai valori semantici all’espressione originale della realtà percepita. Parte 2. L’organizzazione sociale.

Tiziana Pompili

Dopo aver analizzato l’etimologia della parole re, nella prima parte di questo articolo, cerchiamo di approfondire il concetto di società.

Per sua natura l’umanità tende ad organizzare la propria esistenza aggregandosi in comunità, più precisamente “in entità organiche sotto il profilo sociale, culturale, politico”. Una società dunque è una “collettività umana storicamente e geograficamente definita, unita da leggi e istituzioni comuni al fine di garantire gli interessi generali e la reciproca coesione”. In estrema sintesi una società non è che un gruppo di individui che si unisce e si organizza per il comune vantaggio.

Si può affermare che, in generale, lo spazio sociale è convenzionalmente impostato in base ad una serie di gerarchie che determinano veri e propri sistemi di differenziazione e di stratificazione, non sempre nettamente separati. Va ribadito comunque che non si tratta di schemi fissi in quanto la società è fortemente influenzata dalla cultura e dall’epoca in cui si sviluppa, tant’è che nel corso della storia si possono individuare circa cinquemila tipi diversi di società. Tuttavia, soprattutto se parliamo di tempi storici, la consuetudine della separazione in gerarchie è stata la più diffusa e si perpetua ancora oggi. Infatti, nelle collettività moderne, per molti, la maggiore aspirazione è ascendere di grado nella scala della società strutturata in un sistema piramidale di cerchie, i confini delle quali, man mano che si sale verso il vertice, diventano sempre più esclusivi e impenetrabili. Si pensi a chiese, eserciti, ambienti politici o aziendali, dove chi occupa una posizione superiore gestisce un potere maggiore rispetto ai propri subalterni.

In linea di massima si possono distinguere tre principali livelli di diversificazione sociale che sono la classe, il ceto e la casta. Vediamoli succintamente

La classe.

La classe rappresenta un gruppo di cittadini che nella stratificazione della comunità occupano una posizione simile. Perciò cittadini con una certa conformità dal punto di vista economico, sociale, culturale. I sistemi di classe si riscontrano in quasi tutti i tipi di società e di fatto dipendono dal modo di produrre beni materiali e non dal comportamento dei soggetti. In altre parole, a determinare le disuguaglianze tra le classi è soprattutto il controllo delle risorse materiali e dei mezzi di produzione. In particolare, nel pensiero di Karl Marx, la classe è la categoria sociale composta da un insieme di individui che hanno lo stesso posto nella produzione sociale e lo stesso rapporto con i mezzi di produzione e di lavoro utilizzati.
La parola classe ha origine dal lat. clàssis → convocazione; chiamata; reclutamento; (ma indica anche ordine; schiera o flotta di navi).  A sua volta viene dal verbo greco kalēó chiamare; convocare. Secondo Tito Livio, durante l’occupazione etrusca di Roma, Servio Tullio (578 a.C. – 539 a.C.) fu l’autore della più importante riforma dell’esercito: furono istituite sei Classi, ognuna raggruppava i cittadini in base all’analoga quantità di beni e di ricchezze posseduti. Le Classi erano chiamate a dare proporzionalmente il loro contributo all’esercito iniziando da quella che aveva una migliore condizione economica. Il significato moderno della parola classe, invece, apparve per la prima volta con gli economisti del Settecento ed era desunto dal linguaggio delle scienze naturali in cui, già nella seconda metà del 1600, il termine veniva impiegato nei primi tentativi metodici di classificazione.

Il ceto.

Per ceto si intende una fascia di popolazione distinta per connotazione sociale, cioè quella categoria di soggetti accomunati nono solo da requisiti economici pari o simili, ma anche dalle stesse caratteristiche culturali, da interessi finanziari e attività dello stesso tipo, da comportamenti e da modi di pensare comuni. La distinzione della società in ceti ha caratterizzato la storia dell’Europa in epoca recente, dal periodo feudale all’età moderna. Secondo il sociologo tedesco Max Weber (1864–1920) il ceto indica il rango dell’individuo in base allo strato sociale al quale egli appartiene, quindi è soprattutto lo “stile di vita” che unisce tutti gli appartenenti al medesimo ceto, del quale godono gli onori, il prestigio e i particolari privilegi.
Il termine ceto viene dal lat. coetus → adunanza di persone, derivato di coire → andare insieme; riunirsi. È riconducibile (forse) al greco keío → fendo; spacco, o kòitos → strato.

La casta.

Infine, per casta si intende un gruppo sociale chiuso, spesso all’interno di uno stesso gruppo etnico, caratterizzato da una severa gerarchia, da regole di comportamento rigide (ad es. l’endogamia) e da ruoli prestabiliti. Gli appartenenti ad una casta si considerano, per discendenza o per condizione sociale, separati dalla collettività o da altre classi della stessa. Il modello principale della società suddivisa in caste è rappresentato dal sistema induista, derivato da differenze intellettuali o spirituali, dove l’appartenenza al rango è assolutamente rigorosa e la mescolanza illecita. “Il sistema [induista] delle caste si basa sulla natura delle cose, vale a dire su certe proprietà naturali del genere umano ed è una applicazione tradizionale di queste …” (Frithjof Schuon, filosofo e mistico svizzero 1907–1998). Nel 1921, sulla rivista settimanale Young India, Mahatma Gandhi rimarcava che “il sistema delle caste è[…] inerente alla natura umana e l’Induismo ne ha semplicemente fatto una scienza.”
L’etimologia del termine casta è incerta. Secondo alcuni va collegata al latino castus → puro, da intendersi (forse) per non mescolato con altro, ma non è improbabile un rimando al sanscrito kâstâ → limite; circoscrizione, anche se il nesso linguisticamente non è del tutto chiaro (Pianigiani). Tuttavia, più spesso casta è collegato allo spagnolo (XV secolo) dove sta per razza; stirpe, che rivela il valore della parola nel suo senso genetico. Il filologo spagnolo Joan Coromines suggerisce un etimo gotico *kasts, affine ai norreni kǫstr → mucchio; pila, e kasta → buttare; gettare; lanciare; scagliare, legati al protogermanico *kastuz probabilmente derivati dalla stessa radice protoindoeuropea *ger-, da cui il latino grex → gregge, il greco antico ἀγείρω (agéiro), raccogliere; radunare, o il medio irlandese graig branco (di cavalli). In verità, però, non mi sento di escludere un legame con l’antica radice indoeuropea kṣa → riunire [ṣa] intorno a sé [k]; muovere intorno [k] collegandosi a [ṣ], da cui poi, per estensione, → possedere; governare; abitare, (Rendich). Infatti, secondo me, per senso, kṣa richiama intuitivamente l’idea di una “cerchia”, nonché un gruppo di persone accomunate da relazioni reciproche dovute ad una medesima natura quale è, appunto, una casta.

Questi, sommariamente, sono i principali livelli di diversificazione sociale. Ma sebbene sappiamo che l’uomo per sua natura tende ad organizzarsi in comunità e a cooperare per il bene comune, credo sia opportuno chiedersi: come si arriva alla subordinazione degli strati sociali ad una autorità sovrana? Quali ragioni hanno indotto gli uomini a rinunciare alla loro libertà innata preferendo lo stato civile? Qual è la prima origine dei governi? Auguste Comte, Thomas Hobbes, John Locke, Jean-Jacques Rousseau, Denis Diderot, Adam Ferguson, Immanuel Kant ed altri grandi, anche contemporanei, si sono espressi su questi temi, molto spesso senza unanimità di vedute ed in vivace polemica tra loro. L’argomento è complesso, comprende aspetti storici, filosofici, sociologici, antropologici. Districarsi nel mare delle documentazioni pertinenti riassumendone i punti focali e miscelandoli alle mie opinioni personali, non è poca cosa. Prossimamente cercherò di affrontare questi temi impegnandomi per la maggiore chiarezza e sintesi possibile.

(segue parte 3)

(bibliografia essenziale nell’ultima parte)

LE ORIGINI DELLA MICROECONOMIA:IL PROBLEMA DELLA CONTRATTAZIONE COMPETITIVA E NEGOZIALE

Giuseppe Badalucco - Atlante Segreto - Edicolaweb

Alle origini della microeconomia gli economisti si concentrarono sul  problema della contrattazione competitiva e negoziale che è uno degli argomenti più importanti che caratterizza la scienza economica. Secondo i principi dell’economia gli agenti economici cercano di produrre e scambiare beni con gli altri agenti nel sistema economico per soddisfare i propri bisogni, per cui una delle esigenze fondamentali è quella di determinare la ragione di scambio dei beni, cioè il prezzo dei beni.

IL PREZZO DEI BENI 

Il prezzo di un bene x è il suo valore inteso come quantità di altri beni che possono essere scambiati con quel bene. Da tale definizione si può dedurre che 

-in una economia fondata sul baratto, una unità del bene x può essere scambiata con una certa quantità di un altro bene y. Ad esempio possiamo scambiare una maglietta con 3 kg di pane, per cui la ragione di scambio (o valore di scambio) è 1 maglietta per 3 kg di pane, cioè pari a 1 / 3, per cui 1 maglietta vale 3 kg di pane 

-in una economia fondata sull’impiego della moneta, esiste una unità di misura numeraria del valore dei beni, rappresentata dalle monete metalliche o dai biglietti di banca, per cui il prezzo del bene viene espresso nella quantità di monete che devono essere scambiate per acquisire una unità del bene x 

L’evoluzione storica delle civiltà antiche ha permesso di passare già nell’antichità da un sistema di scambio fondato sul baratto ad un sistema fondato sull’uso della moneta che ha ridotto gli effetti negativi del baratto stesso, poiché la moneta funziona anche come riserva di valore. 

LE FUNZIONI DOMANDA – OFFERTA  

I beni e i servizi vengono scambiati sul mercato tra gli agenti, al fine di soddisfare i propri bisogni, per cui per ogni bene o servizio si determina un mercato, che è il luogo di incontro della domanda e dell’offerta di un bene 

-si indica con Qd la quantità domandata di un bene nel mercato, da parte degli agenti economici 

-si indica con Qo la quantità offerta di un bene, da parte delle imprese 

Gli economisti, a partire dall’epoca moderna, hanno messo in luce che la domanda e l’offerta di un bene dipendono dal suo prezzo, nel senso che è possibile esprimere la quantità domandata e la quantità offerta di un bene in funzione del prezzo, attraverso la costruzione di funzioni di domanda e offerta (che possono essere funzioni lineari o di altro tipo). 

È possibile quindi costruire per ogni mercato 

-la funzione di domanda 

-la funzione di offerta 

La funzione di domanda di un bene viene indicata con l’espressione 

Qd = f(p) 

per indicare che la quantità domandata è funzione del prezzo 

Allo stesso modo si scrive che 

Qo = f(p)  

per indicare che la quantità offerta è funzione del prezzo 

LEGGE DELLA DOMANDA E DELL’OFFERTA 

Dalla conoscenza delle funzioni di domanda e offerta dei beni si ricava la legge di domanda e di offerta dei beni secondo cui 

-se il prezzo di un bene aumenta la sua quantità domandata diminuisce e viceversa se il prezzo del bene si riduce la sua quantità domandata aumenta 

Allo stesso modo 

-se il prezzo di un bene aumenta la sua quantità offerta aumenta e viceversa se il prezzo di un bene diminuisce si riduce la sua quantità offerta 

Da ciò si evince che tra la domanda di un bene e il suo prezzo esiste una relazione inversa mentre tra l’offerta di un bene e il suo prezzo vi è una relazione diretta 

Il grafico che illustra la relazione inversa prezzo – domanda è dato dalla seguente figura 

Il grafico che illustra la relazione diretta tra prezzo – offerta è dato dalla seguente figura

ALTRE DETERMINANTI DELLA DOMANDA E DELL’OFFERTA 

Altri elementi che incidono sulla domanda dei beni sono 

-il reddito dei consumatori (se il reddito aumenta, aumenta anche la domanda di vari beni) 

-il prezzo di altri beni sostitutivi o complementari (esempio se aumenta il prezzo della margarina si riduce la quantità domandata di margarina ma aumenta quella del burro ecc.) 

-le preferenze dei consumatori (esempio se i consumatori preferiscono fare le vacanze al mare, aumenta la domanda di servizi turistici per il mare rispetto a vacanze alternative) 

-le aspettative dei consumatori (esempio se i consumatori si aspettano un incremento del prezzo di un particolare tipo di carburante possono incrementare la domanda di autoveicoli a carburante alternativo ecc.) 

Altri elementi che incidono sull’offerta dei beni sono 

-il costo dei fattori produttivi (se aumenta il costo dei fattori produttivi, capitale, terra, lavoro, aumenta il costo di produzione del bene per cui si riduce la quantità offerta e viceversa se il costo si riduce aumenta l’offerta) 

-tecnologia (se le imprese riescono a sviluppare nuove tecnologie queste possono rendere più efficiente il processo produttivo e ridurre il costo del bene aumentando l’offerta del bene) 

-aspettative (se le imprese hanno aspettative negative o positive sullo sviluppo del mercato possono decidere di incrementare o ridurre l’offerta di un bene) 

L’EQUILIBRIO DOMANDA – OFFERTA NEL MERCATO: LA CONCORRENZA PERFETTA 

A partire dall’epoca moderna, con lo sviluppo della microeconomia , gli economisti hanno analizzato la struttura del mercato dei beni allo scopo di capire in che modo gli agenti economici producono i beni e i servizi per soddisfare i propri bisogni, in che modo formano i prezzi dei beni, in che modo vengono distribuiti i beni e le modalità di funzionamento del mercato, con le sue peculiarità. A tal proposito occorre specificare che gli economisti fin dagli albori dell’economia politica (XVIII-XIX sec.) hanno ipotizzato che il mercato dovesse operare secondo il principio della concorrenza perfetta che è caratterizzata dai seguenti importanti elementi:

-polverizzazione della domanda e dell’offerta, cioè sul mercato operano una miriade di agenti economici – consumatori e imprese ognuno dei quali assume un comportamento atomistico e in cui nessun operatore è in grado di influenzare o controllare il mercato (ogni consumatore ha una quota di domanda infinitesimale e ogni impresa ha una quota di mercato infinitesimale) 

-le imprese sono price – takers, cioè considerano il prezzo come dato e non sono in grado di influire direttamente sulla formulazione dei prezzi di mercato 

-perfetta omogeneità dei beni sul mercato, cioè i beni prodotti dalle imprese sono uguali per caratteristiche qualitative e perfettamente sostituibili l’uno all’altro 

-assenza di asimmetrie informative sul mercato, cioè tutti gli operatori hanno le stesse informazioni relative ai prezzi e alle quantità domandate e offerte dei beni 

-assenza di barriere all’entrata, cioè il mercato è caratterizzato dalla possibilità per le imprese di entrare sul mercato senza alcun ostacolo che impedisca la concorrenza tra imprese 

Nel caso in cui siano rispettate le condizioni precedentemente esposte il problema fondamentale del mercato perfettamente concorrenziale diventa quello di determinare i valori del prezzo di equilibrio del bene, cioè il prezzo che garantisce che la quantità domandata e la quantità offerta siano uguali, in modo da garantire l’equilibrio del mercato. In merito al concetto di equilibrio del mercato, occorre precisare che nell’ambito della scienza economica è prevalso, nella sua prima fase di sviluppo, il concetto di equilibrio economico che, per certi versi, può essere considerato come una derivazione del concetto di equilibrio dei sistemi fisici nell’ambito delle scienze naturali, poiché si è ritenuto naturale che anche in economia lo stato del sistema economico tendesse all’equilibrio. Vediamo le conseguenze importantissime che tale principio ha nella risoluzione del problema della formulazione dei prezzi di equilibrio del mercato e della quantità domandata e offerta.

L’EQUILIBRIO DEL MERCATO: LA CONTRATTAZIONE COMPETITIVA E LA CONTRATTAZIONE NEGOZIALE 

Il problema fondamentale da risolvere, quindi, nell’ambito del mercato perfettamente concorrenziale è quello di determinare l’equazione della curva di domanda del mercato (che è la somma delle domande singole degli agenti economici) e l’equazione della curva di offerta (somma delle offerte delle singole imprese) in modo tale da creare un sistema di equazioni che permetta di determinare il punto di intersezione delle due curve che individua il prezzo di equilibrio p* e la quantità di equilibrio q*. In qualunque istante, quindi, il mercato può trovarsi in equilibrio oppure può trovarsi in uno stato di disequilibrio in cui la domanda supera l’offerta o viceversa. Da tale situazione si evince che il processo di formulazione dei prezzi dei beni, che rappresenta uno dei problemi più importanti nell’economia, può essere realizzato seguendo principi diversi che sono stati messi in luce dai vari studiosi nel corso del tempo e che derivano da differenti applicazioni del concetto di equilibrio e disequilibrio del mercato e che devono essere specificamente analizzati.  Il punto di equilibrio del mercato di un bene è rappresentato nella seguente figura 

LA CONTRATTAZIONE COMPETITIVA: L’EQUILIBRIO WALRASIANO E IL PROCESSO DI AGGIUSTAMENTO DEI PREZZI VERSO L’EQUILIBRIO 

Tra i primi studiosi che affrontarono il problema della formulazione dei prezzi e della determinazione del prezzo di equilibrio e delle quantità di equilibrio sui mercati vi fu l’economista francese Leon Walras (1834 – 1910), considerato da molti studiosi di economia come uno dei più grandi economisti di ogni epoca, il padre delle teorie sull’equilibrio economico generale.

Leon Walras

Walras pubblicò alcuni importanti lavori di ricerca in cui illustrò la teoria dell’equilibrio economico generale, tra cui si possono ricordare “Théorie mathématique de la richesse sociale” (1883), “Théorie de la monnaie” (1886) e “Éléments d’économie politique pure” (1900), e con cui introdusse gli elementi fondamentali dell’economia politica moderna. 

L’EQUILIBRIO WALRASIANO 

La teoria dell’equilibrio dei mercati dei beni, introdotta da Walras, rappresentò uno dei paradigmi di riferimento per gli studi di economia nel XX secolo. L’equilibrio Walrasiano è un equilibrio che riguarda il mercato in regime di concorrenza perfetta, per cui, considerando N mercati, l’equilibrio walrasiano si raggiunge quando si determina un vettore di prezzi P(p1, p2,…..,pn) tale che la domanda di mercato eguaglia l’offerta di mercato, cioè tale che Dn = On 

L’equilibrio walrasiano presenta quindi il seguente modello matematico 

Si considera un vettore di prezzi  

vettore che indica i prezzi che si formano su n mercati 

In ogni mercato si indicano con 

rispettivamente le quantità domandate e offerte dei beni sugli n mercati 

mentre indichiamo con

le funzioni di domanda e offerta dei beni negli n mercati 

così pure indichiamo con 

la condizione di uguaglianza per ogni mercato, tale che la differenza tra il valore complessivo dei beni domandati e il valore complessivo dei beni offerti deve essere nullo 

Per cui nel modello economico walrasiano si generano due sistemi di equazioni di cui 

-il primo sistema indica le funzioni di domanda e offerta in funzione del prezzo dei beni 

-il secondo sistema indica la condizione di uguaglianza tra domanda e offerta di ogni bene sul mercato 

Risolvendo i sistemi di equazioni ivi indicati si raggiunge l’equilibrio tra domanda e offerta per ogni mercato, in cui risulta che 

L’Equilibrio economico generale si consegue quando tutti gli n mercati sono in equilibrio, cioè quando tutti gli eccessi di domanda o offerta su ogni mercato sono nulli, in modo tale che 

IL PROCESSO DI AGGIUSTAMENTO DEI PREZZI VERSO L’EQUILIBRIO: LA CONTRATTAZIONE COMPETITIVA, IL BANDITORE E IL TÂTONNEMENT 

Il mercato dei beni è quindi in equilibrio quando la quantità domandata eguaglia la quantità offerta e tale situazione si verifica in corrispondenza di un solo prezzo di equilibrio, di cui si può determinare il valore per ogni bene (per ogni mercato). Per comprendere adeguatamente l’impatto fondamentale che la teoria walrasiana ha avuto sugli studi economici nel corso del XIX e XX secolo occorre specificare il funzionamento del mercato, le modalità di composizione della contrattazione di mercato e il processo che porta alla determinazione dell’equilibrio del mercato. Nel mercato di ogni bene si verifica la seguente situazione: 

-gli agenti economici hanno delle dotazioni iniziali di beni e le imprese producono beni da vendere sul mercato in modo che la domanda e l’offerta si eguaglino per ottenere l’equilibrio delle quantità da scambiare e il prezzo di equilibrio.  

-gli agenti economici (consumatori e imprenditori) hanno delle proprie funzioni di domanda e offerta, per cui complessivamente si formano delle curve di domanda e offerta per ogni mercato 

-gli agenti economici presentano una propria funzione di utilità, dove l’utilità esprime l’attitudine di un bene a soddisfare i bisogni economici degli agenti 

-nel mercato esiste la figura del Banditore (o Regolatore) cioè un soggetto che raccoglie tutte le informazioni provenienti dai singoli agenti, mette a confronto tutte le curva di domanda e offerta e determina il prezzo di equilibrio e le quantità di equilibrio 

Nella teoria walrasiana quindi il mercato funziona col metodo della contrattazione competitiva, che può essere paragonato, per esemplificazione, al funzionamento classico delle contrattazioni del mercato borsistico. Il Regolatore del mercato (Banditore) da avvio agli scambi e si verifica la seguente situazione: 

-il mercato viene da una situazione iniziale di precedente equilibrio (visualizzabile in una analisi di statica comparata) 

-al momento dell’inizio degli scambi gli agenti “gridano” un proprio prezzo a cui sono disposti a comprare o vendere i beni, in modo tale che il Banditore comprenda l’entità del volume degli scambi che possono transitare sul mercato. In questo primo momento il mercato non è ancora in equilibrio 

-il Banditore scegli quindi un prezzo che ritiene opportuno in tale situazione e permette che si verifichi un primo “giro” di contrattazioni a questo livello di prezzo. Se a tale livello di prezzo tutti i compratori e tutti i venditori sono disposti a comprare e vendere il bene, allora tale prezzo diventa il nuovo prezzo di equilibrio.  

-viceversa se a tale livello di prezzo non tutti i compratori sono disposti a comprare e non tutti i venditori sono disposti a vendere, allora si forma, temporaneamente, un prezzo che non è di equilibrio e si viene a determinare temporaneamente un eccesso di domanda o di offerta sul mercato.  

-in questo caso il Banditore avvia un processo di aggiustamento del prezzo che viene definito Tâtonnement (dal francese brancolare) e tale processo di aggiustamento può seguire due percorsi 

-se il mercato si trova temporaneamente in una situazione in cui la domanda supera l’offerta (D > O) ciò significa che vi è un eccesso di domanda rispetto all’offerta. In tal caso il Banditore alza il prezzo ad un livello superiore rispetto al prezzo precedente in modo tale che la quantità domandata si riduca e la quantità offerta aumenti nel tentativo di assorbire gli eccessi di domanda 

-se viceversa il mercato si trova temporaneamente in una situazione in cui l’offerta supera la domanda (O > D o D < O) ciò significa che vi è un eccesso di offerta rispetto alla domanda. In tal caso il Banditore riduce il prezzo ad un livello inferiore rispetto al prezzo precedente in modo tale che la quantità offerta si riduca e la quantità domandata aumenti nel tentativo di riassorbire l’eccesso di offerta 

-il processo di Tâtonnement continua per tentativi ed errori, fino al completo esaurimento degli eventuali eccessi di domanda o di offerta, e si conclude nel momento in cui si determina il prezzo in corrispondenza del quale non vi sono più eccessi di domanda o offerta e la quantità domandata eguaglia la quantità offerta 

-il prezzo individuato con il processo di aggiustamento walrasiano è il prezzo di equilibrio p* del mercato, ed è il prezzo in corrispondenza del quale domanda e offerta si eguagliano e al quale avvengono effettivamente tutti gli scambi. In corrispondenza di tale prezzo gli operatori del mercato sono tutti soddisfatti e massimizzano le proprie funzioni di utilità (consumatori) e di profitto (imprenditori) 

UN ESEMPIO DI CONTRATTAZIONE COMPETITIVA NEL MODELLO WALRASIANO 

Vediamo un esempio semplificato di contrattazione competitiva in un modello walrasiano con processo di aggiustamento 

-ipotizziamo che vi sia un solo mercato in cui viene trattato il bene X 

-la funzione di domanda del bene X è data dalla funzione Qd = 50 – 4p 

-la funzione di offerta del bene X è data dalla funzione Qo = 25 + p  

-la funzione di domanda e offerta può variare nel corso del tempo in modo da permettere la determinazione di prezzi di equilibrio che si modificano nel tempo 

-sul mercato opera il Banditore che determina il processo di aggiustamento dei prezzi verso l’equilibrio 

-all’inizio della contrattazione gli operatori gridano un prezzo iniziale pari a p’ = 10 

Vediamo in che modo opera il processo di aggiustamento walrasiano 

1) innazitutto occorre rappresentare graficamente le due curve di domanda e di offerta sullo stesso sistema di assi cartesiani 

In questo caso si tratta di due funzioni lineari del tipo 

y = a + bx  

y= a – bx  

Che sono rappresentate con una retta crescente (curva di offerta) e una retta decrescente (curva di domanda) 

Per rappresentare la curva Qd = 50 – 4p occorre determinare i punti di intersezione con gli assi delle ordinate e delle ascisse che si possono determinare nel seguente modo 

-se p = 0 allora la quantità domandata diventa 

Qd = 50 – 4•0 

Qd = 50 

-se Qd = 0 allora il prezzo diventa 

0 = 50 – 4p  

4p = 50 quindi p = 50/4 cioè p = 12,5 

Quindi la funzione di domanda Qd = 50 – 4p si rappresenta 

Viceversa per rappresentare la funzione di offerta Qo = 25 + p si individuano i seguenti valori di intersezione con gli assi 

-se p = 0  

Qo = 25 + 0 

Qo = 25 

-se Qo = 0  

0 = 25 + p 

Da cui si ricava 

-p = 25 cioè  

p = -25 

In questo caso occorre precisare che l’intercetta pari a p = -25 non ha significato economico reale poiché non può esistere un prezzo negativo così come non può esistere una quantità negativa ma viene indicata comunque come punto di intersezione con l’asse del prezzo  

Per cui si ottiene 

Nel mercato del bene X quindi le equazioni della curva di domanda e offerta del bene sono rispettivamente, come detto precedentemente 

Qd =50 – 4p  

Qo = 25 + p  

Vediamo cosa accade durante il processo di tâtonnement cioè di aggiustamento verso l’equilibrio 

1) nella prima fase il Banditore grida un prezzo iniziale tenendo conto delle richieste e delle offerte degli agenti economici sul mercato e indica un prezzo iniziale p1 = 9 

In corrispondenza del prezzo iniziale p1 = 9 si verifica la seguente situazione sul mercato 

La quantità domandata è Qd = 50 – 4p 

Per cui sostituendo a p il valore 9 si ottiene 

Qd = 50 – 4•9 = 50 – 36 = 14 

Cioè la quantità domandata sul mercato è uguale a 14 

La quantità offerta è Qo = 25 + p 

Per cui sostituendo a p il valore 9 si ottiene 

Qo = 25 + 9 = 34 

Cioè la quantità offerta sul mercato è uguale a 34 

Quindi se il prezzo iniziale è p1 = 9 sul mercato vi è un eccesso di offerta rispetto alla domanda; l’eccesso di offerta rispetto alla domanda è dato da 

Qo – Qd = 34 – 14 = 20 

Questa situazione è rappresentata dal seguente grafico 

In questo momento, quindi, se il prezzo del bene è pari a 9 si verifica un eccesso di offerta pari a 34 – 14 = 20 e il mercato è in disequilibrio, e a queste condizioni non avviene alcuno scambio tra gli agenti economici sul mercato. A questo punto il Banditore sa che il mercato è in disequilibrio e cerca, attraverso il processo di aggiustamento di riportare il mercato in equilibrio. Vediamo cosa si verifica nella successiva fase di aggiustamento 

2) nella seconda fase del processo di aggiustamento il Banditore tenta di riportare il mercato in equilibrio comunicando un prezzo che permetta di riassorbire l’eccesso di offerta, che si è verificato perché il prezzo p1 = 9 era troppo “alto”. A questo punto il Banditore quindi comunica un prezzo inferiore a quello precedente indicando il prezzo 

p2 = 4 

A questo livello di prezzo si verifica la seguente situazione, considerando le equazioni della curva di domanda e offerta 

Qd = 50 – 4p  

Qo = 25 + p 

Risulta che 

Qd = 50 – 4•4 = 50 – 16 = 34 

Qo = 25 + 4 = 29 

Mentre al livello di prezzo p = 9 vi era un eccesso di offerta rispetto alla domanda in questo caso, al livello di prezzo p = 4 risulta che 

La quantità domandata è Qd = 34 

La quantità offerta è Qo = 29 

In questo caso quindi si verifica una situazione che è l’opposto del caso precedente, cioè in questo caso vi è un eccesso di domanda rispetto all’offerta che è dato da 

Qd – Qo = 34 – 29 = 5 

L’eccesso di domanda è uguale a 5 come si può verificare dalla figura seguente 

3)TERMINE DEL PROCESSO DI AGGIUSTAMENTO – IL PREZZO DI EQUILIBRIO 

Il processo di tâtonnement o aggiustamento si conclude nel momento in cui il Banditore “grida” un prezzo che permette di eguagliare la quantità domandata e la quantità offerta, cioè il prezzo in corrispondenza del quale si raggiunge l’equilibrio del mercato. Tale prezzo viene definito propriamente prezzo di equilibrio e in corrispondenza del suo valore avvengono tutti gli scambi tra gli agenti economici (consumatori – imprese) mentre nelle fasi precedenti non si aveva alcuno scambio. Il calcolo del prezzo di equilibrio si ottiene dalla risoluzione del sistema di equazioni delle curve di domanda e di offerta secondo la seguente procedura. 

Dato che  

Equazione di domanda Qd = 50 – 4p 

Equazione di offerta Qo = 25 + p 

Mettendo le equazioni a sistema si ottiene 

da cui si ricava che poiché occorre determinare il prezzo in corrispondenza del quale Qd = Qo si può sostituire Qo in Qd (o viceversa Qd in Qo) ottenendo che 

Come possibile riscontrare dal sistema di equazioni sopra riportato, il prezzo di equilibrio, in corrispondenza del quale la domanda e l’offerta di mercato si eguaglio è p* = 5 per il quale corrisponde una quantità domandata e offerta Qd = Qo = 30. In corrispondenza di tale prezzo avvengono tutti gli scambi di mercato e non si verifica nessun eccesso di domanda o di offerta. Una volta determinato il prezzo di equilibrio del mercato, il processo di aggiustamento Walrasiano ha termine e riprende nel momento in cui verrà effettuato un nuovo giro di contrattazioni. L’equilibrio sul mercato del bene è rappresentato di seguito 

Il metodo di formazione dei prezzi fondato sulla contrattazione competitiva rappresentò il punto di riferimento principale nell’ambito delle teorie sulla formazione dei prezzi nell’economia politica moderna tra la fine dell’800 e i primi del ‘900, poiché esso coniuga le principali condizioni della concorrenza perfetta con la legge della domanda e dell’offerta e inoltre conferma il principio di equilibrio economico generale a cui tende il sistema economico.  

LA CONTRATTAZIONE NEGOZIALE: LA FORMAZIONE DEI PREZZI E IL MODELLO DI EDGEWORTH 

Secondo il metodo della contrattazione negoziale sono gli agenti economici (cioè consumatori – compratori e imprese – venditori) che determinano i prezzi agendo da soli sul mercato. In questa metodologia di contrattazione quindi, gli operatori annunciano i prezzi sul mercato e agiscono in modo tale da entrare in contatto con un operatore che all’opposto è interessato a compiere l’operazione di compravendita; cioè i compratori cercano venditori e viceversa. Di conseguenza, se un compratore annuncia il proprio prezzo di acquisto e trova un venditore disposto a vendere a quel determinato prezzo, si determina una transazione e avviene lo scambio del bene a quel prezzo. Alternativamente il venditore annuncia il proprio prezzo e se trova un acquirente disposto a comprare a tale prezzo si verifica la transazione. Da tale metodologia di contrattazione si deduce quindi che 

-possono essere annunciati prezzi diversi, accettati da compratori e venditori 

-possono essere eseguiti diversi scambi a prezzi diversi 

-nel processo di transazione negoziale si forma una sequenza di prezzi di mercato per cui uno stesso bene può essere scambiato a prezzi diversi  

-il prezzo che si forma durante la contrattazione negoziale viene definito PREZZO NEGOZIALE, e a differenza del PREZZO COMPETITIVO che si forma nel metodo di contrattazione competitiva Walrasiano, il prezzo negoziale non è un prezzo di equilibrio; cioè in corrispondenza del prezzo negoziale non si raggiunge l’uguaglianza tra la domanda e l’offerta di mercato ma è semplicemente un di prezzo di compravendita in corrispondenza del quale si realizza una transazione commerciale. 

Tra gli studiosi che per primi introdussero il modello di contrattazione negoziale vi fu l’economista inglese Francis Edgeworth (1854 – 1926) che insegnò economia presso il King’s College di Londra e fu considerato il padre fondatore della scuola neoclassica inglese, nonché uno dei primi economisti che impiegò con notevoli risultati l’analisi matematica nello studio dei modelli economici. 

Francis Edgeworth

Edgeworth studiò importanti modelli economici: 

-introdusse il concetto di curva di indifferenza, che è il luogo geometrico dei punti del piano che indicano le combinazioni di due beni (x,y) che consentono all’agente economico di conseguire lo stesso livello di utilità 

Sulla curva di indifferenza I1 vi è il paniere (X1,Y1) che permette di ottenere un certo livello di utilità. Qualunque altro paniere situato sulla stessa curva di indifferenza (sebbene determinato da una diversa combinazione dei due beni) permette di ottenere lo stesso livello di utilità nel consumo di tali beni.  

-in particolare Edgeworth studiò i modelli basati sulle curve di indifferenza per analizzare un processo di scambio tra due agenti economici nel sistema economico, utilizzando il modello che successivamente fu elaborato da Vilfredo Pareto e che fu definito Edgeworth Box, la Scatola di Edgeworth. In un doppio sistema di assi cartesiani sono rappresentate le curve di indifferenza di due agenti economici operanti nel mercato, come visibile nella seguente figura

I due agenti dell’economia A e B presentano ognuno diverse curve di indifferenza; per poter migliorare il proprio livello di utilità l’agente A dovrebbe spostarsi dalla curva di indifferenza I1A alla curva I2A o I3A mentre l’agente B dovrebbe spostarsi dalla curva I1B alla curva I2B o I3B per poter migliorare la propria utilità nel consumo dei beni. 

-gli agenti economici cercano di scambiare i propri beni con altri agenti del mercato in modo da determinare panieri di beni che soddisfino i propri bisogni, per cui gli agenti cercano, tenendo conto del proprio vincolo di bilancio, di posizionarsi nelle varie curve di indifferenza che sono tangenti alle rette di isoreddito (del vincolo di bilancio). In tal modo gli agenti cercano di realizzare trattative per l’esecuzione di scambi che avvengono a prezzi diversi da quello di equilibrio walrasiano e ciò determina una situazione in cui i punti di tangenza tra le curve di indifferenza sono equilibri stabili riferiti ai singoli agenti che non hanno più interesse a fare ulteriori scambi. Per cui Edgeworth dimostrò che possono esistere più equilibri di scambio che possono essere rappresentati nella curva dei contratti come visibile nella seguente figura

Il contributo di Edgeworth alla microeconomia moderna fu molto importante e l’economista inglese pubblicò diversi lavori di ricerca tra cui si possono ricordare Papers relating to political economy (Vol. I-II-III) e Matematical Psyichics.

ESEMPIO SEMPLIFICATO DI CONTRATTAZIONE NEGOZIALE 

Ipotizziamo che sul mercato vi siano n operatori che possono partecipare a trattative per lo scambio di un bene, per esempio vi siano 10 operatori. Gli agenti del mercato sono A, B, C, D, E, F, G, H, I, J ed essi possono comprare o vendere il bene x; nel mercato vi sono le seguenti regole comuni: 

-tutti gli agenti possono entrare liberamente sul mercato e verificare la possibilità di fare scambi 

-tutti gli operatori riescono a sapere, per le modalità di sviluppo delle trattative, le informazioni sui prezzi man mano che vengono fornite, per cui non vi sono asimmetrie informative 

-per semplicità si ipotizza che le dotazioni scambiate siano unitarie 

-ogni agente economico valuta il prezzo del bene (sia nel caso in cui voglia acquistare, sia nel caso in cui voglia vendere) con un determinato valore monetario che deriva da un processo di valutazione specifico da parte di ogni singolo agente economico 

-la valutazione del prezzo del bene può essere diversa per ogni singolo agente economico 

Ipotizziamo che gli agenti economici possano entrare sul mercato potendo visualizzare i prezzi del bene oggetto di trattativa sul mercato in modo tale che ogni operatore che “entra” sul mercato possa vedere la lista dei prezzi richiesti dagli altri operatori 

 (immaginiamo di vedere i prezzi sullo schermo del pc) 

Nella seguente tabella è possibile vedere la situazione degli agenti che entrano sul mercato, indicando con i numeri 1,2,…. l’ordine di entrata sul mercato  

DESCRIZIONE DEL PROCESSO DI SCAMBIO TRA AGENTI NELLA CONTRATTAZIONE NEGOZIALE – IPOTESI STATICA 

-il processo ha inizio con l’entrata sul mercato (passaggio 1) dell’operatore A che vorrebbe acquistare 1 unità del bene al prezzo di € 2 

-successivamente entra sul mercato (passaggio 2) l’operatore B che vorrebbe acquistare 1 unità del bene al prezzo di € 3 

-a questo punto entra sul mercato (passaggio 3) l’operatore C che vorrebbe vendere 1 unità del bene al prezzo di € 2,5. L’operatore A e l’operatore B vedono che è entrato l’operatore C ma il loro prezzo di acquisto non corrisponde con il prezzo di vendita proposto da C per cui tra di essi non si realizza nessuno scambio 

-successivamente entra sul mercato (passaggio 4) l’operatore D che vorrebbe acquistare il bene al prezzo di € 3,3 per cui anche tale prezzo non corrisponde con il prezzo offerto da C e non si conclude alcuno scambio 

-nel passaggio 5 entra sul mercato l’operatore E che vorrebbe vendere il bene al prezzo di € 2; a questo punto l’operatore A (che vuole comprare a € 2) vede che l’operatore E vuole vendere al prezzo di € 2 e viceversa E vede che A vuole comprare ad € 2 e quindi si verifica lo scambio tra A ed E al prezzo di € 2. In questo momento gli altri operatori presenti non realizzano alcuno scambio 

-successivamente entra sul mercato (passaggio 6) l’operatore F che vorrebbe vendere il bene al prezzo di € 3,5 per cui non trova alcun operatore disposto a comprare a quel prezzo 

-successivamente entra sul mercato (passaggio 7) l’operatore G che vorrebbe acquistare il bene al prezzo di € 2,9 ed anche in tale passaggio non si realizza alcuno scambio 

-successivamente entra sul mercato (passaggio 8) l’operatore H che vorrebbe vendere il bene al prezzo di € 1,9 ed anche in questo caso non si realizza alcuno scambio 

-successivamente entra sul mercato (passaggio 9) l’operatore I che vorrebbe acquistare il bene al prezzo di € 2,1 ed anche in questo passaggio non si realizza alcuno scambio 

-a questo punto entra sul mercato (passaggio finale 10) l’operatore J che vorrebbe vendere il bene al prezzo di € 3. In questo momento l’operatore B che vuole acquistare il bene al prezzo di € 3 vede che l’operatore J vuole vendere il bene al prezzo di € 3 e viceversa l’operatore J vede che l’operatore B vuole comprare al prezzo di € 3 per cui si verifica lo scambio tra di essi 

Il processo di scambio sul mercato si è concluso, in questa ipotesi con i seguenti risultati 

-A ha acquistato da E 1 unità del bene al prezzo di € 2 (e viceversa E ha venduto ad A) 

-B ha acquistato da J 1 unità del bene al prezzo di € 3 (e viceversa J ha venduto a B) 

-tutti gli altri operatori, in questa prima ipotesi, non hanno raggiunto il proprio obiettivo di acquistare o vendere il bene 

-il valore medio del prezzo del bene trattato in questi scambi è stato dato dalla formula 

Mx = Σi=0n Xi /n 

Cioè M = (2 + 3) / 2 = 2,5 € 

Il prezzo a cui è stato venduto il bene (cioè nella fase iniziale 2€ e successivamente 3€) non è un prezzo di equilibrio poiché a tale valore del bene non corrisponde l’uguaglianza della domanda e dell’offerta ma bensì lo scambio tra due coppie di operatori, cioè alcuni operatori non sono riusciti a partecipare allo scambio e quindi il mercato non è in equilibrio.  

IL PROCESSO DI CONTRATTAZIONE NEGOZIALE – IPOTESI ALTERNATIVA DI AGGIUSTAMENTO ISTANTANEO DEL PREZZO DA PARTE DEGLI AGENTI 

E’ possibile ipotizzare che gli agenti che entrano nel mercato possano variare istantaneamente il prezzo di acquisto o di vendita a seconda del proprio interesse, poiché si ipotizza che gli operatori siano in realtà price – makers. In questa ipotesi se l’ordine di entrata è lo stesso dell’ipotesi precedente è possibile costruire una tabella come quella seguente 

In questo caso il processo di contrattazione negoziale può essere espresso nei seguenti passaggi: 

-nel passaggio 1 entra l’operatore A e dichiara un prezzo di acquisto di € 2 

-nel passaggio 2 entra l’operatore B e dichiara un prezzo di acquisto di € 3 

-nel passaggio 3 entra l’operatore C che avrebbe voluto vendere ad un prezzo di € 2,5; tuttavia egli vede che sul mercato c’è un operatore che vuole comprare al prezzo di 3 € per cui aggiusta “istantaneamente” la sua offerta di prezzo ad € 3 e si verifica lo scambio tra l’operatore B e l’operatore C 

-nel passaggio 4 entra l’operatore D e dichiara un prezzo di acquisto di € 3,3 

-nel passaggio 5 entra l’operatore E che avrebbe voluto vendere ad un prezzo di € 2; tuttavia egli vede che sul mercato c’è un operatore che vuole comprare al prezzo di € 3,3 per cui aggiusta “istantaneamente” il prezzo portandolo da € 2 ad € 3,3 e si verifica lo scambio tra l’operatore D e l’operatore E 

-nel passaggio 6 entra l’operatore F e dichiara un prezzo di vendita di € 3,5 

-nel passaggio 7 entra l’operatore G e dichiara un prezzo di acquisto di € 2,9 

-nel passaggio 8 entra l’operatore H che avrebbe voluto vendere ad un prezzo di € 1,9; tuttavia egli vede che sul mercato c’è un operatore che vuole comprare al prezzo di € 2,9 per cui aggiusta “istantaneamente” il prezzo portandolo da € 1,9 ad € 2,9 e si verifica lo scambio tra l’operatore G e l’operatore H 

-nel passaggio 9 entra l’operatore I e dichiara un prezzo di acquisto di € 2,1 

-nel passaggio 10 entra l’operatore J e dichiara un prezzo di vendita di € 3 

In questa seconda ipotesi di aggiustamento istantaneo del prezzo nel processo di contrattazione negoziale si possono sintetizzare i seguenti risultati: 

-l’operatore B ha acquista 1 unità dall’operatore C al prezzo di € 3 (e viceversa C ha venduto a B) 

-l’operatore D ha acquistato 1 unità dall’operatore E al prezzo di € 3,3 (e viceversa E ha venduto a D) 

-l’operatore G ha acquistato 1 unità dall’operatore H al prezzo di € 2,9 (e viceversa H ha venduto a G) 

-gli operatori A, F, I e J non sono riusciti a realizzare degli scambi  

-rispetto al caso precedente è stata scambiata 1 unità in più del bene ma non tutti gli operatori sono riusciti a scambiare 

-il prezzo medio a cui sono avvenuti gli scambi è M = (3+3,3+2,9)/3 = 3,06 

Ovviamente il metodo di contrattazione negoziale può essere analizzato nella sua ipotesi semplificata, in cui non vi sono aggiustamenti istantanei del prezzo oppure nell’ipotesi di aggiustamento. In tal caso l’aggiustamento dei prezzi è un processo che permette di incrementare il volume degli scambi poiché permette di attivare una dinamica di aggiustamento del mercato, anche se non porta ad un vero e proprio equilibrio domanda – offerta.  

DIFFERENZE TRA METODO DELLA CONTRATTAZIONE COMPETITIVA WALRASIANA E METODO DELLA CONTRATTAZIONE NEGOZIALE SECONDO EDGEWORTH 

I due metodi di contrattazione presentano alcune differenze importanti 

-nel sistema di contrattazione competitiva walrasiana gli scambi avvengono solo in corrispondenza del prezzo di equilibrio p* determinato dal Banditore mentre nel sistema di contrattazione  negoziale sono gli agenti che, direttamente contrattando con gli altri agenti, effettuano gli scambi oppure modificano i prezzi (o le quantità scambiate se si introduce ipotesi di modifica delle quantità) tenendo conto della necessità di effettuare degli scambi e entrando sul mercato alla ricerca di operatori con cui scambiare il bene al prezzo per essi conveniente. La ricerca del guadagno spingerebbe l’operatore a modificare il prezzo del bene (o la quantità domandata/offerta) per soddisfare la propria necessità di acquistare o vendere il bene (non è presente la figura del Banditore) 

-secondo Edgeworth sono gli agenti economici quindi a prendere le decisioni di scambio per massimizzare il proprio vantaggio personale (utilità per i consumatori e profitto per le imprese) 

-la contrattazione negoziale tra gli agenti continua fino a quando gli agenti economici hanno interesse a modificare i prezzi o le quantità scambiate e può accadere che in un determinato istante t alcuni operatori non riescano a compare o vendere il bene poiché non trovano corrispondenza tra il proprio prezzo di acquisto e il prezzo di vendita offerto dagli altri operatori. In tal caso gli operatori potranno iniziare un nuovo giro di contrattazioni per modificare i prezzi o le quantità scambiate e realizzare uno scambio 

-nel metodo di contrattazione negoziale quindi gli operatori effettuano degli scambi anche se il mercato non è in equilibrio 

-nel metodo di contrattazione negoziale inoltre il mercato potrebbe non raggiungere mai una situazione di equilibrio stabile se cambiano continuamente le condizioni del mercato stesso 

-in definitiva nel modello di contrattazione negoziale non si verifica l’unicità dell’equilibrio competitivo walrasiano ma possono verificarsi più equilibri multipli che sono quindi efficienti e ottimali (in senso paretiano) nello scambio tra due individui visibile nella rappresentazione della curva dei contratti. 

CONCLUSIONI 

Gli studi realizzati dagli economisti classici verso la fine dell’800 (Walras, Edgeworth, Marshall ecc.) diedero avvio alla microeconomia come un nuovo campo di indagine che permise di analizzare e descrivere il funzionamento dell’economia di mercato con l’introduzione di modelli matematici che fornirono alla nascente economia politica una solida base di riferimento nell’ambito delle discipline socio – economiche moderne. All’interno di questi modelli di riferimento gli studiosi trovarono modelli alternativi che descrivono, con ipotesi che di volta in volta seguirono un’interpretazione ortodossa o eterodossa, la formulazione dei prezzi, delle quantità scambiate, dell’equilibrio del mercato, determinando in tal modo diverse visioni del funzionamento del mercato che hanno inciso sugli studi economici del XX secolo.

FONTI BIBLIOGRAFICHE 

Léon Walras, Théorie mathématique de la richesse sociale, Lausanne, Corbaz ; Guillaumin ; Loescher ; Duncker & Humblot, 1883. 

L. Walras, Théorie de la monnaie, Lausanne, Corbaz, 1886 

L. Walras, Éléments d’èconomie politique pure, Lausanne, Rouge, 1900 

F.Y. Edgeworth, Papers relating to political economy. 1, London, Macmillan, 1925. 

F.Y. Edgeworth, Papers relating to political economy. 2, London, Macmillan, 1925 

F.Y. Edgeworth, Papers relating to political economy. 3, London, Macmillan, 1925 

F.Y. Edgeworth, Mathematical psychics, Series of reprints of scarce tracts in economic and political science 10, London, London school of economics and political science, 1932 

S. Zamagni, Economia Politica, Ed. La Nuova Italia Scientifica, 1991  

I “SEGRETI” DEL RE. Il principio di sovranità: dai valori semantici all’espressione originale della realtà percepita. Parte 1. L’analisi etimologica

Tiziana Pompili

Durante la stesura del libro Pelasgi Stirpe Divina, mi sono trovata ad indagare numerosi valori semantici che hanno rivelato dettagli ben definiti e molti aspetti finora ignorati di quelle enigmatiche comunità preistoriche. La ricerca linguistica, connessa ad una serie di studi multidisciplinari, ha fornito indizi estremamente coerenti permettendomi di formulare ipotesi verosimili (sebbene stupefacenti per molti versi) sulla natura intrinseca di queste genti, sul loro aspetto, sulle loro origini “divine”. I sorprendenti valori delle etimologie, mi hanno incoraggiata ad un ulteriore tentativo che, a livello più generale, motivasse l’esistenza fin dai tempi più remoti, delle caste, dei re e delle linee di sangue, considerate con più o meno convinzione a seconda dei momenti storici, superiori, migliori, o comunque geneticamente differenti dall’umanità “comune”. 

Per dire tutta la verità, si trattava di dare anche risposta ad una domanda che mi tormentava fin da bambina quando, appassionata lettrice di fiabe, infrangevo l’incanto della loro suggestione domandandomi quale fosse l’origine di prìncipi e principesse e perché mai un sovrano dovesse essere una persona al di sopra delle altre. Nella mia ingenuità, pur subendone il fascino, non ne capivo il senso. Cosa rende superiori le stirpi dei regnanti – mi chiedevo – se ogni uomo ha la stessa origine? Se, come mi veniva insegnato, ogni creatura discende dalla coppia biblica creata da Dio, mi sembrava privo di logica fare distinzioni tra gli uomini per via del sangue nelle loro vene! I miei dubbi sono sempre rimasti privi di un chiarimento ragionevole. A tutt’oggi trovo accettabile che l’aristocrazia si sia conquistata un titolo nobiliare con atti eroici o altri meriti cavallereschi che ne definivano l’eccellenza d’animo, ma ciò non giustifica una differenza nella genetica. Così, mi è venuto in mente di approfondire.

Per quanto la verifica sembrasse fin troppo banale, ho iniziato sondando l’etimologia della parola re che nel dizionario, oltre a “capo d’un regno”, ha come significato “attributo di divinità”, una definizione molto stimolante, soprattutto sulla scorta delle elaborazioni divulgate nel libro, e non meno interessante negli alternativi valori in senso figurativo: “Il più eccellente”, “Il principale in una cosa”.

In primis la glottologia lega re al Latino rex (accusativo règem), dalla radice del verbo regĕrecondurre drittamente; reggere; guidare; dirigere; governare; dominare. Regĕre equivale a gubernare, termine appartenente alla tradizione marinara greca, il quale originariamente designava l’azione di reggere il timone e che successivamente estese il suo valore semantico anche all’ambito politico-istituzionale. 

Attestazioni pervenuteci dimostrano che in latino arcaico la forma di rex era *regs in quanto raramente la lettera x veniva usata da sola ed entrò regolarmente in uso solo dopo il 75 a.C. Sappiamo anche che rex coincide col gotico reiks, con l’alto irlandico (genitivo rig), con il gallese rîx affine all’antico alto tedesco rîhhi e al moderno reich e, insieme al verbo latino regĕre, si ricollegano tutte alla radice sanscrita râg che sta per esser chiaro; illustre; da cui viene râg’-rasguida. Regĕre latino è anche rimandato al sanscrito rg’-us, (diritto; retto anche moralmente) e râg’-is (riga; fila). Vari etimologisti appoggiano all’etimo râg’ anche il termine râg’anprincipe, derivato dal verbo râg’ati, che ha la nozione non solo di reggere; governare; comandare, ma anche quella di splendere, tant’è che nella parola radius → raggio, di etimologia incerta ricondotta alla forma *radhyos (supposta o ricostruita nel Walde-Hofmann), è individuabile una affinità radicale che si riflette ad esempio nel tedesco strahl → raggio; fascio, derivato dal longobardo *strāl → freccia, da cui anche il nostro starle.  

Il Ṛgveda, il supremo libro della mitologia vedica, una delle quattro suddivisioni canoniche dei Veda, l’antichissima raccolta di testi sacri dei popoli Arii, sostanzialmente, ne è conferma: Ṛg si lega al sanscrito ràg^risplendo; luce; sapienza; Dio. Il Ṛgveda è perciò da intendere come “il libro della luce vedica”, o in forma diversa “il libro degli Dei vedici”.

L’etimo râg’ inoltre si individua come desinenza nei nomi propri di prìncipi e capitani celti o galli, quali Ambiorige, Orgetorige, Vercingetorige, ricordati anche da Giulio Cesare nei Commentari.

In questo ambito linguistico merita menzione l’antico termine norreno regin (plurale ragna) → divinità, potere dominante, che viene collegato al protogermanico (ricostruito) ragenō (o ragen) e lo si considera derivato dalla radice indoeuropea *rak o *reĝ- → portare avanti; mettere in atto; governare

In realtà gli stessi valori semantici, intuitivamente rapportabili ad elementi linguistici molto simili, parrebbero estesi oltre i rami delle lingue indoarie, germaniche e latino-falische fin qui esaminate. Nel libro ‘L’asse della lingua umana e della preistoria’del 1900, l’autore Pantaleone Lucchetti, per esempio annotava:

Roi, unica voce inscritta sui sarcofagi dei Faraonidi (vale il francese roi, re — e tutto da Ra, egizio di sole o Siro onde Sire o re), diffatti anche Faraoni = Ra (egizio di sole) + φαίνω, splendido (per la stessa ragione che αυγη΄, lucido, è radice di Augusto Cesare, imperatore) — mentre il rapporto fra Siro o sole e Sire o re, e rohéh ebraico di governatore e Ra, o sole degli egizi è confermato da Bel assiro di sole e báhal ebraico di signore dominante — roh, ebraico di maestoso tutto da ra, egizio di sole.

Secondo Franco Rendich (Dizionario etimologico comparato delle lingue classiche indoeuropee), alla base di tutti gli etimi e dei termini derivati precedenti, ci sarebbe la radice indoeuropea rājmuovere verso per guidare avanti; dare regole; governare; regnare; difendere; che si origina dalla ancora più antica ṛñjrendere dritto; rendere giusto.

La linguistica moderna ritiene marginale il fenomeno del fonosimbolismo (cioè il rapporto di analogia tra la forma sonora delle parole e i valori che esse comunicano) e reputa che la comunicazione verbale si fondi su “un rapporto puramente convenzionale di corrispondenza tra significante e significato”. Già nel dialogo Cratilo, Platone si chiedeva se il significato delle parole avesse origine o meno da una scelta arbitraria. Più tardi, nella Scienza Nuova (1725), Giovambattista Vico supponeva che il linguaggio primigenio, naturale, si basasse su monosillabi di tipo onomatopeico ad espressione di stati d’animo e reazioni emotive. Riallacciandosi alle affermazioni di Antoine Court de Gébelin (che in Monde primitif attribuiva valori universali alle lettere dell’alfabeto), Antoine Fabre d’Olivet (1767-1825), il maggiore sostenitore della Teoria fonosemantica, considerava “il linguaggio umano, dal punto di vista grammaticale ma anche lessicale, come scomponibile in elementi primari non arbitrari, fondati sulla natura essenziale delle cose.”  

In effetti, sebbene l’idea non sia particolarmente popolare, alcuni linguisti contemporanei sostengono che sin dagli inizi, i singoli suoni delle consonanti e delle vocali dell’alfabeto delle lingue indoeuropee non fossero privi di significato, ma al contrario, esprimessero un preciso valore semantico. In base a tale presupposto si può affermare che a manifestare l’idea di base da cui si sviluppano entrambi gli etimi indoeuropei rāj e ṛñj sarebbero le componenti ‘’[ri], ovvero muovere verso e ‘j’[ja], diritto in avanti. Conseguentemente, il senso espresso dalla radice ṛñj sarebbe → andare avanti con modo rettilineo; dirigere; mentre l’altra, rāj, in stretta connessione con la prima, accentuerebbe l’idea della guida, del governo, del dare regole, del difendere

In ogni caso, dall’antico indoeuropeo è opportuno rilevare altri due radicali fortemente legati ai precedenti, ovvero bhrāj splendere; fare scintille; fare faville,conservato identico nel sanscrito bhrāj luce; splendore; ṛañj colorare; tingere; arrossire; da cui il sanscrito rajanaraggio che riallacciano la parola re ai temi della luminosità e del fulgore sebbene l’indagine non riveli ancora in modo del tutto intelligibile come questi si riconnettano ai concetti del guidare e dare regole.

In generale, per motivare l’origine del termine re, Franco Rendich si concentra sui concetti evocati dai radicali indoeuropei rāj e ṛñj riassumendoli in: “andare dritto in avanti per delimitare e rendere sacri i confini, fissando al contempo le regole del comportamento, del comando e della conquista.” L’idea dell’autore si ispira allo strumento di misura chiamato regula, ovvero il regolo, un’asticciola o una barretta (di osso, legno o altro, lunga una trentina di cm., rigida o pieghevole in due o tre parti grazie ad un meccanismo a cerniera), con il quale “il rex svolgeva la funzione religiosa di regere fines, ovvero di tracciare in linea retta le frontiere del territorio nazionale, consacrandone i confini, che mai avrebbero dovuto essere valicati dallo straniero.

Marduk, Dio di Babilonia, da un sigillo cilindrico in lapislazzuli risalente al IX secolo a.C. nella mano sinistra tiene il regolo e la corda simboli di rettitudine e di “giusta misura” nella giustizia.

L’operazione di regere fines non era un semplice gesto per “tracciare i limiti con linee rette”, ma era un solenne cerimoniale per delimitare l’interno dall’esterno, la sfera del sacro da quella del profano, il territorio nazionale da quello straniero. Consisteva in un’opera magica che andava eseguita dalla persona investita dell’autorità suprema, colui che era dotato di imperium (cioè di assoluto potere legale di governare i comportamenti sociali), la cui responsabilità di “regere” (cioè di fissare le regole) era sacra e portava all’esistenza effettiva ciò che decretava. Era la stessa opera del rex, implicitamente giusta, a permettere di riconoscere l’azione come pienamente valida.

Anche la parola rĕgĭo → regione, deriva da regĕre. La rĕgĭo, il territorio racchiuso nelle sue frontiere (fines), era la traccia compiuta e assoluta dell’atto di autorità del rex che, in tutta la sua potenza simbolica, diveniva legittimo non solo a livello sociale, ma incondizionatamente. Infatti, l’azione ufficiale compiuta pubblicamente dal rex di fronte a tutti e in nome di tutti, consacrava la cerimonia di regere fines redimendola dalla sua natura arbitraria e rendendola degna di esistere in conformità con la “divinità” naturale delle cose. Per tale ragione in senso morale, regula finì per assumere anche il significato di strumento idoneo a mostrare una conformità, quindi metaforicamente una norma, una misura, un principio,un precetto. Questi, rifacendomi a quanto esprime Jean Bodin, in “De la republique”(1576), possono ritenersi giusti solo quando in accordo con le leggi naturali o con i dettami divini.

Concetti molto simili a quelli di regere fines li ritroviamo, anche nel Mito di fondazione la cui origine si perde nella notte dei tempi. In tale mito, checoncerne la nascita di entità politiche e sociali ed è rintracciabile in modo somigliante in innumerevoli culture, un elemento ricorrente e primario era il profondo solco perimetrale tracciato con l’aratro, a base delle mura di un abitato. Questo non era solo l’opera di scavo per la fondazione delle fortificazioni intorno agli insediamenti, ma un vero e proprio rito che aveva la funzione di rappresentare simbolicamente il margine che racchiude, la compiutezza, la ricerca di comunione. Recingere uno spazio (ma anche un oggetto) voleva dire legittimarne il possesso, farlo proprio rendendolo sacro, trattenendo ogni forza che include e accrescendone il potere.

Nonostante io sia quasi sempre d’accordo con le deduzioni di Rendich, in questo caso mi trovo ad avere qualche dubbio. Non intendo che l’autore sia in errore, anzi sicuramente il collegamento rex / regula / regere fines è corretto, ma penso che tale riferimento sia incompleto e non definisca esaurientemente l’origine dell’idea primigenia celata nei radicali in oggetto che fanno parte del lessico protoindoeuropeo, la lingua preistorica parlata almeno 9000 anni fa, base comune delle attuali lingue indoeuropee.  Grosso modo ci riferiamo a un’epoca che corrisponde alla fine dell’ultimo periodo glaciale, alla “Rivoluzione Neolitica”, al momento del pieno utilizzo del Tempio di Göbekli Tepe.

In effetti l’accostamento di reggere, governare, splendere, quali significanti della medesima radice sanscrita

  • râg  

e i valori delle radici indoeuropee

  • ṛñj andare avanti con moto rettilineo;
  • rāj muovere verso per guidare avanti; dare regole; governare, regnare, difendere;
  • bhrāj splendere, faree scintille, fare faville;
  • ṛañjcolorare, tingere, arrossire;

mi spingono ad una differente riflessione e a supporre che la percezione originale, espressa dall’uomo antico a proposito del rex (vedi nota 1), dovesse scaturire da qualcos’altro, probabilmente addirittura precedente all’uso della regula e alla consuetudine di regere fines, un “precedente” che va inteso forse più in ordine logico, piuttosto che meramente nel senso della successione temporale.

    La lingua è un prodotto storico che cambia anche con grande rapidità nel corso del tempo, ma l’impronta dell’idea iniziale, magari in forma non esplicita, in qualche modo rimane anche quando il senso di una parola viene, man mano, applicato a contesti attinenti, ma non uguali. Una parola, nel tempo, può passare da un significato ad un altro molto diverso quando o se l’irregolare e imprevedibile contesto storico e sociale di un popolo lo rende inevitabile o lo richiede per esigenza. Così un termine finisce per significare qualcosa di molto diverso rispetto a ciò che indicava in origine. Ai primordi gli strumenti della comunicazione intenzionale dell’uomo, ovvero i suoni del linguaggio verbale e i simboli della scrittura (nel senso più lato), erano espressioni esatte delle percezioni che nascevano dal raffronto dell’osservazione di sé e dei fenomeni dell’ambiente in cui il soggetto viveva. Se questo è vero, è possibile ricostruire il concetto iniziale, ovvero la prima manifestazione del “riconoscere” in “qualcuno” potere, autorità, valore e superiorità intellettuale, morale e (forse) intrinseca? Si può tentare e l’unica via, io credo, sia ricorrere a metodi deduttivi.

Nota (1): Per rex, credo sia bene precisare, non va inteso esclusivamente il supremo magistrato che si vuole presente a Roma dall’anno di fondazione (convenzionalmente il 753 a.C. ad opera di Romolo) alla cacciata di Tarquinio il Superbo (510 a.C.), ultimo re dalla città. La figura di un capo con la funzione di comandare esercitando i pubblici poteri civili, militari e religiosi, funzione a lui demandata dalla comunità, non ha certo inizio con la storia romana come suppongo sia facile intuire dagli approfondimenti etimologici qui riportati.

(segue parte 2)

(bibliografia essenziale nell’ultima parte)

Sciamani Biblici, un concetto nuovo

Il badge di Paolo Navone

Sciamani, differenze o coerenze?

Sciamani e Biblici: ecco due parole contrastanti se vengono menzionate insieme.

Quando si pensa ad essi, subito vengono in mente immagini degli “uomini medicina” degli Indiani d’America, ma il termine non è così legato a pratiche divinatorie di origine Pellerossa.

In effetti esso ha una etimologia diversa. E’ un adattamento di una parola della cultura Tungusa (un popolo siberiano) che però sembra derivare da Sanscrito śramana o dal Cinese sha men. Leggi tutto “Sciamani Biblici, un concetto nuovo”

Il Santo Graal e i Merovingi

Il badge di Marco Rigamonti, Segretario Generale de Il Priorato di Sion

Il Priorato di Sion, i merovingi e la protezione e trasmissione del Santo Graal

Il Priorato di Sion, dal momento della sua fondazione, ha sempre protetto, tutelato e coadiuvato i discendenti della stirpe merovingia e la loro missione spirituale, intrecciata a quella dell’Ordine nel tramandare una tradizione millenaria ai meritevoli ed ai capaci di divenirne gli eredi: il Santo Graal.

L’impronta dottrinale del Priorato di Sion, considerata da alcuni cristiani eterodossa, è un cristianesimo puro e primitivo che non soffre di contaminazioni. Noi crediamo che l’elevazione di Gesù allo stato divino sia stata compiuta da un lavoro interiore e che questo livello di evoluzione sia accessibile a chiunque si dedichi ad un cammino di introspezione genuino ed efficace in relazione alla propria condizione. Leggi tutto “Il Santo Graal e i Merovingi”

Il Rasoio di Ockham

Il badge di Paolo Navone

La metodologia del Rasoio di Ockham

Scrive Fabrizio Amerini circa Il Rasoio di Ockham espresso nel XIV secolo:

Guglielmo di Ockham sviluppa la propria filosofia applicando ciò che è noto come ‘rasoio di Ockham’ o principio di economia.
Tale principio metodologico induce a privilegiare, tra le spiegazioni di un dato fenomeno, quella che ricorre a un numero minore di ipotesi esplicative o che introduce un numero minore di entità al fine di verificare i propri enunciati.
L’applicazione di questo principio conduce Ockham a semplificare drasticamente le teorie ontologiche ed epistemologiche tradizionali: tali semplificazioni costituiscono il terreno su cui s’innesta l’elaborazione logica del filosofo.

Il significato del Rasoio

L’elaborato è ritenuto alla base del pensiero scientifico moderno , nella sua forma più immediata suggerisce l’inutilità di formulare più ipotesi di quelle che siano strettamente necessarie per spiegare un dato fenomeno laddove quelle iniziali siano sufficienti.

Guglielmo di Ockham
Guglielmo di Ockham