La rivoluzione urbana nella storia umana

Giuseppe Badalucco - Atlante Segreto - Edicolaweb

A partire dal X millennio a.C. ebbe inizio la rivoluzione urbana attraverso la realizzazione di centri urbani legati a luoghi di culto come ad esempio Göbekli Tepe 

e questa evoluzione continuò nei millenni successivi sebbene con modalità diverse nel Vicino Oriente, in Africa e in Asia. Nel IV e nel III millennio a.C. si sviluppò definitivamente e giunse a compimento un percorso iniziato nei millenni precedenti che viene efficacemente descritto dal sociologo e urbanista americano Lewis Mumford: “…Dall’antico complesso neolitico sorse un tipo diverso di organizzazione sociale, non più dispersa in tante piccole unità, ma unificata in una sola unità più grande, non più «democratica», cioè basata su un intimo rapporto di vicinato, sugli usi tradizionali e sul consenso, ma autoritaria, centralizzata e controllata da una minoranza egemonica, non più confinata in un territorio limitato, ma decisa a «straripare» per impadronirsi di materie prime, per ridurre in schiavitù uomini indifesi, per stabilire il proprio predominio, per imporre tributi. La nuova cultura non si proponeva solo di migliorare la vita ma anche di espandere il potere collettivo. Perfezionando nuovi strumenti di coercizione, i sovrani di questa società, con il terzo millennio a.C., avevano organizzato la loro forza industriale e militare su dimensioni non più superate sino alla nostra epoca1

ORIGINI, CAUSE E CONSEGUENZE DELLA RIVOLUZIONE URBANA E SOCIALE

L’analisi condotta dagli studiosi nel corso dei decenni ha permesso di mettere in luce le principali cause di questo percorso storico – sociale che ha subito la civiltà umana:

– in un periodo storicamente breve l’Uomo imparò a realizzare manufatti e ad attuare tecniche che permettessero di controllare e sfruttare l’energia fisica degli animali e degli agenti atmosferici come il fuoco e il vento; inventò l’aratro, il carro con le ruote, le imbarcazioni, scoprì i processi chimici di base relativi alla fusione dei minerali di rame, le proprietà dei metalli e nell’ambito dell’analisi degli eventi astronomici imparò a contare il tempo e i giorni dell’anno solare.

– la rivoluzione scientifica e tecnologica fu accompagnata, in misura non inferiore, da una altrettanto importante rivoluzione sociale. I piccoli villaggi di agricoltori che operavano per la sussistenza si trasformarono in città popolose in cui le attività economiche diventarono via via sempre più complesse ed articolate; alle attività agricole si affiancarono le attività mercantili volte allo scambio di beni con altre comunità limitrofe allo scopo di soddisfare i bisogno economici della comunità.

– lo sviluppo delle città che inglobavano vecchi villaggi rurali comportò la necessità di mettere a coltura nuove terre e strapparle alle paludi alluvionali, sorgendo così la necessità di bonificare terreni fangosi; alcune città sumero – accadiche nacquero su terreni e piattaforme di cannicci, collocati a reticolato su terreni alluvionali. In tal modo furono scavati canali di irrigazione per convogliare le acque dei fiumi nei terreni e furono costruiti argini e terrapieni per proteggere le coltivazioni e il bestiame con un notevole dispendio di energie umane.

-una conseguenza importante di questo processo fu che per questo tipo di lavori occorreva una forza lavoro specializzata; per cui sorse la necessità di organizzare il lavoro e le sue caratteristiche con l’apporto di un gruppo ristretto di persone che realizzasse il processo di diversificazione e specializzazione del lavoro. Nacquero così le prime élite che svolgevano una attività di pianificazione, organizzazione e controllo delle attività lavorative umane

– un’altra importante conseguenza è legata al fatto che lo sviluppo delle attività agricole, ormai lontano dagli albori della preistoria, permetteva di produrre un surplus di ricchezza agricola che rappresentava l’effetto di un processo di accumulazione della ricchezza prodotta che non aveva uguali con i primi villaggi neolitici; questo surplus di prodotti agricoli non rappresentava più solo una riserva di derrate da usare in tempi di carestia ma diventava capitale da poter usare per una attività economica in espansione. Alcuni studiosi come Mumford e Childe hanno messo in luce come, nel corso del tempo, lo sviluppo delle attività agricole permise di disporre di un surplus di derrate talmente elevato che tale surplus poteva essere impiegato per “sfamare” persone che lavoravano in altri settori (operai addetti alla costruzione di templi, strade, canali, navi, edifici residenziali ecc.).

In questo modo secondo Mumford gli uomini scoprirono di poter sfruttare altri uomini per il conseguimento degli obiettivi della comunità dominante nella città – stato; cioè usare gli uomini come strumenti economici, attraverso lo sfruttamento e la schiavitù. 

Le modalità tecniche con cui avvenne la rivoluzione urbana riguardarono la specializzazione del lavoro, la trasformazione del surplus in capitale e la necessità di un sistema centralizzato di produzione.

La conseguenza fondamentale di questo processo di sviluppo della civiltà umana fu quella della separazione degli uomini in diverse classi sociali; da un lato la classe dominante privilegiata che controllava i mezzi di produzione, la terra e le risorse e che pretendeva per se gran parte della produzione realizzata nella città-stato, in modo da avere un tenore di vita precluso alla maggioranza della popolazione; sotto la classe dominate vi erano le classi dei contadini e artigiani, e infine gli schiavi e i prigionieri di guerra che erano trattati come schiavi.

Una ulteriore conseguenza della rivoluzione urbana fu quello dell’arte della conquista, cioè la guerra come strumento di controllo e di conquista di nuovi territori e risorse. Secondo Mumford l’invenzione della guerra come strumento di conquista ebbe ragioni di tipo pratico legate alla necessità di raggiungere l’efficienza produttiva ottimale per ogni civiltà a cui si contrapponevano le separazioni politiche e dinastiche che entravano in conflitto con questo tipo di necessità; cioè le questioni politiche generavano contrapposizioni tra gruppi dominanti di ogni popolo che impedivano il raggiungimento del controllo assoluto delle risorse in determinate zone geografiche e ciò determinava lo scatenarsi di conflitti. Secondo alcuni studiosi questi cambiamenti avvennero anche nel passaggio da una civiltà matriarcale, ancora legata al culto della terra – madre, ad una civiltà patriarcale in cui prevalse il modello del controllo assoluto dell’uomo sulla Natura e sugli uomini. 

Il sociologo Lewis Mumford si è così espresso su questo argomento: “…Esercitare il potere, in qualsiasi forma, era l’essenza stessa della civiltà: la città trovò moltissimi modi per esprimere la lotta, l’aggressione, la dominazione, la conquista e la schiavitù…il nuovo mondo urbano era rigoroso, efficiente, spesso aspro, persino sadico….i monarchi egizi, come i loro colleghi mesopotamici si vantavano, sui monumenti e sulle tavolette, delle imprese personalmente compiute mutilando, torturando e uccidendo con le loro stesse mani i prigionieri più ragguardevoli”2

La rivoluzione urbana secondo Mumford ha generato anche il mito della distruzione, impregnato di morte, che emerge dal nuovo ordine sociale; Mumford cita espressamente il sociologo e biologo scozzese Patrick Geddes che affermava che ogni civiltà storica si sviluppa come un nucleo vivo urbano (la polis) e termina in una immensa fossa comune di cadaveri e ossa, una necropoli, la città dei morti. E gettando lo sguardo intorno è possibile scorgere rovine bruciate dal fuoco, edifici distrutti, fabbriche vuote, pezzi di edifici crollati, mucchi di rifiuti, le popolazioni massacrate o ridotte in schiavitù. Una citazione doverosa per chiudere questa breve analisi è il racconto della distruzione e devastazione di Babilonia contenuta nella iscrizione di pietra di Sennacherib: «La città e (le sue) case, dalle fondamento al tetto, io le distrussi, le devastai, le bruciai col fuoco. Le mura (interne) e le mura esterne, i templi e gli dei, le torri dei templi di mattoni e di terra, quanti ce n’erano, io li rasi al suolo e li gettai nel canale di Arakhtu. Attraverso il centro di questa città scavai canali, li inondai d’acqua e distrussi così le fondamenta stesse. Ottenni una distruzione più completa di quanto lo sarebbe stata con un’inondazione»3

In questa breve analisi abbiamo potuto constatare come secondo gli studiosi la storia dello sviluppo della civiltà umana e della rivoluzione urbana passa attraverso una successione di eventi di distruzione, di rinascita, di sviluppo delle arti, della religione, dell’economia, della cultura che si presenta come una costante fino ad averci portato alla civiltà moderna che ne rappresenta l’evoluzione ultima.

Giuseppe Badalucco

Note 

1. L. Mumford, La città nella storia, Milano, Ed. Bompiani, 1981

2. L. Mumford, La città nella storia, Milano, Ed. Bompiani, 1981

3. L. Mumford, La città nella storia, Milano, Ed. Bompiani, 1981

Riferimenti bibliografici

L. Mumford, La città nella storia, Milano, Ed. Bompiani, 1981

G. D’Amico, Materiali interdisciplinari per lo studio dell’Antichità, Palermo, Ed. G.B. Palumbo & C Spa, 1986

 

 

 

 

 

 

 

IMMAGINI DA UN ALTRO TEMPO…

Il badge di Paolo Navone

La Cattedrale di Nardò.

Il Duomo di Nardò, intitolato a Maria Santissima Assunta, è uno dei principali monumenti in stile Barocco Salentino situato nel centro storico della cittadina pugliese a pochi chilometri da Lecce.

Elevata a “Basilica Minore” nel 1980, sorge nel luogo dove un tempo, gli storici, indicano vi fosse edificata la chiesa di Sancta Maria de Neritorio opera di alcuni monaci orientali scampati alle persecuzioni iconoclaste del VII secolo.

La parte centrale, e più antica della Cattedrale, risale al 1088.

Viceversa, il corpo dell’edificio, venne modificato più volte a partire dal 1354 con la ricostruzione della facciata ed ampliata grazie alla costruzione delle cappelle laterali che, succesivamente allungate, divennero poi le navate laterali.

Con il tempo vi furono altri consolidamenti: dopo il sisma del 1456, poi una ulteriore ricostruzione della facciata nel 1725 per poi arrivare al suo aspetto attuale dopo i restauri del 1892 e del 1899.

Una curiosità

Al suo interno, in una zona che non ha avuto modifiche sostanziali e, fortunatamente, si è mantenuta in un discreto stato conservativo, possiamo vedere un colonnato centrale ornato da affreschi duecenteschi, trecenteschi e quattrocenteschi.

Proprio in questa area vi è un’opera decisamente degna di una analisi di carattere ingegneristico: essa, o quello che ne rimane, è un affresco intitolato “La Crocifissione”.

Collocato sul muro perimetrale della navata destra entrando, tra l’altare di S. Michele e quello della Madonna della Salute, risale al XIV secolo e visibile in questo link:

https://www.lecce360.com/GigaPano/index.php?cartella=Cattedrale_Nardo&bene=42&x=3125&y=3885&z=5# .

Stella Cometa o Metorite?

Il particolare che mi ha fatto sobbalzare è stata la rappresentazione di ciò che, indiscutibilmente secondo l’iconografia classica, rappresenterebbe una Stella Cometa.

Questa è posta nella parte alta di ciò che rimane dell’affresco ed è molto evidente, anche per la sua particolare colorazione che la fa risaltare non poco nel contesto artistico.

Ma ecco all’orizzonte una prima incongruenza, il titolo dell’opera: perchè chiamarla “La Crocifissione” se in essa compare una stella cometa? La presenza di quest’ultima la  vedrei decisamente più giustificata se il tema fosse la Natività.

A questo punto posso solo pensare che, nelle intezioni dell’artista, vi fosse la oggettiva necessità di riportare, in qualche modo, una informazione di un evento importante al quale egli potrebbe avere assistito in prima persona: il passaggio di un corpo cometario o la caduta di un meteorite.

L’evento deve essere stato talmente sconvolgente ed inusuale che egli non avrebbe mai potuto descriverlo a parole, quindi quale miglior occasione per testimoniare l’accaduto se non quello di rappresentarlo in calce nell’affresco?

Rappresentazione artistica di una cometa

Egli non è comunque l’unico artista che, storicamente, sia rimasto impressionato da un evento “celeste”, il mondo dell’arte contiene una variegata iconografia di eventi del genere.

Ad esempio, poichè l’affresco risale al XIV secolo, l’artista potrebbe avere assistito al passaggio della Cometa di Halley,  ed averla proposta nella sua opera, così come fece Giotto, suo contemporaeo, nell’affresco “Adorazione dei Magi”.

Il ragionamento fila, ma ecco comparire una seconda incongruenza più “pesante”: perchè le direzioni in cui volano le due comete sono opposte?

Se rappresentano lo stesso evento dovrebbero essere coerenti nel loro volo…

Una conferma la si può trovare in un’altra rappresentazione artistica della Cometa di Halley e precisamente nell’arazzo di Bayeux, che oltretutto risale al precedente passaggio della cometa avvenuto nel 1066.

In esso il volo dell’oggetto viene rappresentato da sinistra a destra, come nell’opera di Giotto.

Quindi l’artista ignoto di Nardò potrebbe, il condizionale è d’obbligo, aver visto qualcosa d’altro, ma che cosa?

Se non era una cometa potrebbe essere stato un altro oggetto volante, per esempio un grosso meteorite.

L’idea di “qualcos’altro” viene enfatizzata da alcune caratteristiche importanti presenti nell’immagine:

  • risulta molto grande;
  • ben strutturato preciso e netto;
  • non genera il famoso bagliore intorno a se, come ad esempio le altre rappresentazioni a cui ho accennato;
  • i suoi colori sono in contrasto con l’iconografia classica dell’oggetto;
  • la sua coda è molto densa e non parte dalla parte posteriore;
  • il disegno sembra in prospettiva.

Particolari decisamente strani per una rappresentazione di un evento “naturale”, ma proviamo ad analizzarli in dettaglio.

La dimensione

Se osserviamo le proporzioni della Cometa di Halley, nelle rappresentazioni alle quali faccio riferimento, notiamo che le immagini hanno una dimensione rilvante, tali da essere notate da coloro che osservano l’opera, e proporzionate nel contesto visivo della scena rappresentata.

L’immagine di Nardò, invece pare decisamente più grande ed evidente, anzi le proporzioni di quest’ultima, riferite al soggetto presente sulla scena, sono decisamente rilevanti.

Dal punto di vista artistico può volere dire che l’avvenimento, se di esso si tratta, era talmente importante, inusuale ed imprevisto da essere posto chiaramente in evidenza.

Il bagliore

Prendendo spunto dalle rappresentazioni pittoriche citate in precedenza, ma anche da altre in cui sono rappresentati eventi celesti, a prescindere dal periodo artistico queste sono sempre raffigurate con una coda più o meno lunga alle spalle ed una forma tondeggiante anteriore (il bagliore) enfatizzata da raggi che si dipartono dalla stessa, in alcuni casi all’interno della parte anteriore è presente una stella a 6 punte associabile alla fonte del bagliore stesso.

In un evento cometario, questa luminescenza è dovuta alla  presenza della “nuvola” rarefatta di gas e polveri che avvolono il nucleo; mentre in un evento meteorico, il bagliore, decisamente più intenso, è dovuto all’attrito del corpo celeste con l’atmosfera terrestre.

E’ anche rilevante fare notare che l’evento cometario darebbe il tempo all’artista di osservarlo e “con calma” rappresentarlo, essendo persistente per più giorni; un evento meteorico, viceversa, è  decisamente molto più rapido e assolutamente non da possibilità di osservarlo in modo dettagliato.

Nell’affresco, invece, l’aureola luminosa pare essere completamente assente.

Non solo, ma i colori utilizzati dall’artista sono freddi e direi quasi “metallici” a differenza delle suddette rappresentazioni dell’epoca nelle quali compaiono colori pastello molto vivi e con sfumature cromatiche dal giallo all’arancio molto calde.

Da un punto di vista scientifico, l’assenza del bagliore da una informazione molto importante ! Significa che non vi erano le condizioni naturali per la sua formazione e quindi l’oggetto non sarebbe nè una cometa e neppure una meteora (secondo quanto espresso in precedenza).

Ma attenzione, perchè, secondo l’artista, l’oggetto è in volo sulla testa del personaggio, l’assenza del bagliore, quindi ci dice che il movimeto avviene ad una velocità bassa, una velocità che non è in grado di generare il bagliore per attrito ne generare gas e polveri al suo intorno.

La coda

Gli effetti che dovrebbero generare il bagliore, dovrebbero altresì generare la chioma o coda, ma poichè abbiamo visto che l’oggetto non è da considerarsi un corpo celeste, cosa potrebbe generare la suddetta?

Molto interessante anche il fatto che questa non sia dritta, ma pare sia essere curva come se l’oggetto fosse in “virata”, o meglio ancora in ascesa (o magari decollo).

Questo tipo di volo non sembra molto “naturale”, ma più simile ad una manovra programmata.

A questo punto, il risultato delle considerazioni fino ad ora affrontate, è tale da poter considerare, con buona cognizione di causa, l’idea che l’oggetto non sia associabile a qualcosa di naturale.

Una diversa ipotesi

Affrontiamo ora l’argomento sotto un diverso punto di vista … ed elenchiamo cosa abbiamo scoperto seguendo una idea più tecnologica:

  • l’oggetto sembra metallico;
  • vola;
  • non è associabile a qualcosa di naturale quali comete o meteore;
  • possiede una coda lunga, densa e persistente:
  • la coda parte da un punto ben definito posto al centro dell’oggetto e non in modo difuso dalla parte posteriore.

Se non si trattasse di una immagine risalente al XIV secolo, le caratteristiche appena elencate, potrebbero tranquillamente riferirsi ad un oggetto volante odierno (fatto salvo per la forma…).

A favore di tale ipotesi si potrebbero aggiungere un altro paio di considerazioni.

La prima riguarda i colori con cui l’oggetto è rappresentato.

Come accennato in precedenza sono colori freddi, e sia la coda che il corpo dell’oggetto hanno la stessa colorazione e le stesse sfumature.

Questo particolare sembra confermare la “metallicità” dell’oggetto e che sulla sua superficie vengano riflesse le “strane” colorazioni della coda.

La seconda cosa, che conferma la possibilità di avere a che fare con un oggetto volante artificiale, è il fatto che la coda parta da un punto preciso posto al disotto della sagoma e localizzato al centro della figura.

Una rappresentazione decisamente non usuale per una coda cometaria, ma tecnicamente corretta per essere lo scarico di eventuali motori atti a sollevare il sistema.

Strutturalmente, inoltre, vista la forma con cui viene rappresentato l’oggetto, la posizione centrale dei suddetti motori, garantirebbe una buona stabilità e un’ottima efficienza per fornire una spinta  atta al sostentamento in aria.

Avendo parlato di motori ecco che nell’immagine, anch’essi sono presenti, infatti si possono contare diversi punti equidistanti, dai quali fuoriescono i getti della coda.

Gas e polveri o fumo?

Manteniamo la nostra attenzione sulla coda…

Abbiamo visto che, quanto rappresentato, non sembra essere una cometa od una meteora per via dell’assenza del bagliore, ma cosa ci dice ancora il tratto dell’artista?

Se la coda fosse cometaria, avrebbe delle caratteristiche ben precise che elenco di seguito :

  • le code composte da gas ionizzati (detta anche di Tipo I), che hanno una forma affusolata, spesso simile ad un ago, di colore bianco-bluastro dovuto alle righe d’emissione dei gas ionizzati;
  • le code composte da polveri di dimensioni più o meno grandi (detta anche di Tipo II), che in generale hanno un colore giallastro dovuto alla riflessione della luce solare e la cui forma apparente dipende dall’orbita e dalla posizione della cometa rispetto alla Terra.

In effetti non si ritrovano, in essa, nessuna delle precedenti caratteristiche, anzi in questo disegno la coda, più che una composizione di gas, sembra proprio composta da fumo denso.

Se riportiamo per un attimo le analisi a qualcosa di presente ai nostri giorni, non esiterei ad indentificare questa fuoriuscita come il risultato di un processo chimico atto a generare appositamente una “spinta”

Questo “fumo” ha una caratteristicha che lo rende inconfondibile: i suoi colori !.

Ecco che una possibile “smoking gun” è proprio la sfumatura verde che si identifica nel disegno.

Da alcune indagini, una colorazione del genere (verde smeraldo) è data da una reazione chimica in cui è presente Acido Borico, e guarda caso:

Scrive la Treccani (http://www.treccani.it/enciclopedia/boro_res-40b7dae3-87ea-11dc-8e9d-0016357eee51_%28Enciclopedia-Italiana%29/):

“…Idruri di boro o borani. − L’interesse suscitato dai borani come potenziali carburanti per motori a reazione o per razzi… “

In conclusione, forse sto cercando di vedere quello che non è, forse mi sono sbagliato ed il pittore voleva solo rappresentare una Stella Cometa un po’ diversa dal solito …  solo un personale “tocco d’artista”…. comunque sia siamo difronte a molte, forse troppe coincidenze…

I “SEGRETI” DEL RE. Il principio di sovranità: dai valori semantici all’espressione originale della realtà percepita. Parte 6. Le insegne del potere: lo scettro (2).

Tiziana Pompili

Dopo i temi sviluppati nella parte precedente, proseguiamo la ricerca sul significato dello scettro cercando di comprendere più a fondo come ebbe origine il valore che viene ad esso attribuito ancora oggi.

Se teniamo conto che nella sua forma più elementare lo scettro è semplicemente un bastone, possiamo notare che questo, una volta impugnato, diventa l’estensione del braccio umano e ne rafforza certe funzioni. L’iniziale efficacia per il prolungamento del braccio e della mano potrebbe col tempo aver ampliato il suo valore includendo anche la volontà divenendone il simbolo. Non a caso, nelle “semplici società di natura”, il bastone, altro possibile antenato dello scettro oltre al regolo (vedi parte 1 e parte 5), è uno strumento tipico sia del capo tribù, il carismatico rappresentante di un consiglio di anziani e saggi, sia dello sciamano, maestro spirituale di saggezza e conoscenza.

Lo Sciamanesimo è un vero e proprio fenomeno sociale che risalirebbe almeno al paleolitico. Si riscontra fra popolazioni indigene della Siberia e dell’Asia centrale ma è diffuso (o lo è stato) praticamente in ogni altro continente: Europa, America, Africa, Australia.

Primigenio concetto di religiosità, misticismo e spiritualità, lo Sciamanesimo è la prima forma di rapporto col divino che l’uomo ha concepito. È bene precisare tuttavia, che il divino di cui parliamo non era inteso come qualcosa di esterno all’uomo ma, al contrario, presente in ogni cosa che esiste nella realtà oggettiva dove tutto veniva percepito unito da legami invisibili. Nella società civilizzata, il concetto di una connessione imprescindibile, in grado di unificare ogni cosa, inizia a diffondersi solo dopo le scoperte della fisica quantistica. Ma le tradizioni sorprendentemente molto simili, sebbene con piccole varianti locali, ricostruite dall’archeologia o rivelate con gli studi antropologici delle semplici società di natura che ancora oggi sopravvivono, farebbero pensare che il fenomeno dello Sciamanesimo abbia origine dalla stessa natura dell’uomo. Ciò, a mio avviso, costituisce una prova evidente: l’uomo, nel suo processo di evoluzione tecnologica e sociale, sbilanciandosi verso una visione pressoché totalmente razionale delle cose, ha generato dei limiti alla sua esperienza sensibile in questa dimensione, dimenticando che anche quanto è celato ai propri sensi ha realtà effettiva e finendo per confinare nell’oblio il suo legame con il Tutto.

Lo Sciamanesimo è un complesso di conoscenze e rituali magico-religiosi ed è incentrato sulla figura dello sciamano, un individuo dotato di speciali facoltà (che potremmo riassumere con l’espressione “talento sciamanico”) quasi sempre ereditate geneticamente per via matrilineare. A volte il soggetto sviluppa la sua attitudine sciamanica con l’iniziazione alle pratiche oppure viene prescelto ricevendo la chiamata con segnali di vario tipo, a volte durante stati alterati di coscienza (estraniazione totale della mente dalla realtà circostante). Di fatto, lo sciamano è un leader spirituale, mago e medico al tempo stesso, che per mezzo di intuizioni, viaggi spirituali, trance, estasi, visioni e sogni (talora provocati con sostanze eccitanti), sa come guarire le malattie, predire gli eventi, comunicare con le potenze superiori o con gli spiriti degli antenati, Lo Sciamano è infatti una sorta di “ponte” tra il mondo materiale e quello trascendente.  

Pur esprimendomi principalmente al maschile, ritengo doveroso precisare che in origine il “talento sciamanico” si manifestava nei soggetti femminili. Il fenomeno dello Sciamanesimo nacque infatti nelle società matrifocali guidate dalle donne, anziane soprattutto. Queste, non avevano privilegi particolari, il loro potere era tutt’altro che materiale. Erano specialmente rispettate per la loro capacità di perpetuare e rinnovare la Vita come specchi della Grande Madre che garantisce rinascita e sostentamento ad ogni forma vivente.

Sciamano buriato (minoranza etnica della Siberia) fotografia del 1904, pubblico dominio tramite Wikipedia

La parola sciamano, così come la conosciamo, entra in occidente alla fine del 1600 con l’inglese shaman, che deriva dal termine evenki (sottogruppo delle lingue tunguse) šamān → separato; solitario; eremita, (a volta opinabilmente collegato al sanscrito śrāmaṇa → cercatore; asceta). Secondo l’etnografo orientalista ungherese Vilmos Diószegi, a monte di sciamano ci sarebbe la radice tungusa ša→ conoscere. Risalendo ancora,vengono ipotizzate due probabili radici indoeuropee: 

  • sap → legarsi [ś] a ciò che è puro/sacro [p]; da cui discende anche il latino sàpere che ha un doppio valore → 1. avere sapore (percepire col gusto) → 2. avere senno (essere saggio);
  • śak → legarsi [ś] al moto curvilineo dell’universo [ak] da cui → essere potente, essere forte, essere capace.

Inoltre, non escluderei un legame con un terzo etimo del tutto ignorato dalle fonti che ho consultato:

  • śam → somiglia [ś] ad un malessere [am] di conseguenza → affaticarsi; stancarsi; esaurirsi.

Riassumendo le indicazioni della semantica, lo Sciamano potrebbe essere definito colui che forte, capace e dotato di senno, attraverso uno stato simile al malessere, si lega alla dimensione extratemporale valicando il limite della realtà tangibile per conoscere.

Riallacciandoci al tema principale, cerchiamo di capire qual è il primigenio valore del bastone.

Il senso è, ancora una volta principalmente emblematico. Pur con le presumibili differenze dei singoli casi, dobbiamo immaginare le tribù paleolitiche (semplici società di natura) come un unico organismo in cui il capo tribù si occupa delle cose terrene, materiali, mentre lo sciamano si prende cura delle questioni spirituali, sovrannaturali.

Per lo sciamano il bastone (un po’ come la bacchetta a Y del rabdomante) può essere considerato lo strumento che catalizza il suo talento sciamanico per rilevare le correnti energetiche, per concentrarne e attivarne il potere e, infine, per “indirizzare”, “convogliare” le forze della natura a fini benefici. Il bastone può anche rappresentare lo strumento che lo sciamano impiega per proteggersi nel difficile, insidioso “passaggio” tra questa dimensione e quella ultraterrena (o in altri tempi e spazi), spesso sorvegliato da entità non sempre ben disposte.  Ma sono propensa a credere che l’aspetto simbolico del bastone sia anche quello di “sorreggere” lo sciamano “alleviando” la fatica e il dolore che i suoi stati modificati di coscienza comportano (instabilità, vacillamenti, sussulti del corpo).  

Similmente, per il capo tribù, il bastone riassume molteplici valori:

  • rappresenta allegoricamente il supporto nel suo difficile ruolo di guida;
  • polarizza l’attenzione del popolo ispirando credibilità soprattutto nel solenne momento in cui egli è portavoce del consiglio e delle sue decisioni prese “in modo misurato”;
  • riproduce emblematicamente il vincastro del pastore, il ramo flessibile che serve a toccare delicatamente le pecore per circoscriverle e farle camminare in gruppo senza disperdersi, usato anche per tastare il terreno e individuarne i pericoli in anticipo;
  • equivale al “potere di colpire” ma in modo non cruento: in battaglia, in alcune culture, esisteva infatti la consuetudine di mettere fuori gioco gli avversari solo toccandoli con un bastone.

Considerando tutto questo, nell’originale concetto del bastone/scettro non parrebbe esserci nulla di temibile. Il significato doveva essere più quello del condurre rettamente il gruppo sociale piuttosto che del dare autorevolezza all’atto di comandare nel senso di imporre la propria volontà.

Come “estensione del braccio” aveva il valore di indicare la via, sbarrare per proteggere, sostenere nei momenti di debolezza. Come metafora di “misura” doveva simboleggiare l’equanimità, l’equilibrio, il senno, il rispetto. 

Un ampio significato positivo, quindi, improntato sulla consapevolezza e non sul potere, sull’unione, il soccorso, la reciproca garanzia e non sulla paura. Viene da sé ipotizzare che il significato del bastone (e di conseguenza dello scettro suo probabile derivato) si sia nel tempo allontanato dall’originale valore.

(segue)

(bibliografia essenziale nell’ultima parte)

Sciamani Biblici, un concetto nuovo

Il badge di Paolo Navone

Sciamani, differenze o coerenze?

Sciamani e Biblici: ecco due parole contrastanti se vengono menzionate insieme.

Quando si pensa ad essi, subito vengono in mente immagini degli “uomini medicina” degli Indiani d’America, ma il termine non è così legato a pratiche divinatorie di origine Pellerossa.

In effetti esso ha una etimologia diversa. E’ un adattamento di una parola della cultura Tungusa (un popolo siberiano) che però sembra derivare da Sanscrito śramana o dal Cinese sha men. Leggi tutto “Sciamani Biblici, un concetto nuovo”

Dendera: i segreti del Tempio di Hator

Monica Benedetti

Il Tempio dedicato alla dea Hathor è da sempre uno dei poli di attrazione per coloro i quali visitano le meravigliose vestigia dell’Egitto Antico.

dendera
Vista del Tempio di Dendera

Immerso nel deserto a ridosso delle rive del “Sacro Fiume” Dendera rappresenta uno dei misteri più complessi dell’antichità. Il Tempio è, strutturalmente, tra quelli meglio conservati di tutto l’Egitto ed è ubicato nell’antica città di Inuet, capitale del 6° nomoi dell’Alto Egitto. Leggi tutto “Dendera: i segreti del Tempio di Hator”

Il Rasoio di Ockham

Il badge di Paolo Navone

La metodologia del Rasoio di Ockham

Scrive Fabrizio Amerini circa Il Rasoio di Ockham espresso nel XIV secolo:

Guglielmo di Ockham sviluppa la propria filosofia applicando ciò che è noto come ‘rasoio di Ockham’ o principio di economia.
Tale principio metodologico induce a privilegiare, tra le spiegazioni di un dato fenomeno, quella che ricorre a un numero minore di ipotesi esplicative o che introduce un numero minore di entità al fine di verificare i propri enunciati.
L’applicazione di questo principio conduce Ockham a semplificare drasticamente le teorie ontologiche ed epistemologiche tradizionali: tali semplificazioni costituiscono il terreno su cui s’innesta l’elaborazione logica del filosofo.

Il significato del Rasoio

L’elaborato è ritenuto alla base del pensiero scientifico moderno , nella sua forma più immediata suggerisce l’inutilità di formulare più ipotesi di quelle che siano strettamente necessarie per spiegare un dato fenomeno laddove quelle iniziali siano sufficienti.

Guglielmo di Ockham
Guglielmo di Ockham

Delos, viaggio nell’enigma pelasgico

Misterioso oggetto STEREO

Delos, l’isola di luce

Per giungere a Delos, sempre che non si possieda un’imbarcazione, si salpa da Mikonos. Quasi una contraddizione: dall’isola viveur – la movida delle Cicladi – si raggiunge uno dei siti archeologici Patrimonio dell’Umanità, peraltro con divieto di pernotto poiché il governo greco ha mantenuto la tradizione di sacralità dell’isola.

Delos
Approdo a Delos e panorama

Leggi tutto “Delos, viaggio nell’enigma pelasgico”