La rivoluzione urbana nella storia umana

Giuseppe Badalucco - Atlante Segreto - Edicolaweb

A partire dal X millennio a.C. ebbe inizio la rivoluzione urbana attraverso la realizzazione di centri urbani legati a luoghi di culto come ad esempio Göbekli Tepe 

e questa evoluzione continuò nei millenni successivi sebbene con modalità diverse nel Vicino Oriente, in Africa e in Asia. Nel IV e nel III millennio a.C. si sviluppò definitivamente e giunse a compimento un percorso iniziato nei millenni precedenti che viene efficacemente descritto dal sociologo e urbanista americano Lewis Mumford: “…Dall’antico complesso neolitico sorse un tipo diverso di organizzazione sociale, non più dispersa in tante piccole unità, ma unificata in una sola unità più grande, non più «democratica», cioè basata su un intimo rapporto di vicinato, sugli usi tradizionali e sul consenso, ma autoritaria, centralizzata e controllata da una minoranza egemonica, non più confinata in un territorio limitato, ma decisa a «straripare» per impadronirsi di materie prime, per ridurre in schiavitù uomini indifesi, per stabilire il proprio predominio, per imporre tributi. La nuova cultura non si proponeva solo di migliorare la vita ma anche di espandere il potere collettivo. Perfezionando nuovi strumenti di coercizione, i sovrani di questa società, con il terzo millennio a.C., avevano organizzato la loro forza industriale e militare su dimensioni non più superate sino alla nostra epoca1

ORIGINI, CAUSE E CONSEGUENZE DELLA RIVOLUZIONE URBANA E SOCIALE

L’analisi condotta dagli studiosi nel corso dei decenni ha permesso di mettere in luce le principali cause di questo percorso storico – sociale che ha subito la civiltà umana:

– in un periodo storicamente breve l’Uomo imparò a realizzare manufatti e ad attuare tecniche che permettessero di controllare e sfruttare l’energia fisica degli animali e degli agenti atmosferici come il fuoco e il vento; inventò l’aratro, il carro con le ruote, le imbarcazioni, scoprì i processi chimici di base relativi alla fusione dei minerali di rame, le proprietà dei metalli e nell’ambito dell’analisi degli eventi astronomici imparò a contare il tempo e i giorni dell’anno solare.

– la rivoluzione scientifica e tecnologica fu accompagnata, in misura non inferiore, da una altrettanto importante rivoluzione sociale. I piccoli villaggi di agricoltori che operavano per la sussistenza si trasformarono in città popolose in cui le attività economiche diventarono via via sempre più complesse ed articolate; alle attività agricole si affiancarono le attività mercantili volte allo scambio di beni con altre comunità limitrofe allo scopo di soddisfare i bisogno economici della comunità.

– lo sviluppo delle città che inglobavano vecchi villaggi rurali comportò la necessità di mettere a coltura nuove terre e strapparle alle paludi alluvionali, sorgendo così la necessità di bonificare terreni fangosi; alcune città sumero – accadiche nacquero su terreni e piattaforme di cannicci, collocati a reticolato su terreni alluvionali. In tal modo furono scavati canali di irrigazione per convogliare le acque dei fiumi nei terreni e furono costruiti argini e terrapieni per proteggere le coltivazioni e il bestiame con un notevole dispendio di energie umane.

-una conseguenza importante di questo processo fu che per questo tipo di lavori occorreva una forza lavoro specializzata; per cui sorse la necessità di organizzare il lavoro e le sue caratteristiche con l’apporto di un gruppo ristretto di persone che realizzasse il processo di diversificazione e specializzazione del lavoro. Nacquero così le prime élite che svolgevano una attività di pianificazione, organizzazione e controllo delle attività lavorative umane

– un’altra importante conseguenza è legata al fatto che lo sviluppo delle attività agricole, ormai lontano dagli albori della preistoria, permetteva di produrre un surplus di ricchezza agricola che rappresentava l’effetto di un processo di accumulazione della ricchezza prodotta che non aveva uguali con i primi villaggi neolitici; questo surplus di prodotti agricoli non rappresentava più solo una riserva di derrate da usare in tempi di carestia ma diventava capitale da poter usare per una attività economica in espansione. Alcuni studiosi come Mumford e Childe hanno messo in luce come, nel corso del tempo, lo sviluppo delle attività agricole permise di disporre di un surplus di derrate talmente elevato che tale surplus poteva essere impiegato per “sfamare” persone che lavoravano in altri settori (operai addetti alla costruzione di templi, strade, canali, navi, edifici residenziali ecc.).

In questo modo secondo Mumford gli uomini scoprirono di poter sfruttare altri uomini per il conseguimento degli obiettivi della comunità dominante nella città – stato; cioè usare gli uomini come strumenti economici, attraverso lo sfruttamento e la schiavitù. 

Le modalità tecniche con cui avvenne la rivoluzione urbana riguardarono la specializzazione del lavoro, la trasformazione del surplus in capitale e la necessità di un sistema centralizzato di produzione.

La conseguenza fondamentale di questo processo di sviluppo della civiltà umana fu quella della separazione degli uomini in diverse classi sociali; da un lato la classe dominante privilegiata che controllava i mezzi di produzione, la terra e le risorse e che pretendeva per se gran parte della produzione realizzata nella città-stato, in modo da avere un tenore di vita precluso alla maggioranza della popolazione; sotto la classe dominate vi erano le classi dei contadini e artigiani, e infine gli schiavi e i prigionieri di guerra che erano trattati come schiavi.

Una ulteriore conseguenza della rivoluzione urbana fu quello dell’arte della conquista, cioè la guerra come strumento di controllo e di conquista di nuovi territori e risorse. Secondo Mumford l’invenzione della guerra come strumento di conquista ebbe ragioni di tipo pratico legate alla necessità di raggiungere l’efficienza produttiva ottimale per ogni civiltà a cui si contrapponevano le separazioni politiche e dinastiche che entravano in conflitto con questo tipo di necessità; cioè le questioni politiche generavano contrapposizioni tra gruppi dominanti di ogni popolo che impedivano il raggiungimento del controllo assoluto delle risorse in determinate zone geografiche e ciò determinava lo scatenarsi di conflitti. Secondo alcuni studiosi questi cambiamenti avvennero anche nel passaggio da una civiltà matriarcale, ancora legata al culto della terra – madre, ad una civiltà patriarcale in cui prevalse il modello del controllo assoluto dell’uomo sulla Natura e sugli uomini. 

Il sociologo Lewis Mumford si è così espresso su questo argomento: “…Esercitare il potere, in qualsiasi forma, era l’essenza stessa della civiltà: la città trovò moltissimi modi per esprimere la lotta, l’aggressione, la dominazione, la conquista e la schiavitù…il nuovo mondo urbano era rigoroso, efficiente, spesso aspro, persino sadico….i monarchi egizi, come i loro colleghi mesopotamici si vantavano, sui monumenti e sulle tavolette, delle imprese personalmente compiute mutilando, torturando e uccidendo con le loro stesse mani i prigionieri più ragguardevoli”2

La rivoluzione urbana secondo Mumford ha generato anche il mito della distruzione, impregnato di morte, che emerge dal nuovo ordine sociale; Mumford cita espressamente il sociologo e biologo scozzese Patrick Geddes che affermava che ogni civiltà storica si sviluppa come un nucleo vivo urbano (la polis) e termina in una immensa fossa comune di cadaveri e ossa, una necropoli, la città dei morti. E gettando lo sguardo intorno è possibile scorgere rovine bruciate dal fuoco, edifici distrutti, fabbriche vuote, pezzi di edifici crollati, mucchi di rifiuti, le popolazioni massacrate o ridotte in schiavitù. Una citazione doverosa per chiudere questa breve analisi è il racconto della distruzione e devastazione di Babilonia contenuta nella iscrizione di pietra di Sennacherib: «La città e (le sue) case, dalle fondamento al tetto, io le distrussi, le devastai, le bruciai col fuoco. Le mura (interne) e le mura esterne, i templi e gli dei, le torri dei templi di mattoni e di terra, quanti ce n’erano, io li rasi al suolo e li gettai nel canale di Arakhtu. Attraverso il centro di questa città scavai canali, li inondai d’acqua e distrussi così le fondamenta stesse. Ottenni una distruzione più completa di quanto lo sarebbe stata con un’inondazione»3

In questa breve analisi abbiamo potuto constatare come secondo gli studiosi la storia dello sviluppo della civiltà umana e della rivoluzione urbana passa attraverso una successione di eventi di distruzione, di rinascita, di sviluppo delle arti, della religione, dell’economia, della cultura che si presenta come una costante fino ad averci portato alla civiltà moderna che ne rappresenta l’evoluzione ultima.

Giuseppe Badalucco

Note 

1. L. Mumford, La città nella storia, Milano, Ed. Bompiani, 1981

2. L. Mumford, La città nella storia, Milano, Ed. Bompiani, 1981

3. L. Mumford, La città nella storia, Milano, Ed. Bompiani, 1981

Riferimenti bibliografici

L. Mumford, La città nella storia, Milano, Ed. Bompiani, 1981

G. D’Amico, Materiali interdisciplinari per lo studio dell’Antichità, Palermo, Ed. G.B. Palumbo & C Spa, 1986

 

 

 

 

 

 

 

GEMELLI

Il badge di Paolo Navone

Breve Introduzione.

Poco prima della pausa estiva, una notizia sul Web ha attirato la mia attenzione:

https://scienze.fanpage.it/scoperto-un-gemello-del-sole-a-184-anni-luce-da-noi-possibile-terra-2-0-nel-sistema/

Quell’argomento mi continuava a ronzare in testa, così durante le vacanze, in un pomeriggio tranquillo ed assolato mentre i miei figli facevano i compiti delle vacanze, ho preso carta e penna (pardon video e tastiera) e ho scritto il piccolo raccontino che vi propongo. quì di seguito.

Buona lettura…

Preludio

Secondo l’algoritmo di “Green Bank”, formulato dall’Astronomo ed Astrofisico Frank Drake nel 1961:

N = R* × f p × n e × f l × f i × f c × L

N = numero di possibili civiltà presenti nella nostra Galassia;
R* = tasso medio annuo di formazione di nuove stelle nella Via Lattea;
fp = frazione di stelle che possiedono pianeti;
ne = numero medio di pianeti per sistema planetario in condizione di ospitare forme di vita;
fl = frazione dei pianeti ne su cui si è effettivamente sviluppata la vita;
fi = frazione dei pianeti fl su cui si sono evoluti esseri intelligenti;
fc = frazione di civiltà extraterrestri in grado di comunicare;
L = stima della durata di queste civiltà evolute.

Ad oggi N=1 (dove il risultato corrisponde alla Terra), ma, da un punto di vista statistico,  il suddetto valore potrebbe essere decisamente maggiore…

* * *

GEMELLI

Nessuno di loro sapeva, con esattezza, cosa avrebbero trovato mentre l’astronave si avvicinava al pianeta secondo una rotta che l’avrebbe portata a parcheggiarsi in orbita Geostazionaria.

La decelerazione era iniziata circa un anno prima dell’ingresso nel sistema planetario della stella che, ormai, distava solo più pochi minuti luce dalla loro attuale posizione.

Una Nuova Stella

Era questo un astro di dimensioni medio-piccole, costituito principalmente da Idrogeno ed Elio e, come la maggior parte delle stelle, nella sua fase di vita principale: un lungo periodo di equilibrio stabile in cui esso fonde, nel proprio nucleo, l’Idrogeno in Elio.

Queste caratteristiche lo rendevano molto simile, se non uguale, a quello posto al centro del sistema solare dal quale la nave era partita 184 anni luce prima.

La stella era stata identificata, come succede per tutte le più grandi scoperte, quasi per caso nonostante si trovasse così vicino al loro.

Dopo alcune osservazioni, viste le sue caratteristiche, fece ipotizzare agli scienziati che, in un passato remoto, potesse essere parte di un sistema binario con la loro stella e che, per qualche imprevista “falla” gravitazionale, si fossero separate.

Rendeva la scoperta ancora più interessante, inoltre, il fatto che entrambe queste ipotetiche sorelle fossero parte dello stesso quartiere cosmico, ovvero un ramo secondario della stessa galassia.

La sua posizione era visibile nell’emisfero settentrionale del Sistema dal quale provenivano e, viste le suddette caratteristiche, avrebbe potuto anche possedere un pianeta roccioso ad una distanza tale da poter ospitare la vita proprio come la sua presunta gemella

Non aveva ancora nome poiché normalmente gli astri, visto il loro alto numero e visto che ne venivano scoperti quasi ogni giorno, erano catalogati secondo un codice in grado di poterli identificare univocamente.

Secondo alcuni studi si evidenzia che la maggior parte di essi non nascano solitari, ma ci sia stata una specie di nursery in grado di generare un numero di astri della stessa specie con caratteristiche identiche.

La nursery nella quale si è formata la stella, che ora brillava davanti alla loro nave, forse comprendeva migliaia di altre sorelle nate da una nube di gas e polveri, ma in questi quattro miliardi e mezzo di anni si sono, poi, sparpagliate nella galassia e dare la caccia a tutte quelle simili non era un compito semplice.

Il primo requisito che gli uomini di scienza avevano dettato, e che era stato verificato quasi subito, era la sua data di nascita: la stessa della loro stella!

Poi si era passati alla sua firma chimica o “spettrale”, che ne definiva la sua composizione, la quale doveva essere la più simile possibile, meglio se uguale, a quella distate 184 anni luce dalla loro “casa”.

L’idea, che forse non erano soli nella galassia, si era fatta strada ormai da tempo e la possibilità di poter viaggiare a velocità di poco superiori a quelle della luce, li aveva spronati a visitare almeno una decina tra pianeti ed Esopianeti in grado di poter ospitare la vita.

Il problema era che, nonostante le condizioni favorevoli, la vita non si trovava…

Iniziarono a domandarsi se la vita non fosse che una fortunatissima eccezione, poi, gli scienziati, azzardarono una conclusione: forse vi dovevano essere alcuni fattori importanti legati alla stella attorno alla quale, un possibile pianeta favorevole, orbitava.

Fu così che incominciarono a cercare i possibili gemelli, del loro astro, in giro per la galassia e secondo la “Teoria della Nursery”.

Dopo diversi anni, di osservazioni ininterrotte, trovarono il possibile candidato.

Controlli più attenti diedero risultati inaspettati ed insperati: attorno ad essa orbitavano diversi pianeti, di cui un paio, potevano essere alla giusta distanza per sostenere la vita ed inoltre erano di dimensioni molto simili al loro mondo.

Entrambi ruotavano sul loro asse, inclinato di qualche grado e sintomo che avevano delle fasi stagionali, con un moto all’incirca uguale.

Solo le loro orbite erano diverse: uno girava, attorno alla stella, più veloce rispetto all’altro così che entrambi erano dalla stessa parte della loro traiettoria ellittica ogni due rivoluzioni complete del pianeta più interno.

Percorrere la distanza che separava i due astri gemelli non era un problema, o meglio, non era un problema il tempo che avrebbero impiegato per portare a termine il viaggio verso la loro meta, poiché la medicina e la genetica avevano ormai fatto passi importanti e tali per cui la loro vita media era di circa 3500 anni.

Arrivo

Inizialmente avevano puntato la loro rotta sul pianeta più esterno ma, durante la fase di avvicinamento, le analisi avevano rilevato la sua inabitabilità.

Nonostante avesse una atmosfera, questa non era cosi spessa e di conseguenza il vento, carico di particelle ionizzanti generate dalla stella, rendeva la sua superficie desertica, inoltre pareva geologicamente morto da alcune migliaia di anni e possedeva un debole campo magnetico.

Dopo un rapido consulto decisero di variare la loro destinazione di qualche grado ed intercettare così il pianeta più interno.

Ora erano arrivati a destinazione e quest’ultimo brillava sotto la loro nave, a circa 36.000 km di distanza, di un intenso colore blu cobalto.

Fortunatamente questo nuovo mondo prometteva bene; l’atmosfera era abbastanza densa, la superficie era coperta per i due terzi di acqua (il che dava ottime possibilità per il sostentamento della vita) e, inoltre, era geologicamente attivo, con un nucleo centrale che generava anche un discreto campo magnetico ottimo per proteggere la sua superficie dalle radiazioni che avevano reso deserto ed inospitale il primo candidato.

Risposta

La missione non prevedeva lo sbarco, ma solo una visita ed alcune osservazioni preliminari, se i risultati fossero stati accettabili, allora, una seconda missione avrebbe portato degli esploratori.

Prima di iniziare le attività di analisi del pianeta, inviarono una comunicazione dell’avvenuto randez-vous al loro centro di controllo.

Nonostante la distanza, il messaggio sarebbe arrivato a destinazione nel giro di qualche ora, poiché il loro sistema comunicativo sfruttava una tecnologia simile all’Entanglement quantistico in grado di mettere in comunicazione quasi “istantaneamente” due punti della galassia indipendentemente dalla loro distanza.

La risposta, che dava il consenso all’inizio delle operazioni di osservazione e ricerca, arrivò quanto prima e la nave iniziò a ribollire di frenesia.

Il vascello spaziale ospitava circa 700 membri di equipaggio e tutti si muovevano in sinergia come se fossero un unico “essere” pensante.

Le dimensioni del pianeta erano molto simili a quelle del loro “mondo”, e la sua atmosfera era poco più densa e ricca di composti utili alla vita, la temperatura della sua superficie era mediamente più alta, forse a causa della discreta attività vulcanica.

Ma la cosa sorprendente, a dispetto delle previsioni e di quanto finora scoperto in altri luoghi simili, era la presenza di quella che si poteva chiamare “vegetazione” e quindi di probabili forme di vita più complesse.

A differenza del loro pianeta, qui la suddetta era più variegata ed intricata e ricopriva in modo non uniforme buona parte della superficie delle terre emerse.

Frenarono la loro eccitazione finché, quasi subito, individuarono ciò che cercavano da lungo tempo: diverse forme di vita, autonome e in grado di creare un complessi ecosistemi

La ricerca primaria era terminata.

Finalmente avevano una risposta alla primordiale domanda “Siamo soli nella Galassia?”, davanti ai loro occhi vi era la prova che il loro pianeta di origine non era l’unico in grado di ospitare la vita!

Nelle loro menti si fece spazio una domanda più complessa:

“La vita ora non è più considerata una eccezione, ma si è auto-generata o è stata portata a qualche causa fortuita?”.

Occorrevano analisi più approfondite… così, a differenza di quanto stabilito dalle regole dettate dai loro superiori distanti diversi anni luce, decisero fosse il caso di sbarcare.

Non vi erano possibilità per tutti i componenti l’equipaggio, solo una parte di loro avrebbe potuto scendere sul pianeta.

Organizzare il gruppo di esplorazione non sarebbe stato facile, perché tutti avrebbero voluto lasciare l’astronave per respirare un po’ di “aria di casa” dopo i quasi 200 anni luce passati tra quelle quatto paratie di metallo.

Prima di dare l’annuncio era perciò urgente definire chi avrebbe preso posto nelle navette, così il Comandante ordinò agli alti ufficiali di iniziare a fare un elenco del personale necessario secondo le possibili competenze e le personali attitudini.

Il suddetto sarebbe stato discusso nel giro di qualche giorno.

La decisione doveva rimanere segreta, ma una astronave per quanto grande è sempre un luogo circoscritto, così le voci iniziarono a girare tra l’equipaggio che incominciava a mormorare circa i risultati della scelta.

Qualcuno, più anziano e saggio degli altri, cercò di fare ragionare i più giovani ed inesperti che, con irruenza, stavano pensando di arrivare ad usare la forza per fare leva sulla decisione degli alti ufficiali.

La riunione si tenne sul Ponte di Comando della astronave e, visto il ribollire delle maestranze, tutti gli accessi all’ambiente vennero bloccati e una guardia armata posta davanti ad ogni boccaporto per evitare problemi.

Il clima era caldo, e si voleva evitare un possibile ammutinamento.

Dopo qualche ora l’elenco del personale dedicato allo sbarco era completo: la maggior parte degli alti ufficiali sarebbe rimasta a bordo, mentre una decina di squadre, per un totale di circa 200 elementi con esperienze in diversi campi e con strumentazione adeguata alla ricerca in loco, sarebbero sbarcate.

La comunicazione con il risultato di quanto deciso venne divulgata e si incominciarono a preparare le navette.

L’equipaggio non era soddisfatto della scelta, vi era del malcontento specie tra un paio di alti ufficiali che, per il loro grado e preparazione, avrebbero dovuto fare parte della spedizione.

Separazione

Le azioni precipitarono e tutto si svolse in poco tempo.

I due alti ufficiali, fratelli e figli del Comandante, presero in mano la situazione e organizzarono la sommossa con il supporto di un discreto numero di sottoposti.

Vi fu un ammutinamento, nei disordini persero la vita componenti di entrambe le fazioni, ma in pochi minuti gli ammutinati presero possesso delle navette, si stiparono al loro interno e lasciarono l’astronave madre diretti verso la “pallina blu” sotto di loro.

Il Comandante poté fare ben poco, non essendovi la possibilità di fermarle e farle rientrare, una volta lasciate la nave madre.

Egli sapeva che non avrebbe più rivisto nessuno dei ribelli, poiché dopo l’accaduto difficilmente sarebbero tornati a bordo.

Le leggi e le regole erano ferree, un eventuale rientro avrebbe voluto dire Corte Marziale e sicuramente l’applicazione della pena di morte.

In poche ore aveva perso circa metà dell’equipaggio, tra caduti e rivoltosi, e i due suoi figli maggiori.

Il viaggio fu relativamente breve, dopo un sorvolo del Pianeta gli ammutinati trovarono una area vasta e pianeggiante nella zona dell’emisfero nord.

La pianura, a circa 30° dall’equatore, era vasta ed attraversata da due corsi d’acqua quasi paralleli e che avrebbero favorito le future operazioni di insediamento.

* * *

Ormai dai giorni dell’atterraggio sul Pianeta Blu molto tempo è passato, durante il quale alcuni grandi cataclismi avevano quasi rischiato di fare terminare l’avventura dei rivoltosi prematuramente.

Ora molti dei nomi di quegli “eroi” si sono ormai persi, poiché non si sa di preciso come fossero realmente articolati nel linguaggio parlato da quella prima civiltà, sviluppatasi grazie a  quel gruppo capostipite, che aveva osato sfidare e ribellarsi al suo Comandante.

Al tempo in cui le antiche leggende Sumere incominciarono ad essere fissate in maniera permanente su supporti di argilla, la lingua ancestrale non veniva più utilizzata se non in alcune occasioni legate a funzioni ed attività di carattere strettamente commerciale o politico.

Si sa però che i nomi dei due fratelli, che guidarono quel gruppo alla scoperta di un nuovo mondo, suonavano all’incirca come: Enki ed Enlil figli di An.

IMMAGINI DA UN ALTRO TEMPO…

Il badge di Paolo Navone

La Cattedrale di Nardò.

Il Duomo di Nardò, intitolato a Maria Santissima Assunta, è uno dei principali monumenti in stile Barocco Salentino situato nel centro storico della cittadina pugliese a pochi chilometri da Lecce.

Elevata a “Basilica Minore” nel 1980, sorge nel luogo dove un tempo, gli storici, indicano vi fosse edificata la chiesa di Sancta Maria de Neritorio opera di alcuni monaci orientali scampati alle persecuzioni iconoclaste del VII secolo.

La parte centrale, e più antica della Cattedrale, risale al 1088.

Viceversa, il corpo dell’edificio, venne modificato più volte a partire dal 1354 con la ricostruzione della facciata ed ampliata grazie alla costruzione delle cappelle laterali che, succesivamente allungate, divennero poi le navate laterali.

Con il tempo vi furono altri consolidamenti: dopo il sisma del 1456, poi una ulteriore ricostruzione della facciata nel 1725 per poi arrivare al suo aspetto attuale dopo i restauri del 1892 e del 1899.

Una curiosità

Al suo interno, in una zona che non ha avuto modifiche sostanziali e, fortunatamente, si è mantenuta in un discreto stato conservativo, possiamo vedere un colonnato centrale ornato da affreschi duecenteschi, trecenteschi e quattrocenteschi.

Proprio in questa area vi è un’opera decisamente degna di una analisi di carattere ingegneristico: essa, o quello che ne rimane, è un affresco intitolato “La Crocifissione”.

Collocato sul muro perimetrale della navata destra entrando, tra l’altare di S. Michele e quello della Madonna della Salute, risale al XIV secolo e visibile in questo link:

https://www.lecce360.com/GigaPano/index.php?cartella=Cattedrale_Nardo&bene=42&x=3125&y=3885&z=5# .

Stella Cometa o Metorite?

Il particolare che mi ha fatto sobbalzare è stata la rappresentazione di ciò che, indiscutibilmente secondo l’iconografia classica, rappresenterebbe una Stella Cometa.

Questa è posta nella parte alta di ciò che rimane dell’affresco ed è molto evidente, anche per la sua particolare colorazione che la fa risaltare non poco nel contesto artistico.

Ma ecco all’orizzonte una prima incongruenza, il titolo dell’opera: perchè chiamarla “La Crocifissione” se in essa compare una stella cometa? La presenza di quest’ultima la  vedrei decisamente più giustificata se il tema fosse la Natività.

A questo punto posso solo pensare che, nelle intezioni dell’artista, vi fosse la oggettiva necessità di riportare, in qualche modo, una informazione di un evento importante al quale egli potrebbe avere assistito in prima persona: il passaggio di un corpo cometario o la caduta di un meteorite.

L’evento deve essere stato talmente sconvolgente ed inusuale che egli non avrebbe mai potuto descriverlo a parole, quindi quale miglior occasione per testimoniare l’accaduto se non quello di rappresentarlo in calce nell’affresco?

Rappresentazione artistica di una cometa

Egli non è comunque l’unico artista che, storicamente, sia rimasto impressionato da un evento “celeste”, il mondo dell’arte contiene una variegata iconografia di eventi del genere.

Ad esempio, poichè l’affresco risale al XIV secolo, l’artista potrebbe avere assistito al passaggio della Cometa di Halley,  ed averla proposta nella sua opera, così come fece Giotto, suo contemporaeo, nell’affresco “Adorazione dei Magi”.

Il ragionamento fila, ma ecco comparire una seconda incongruenza più “pesante”: perchè le direzioni in cui volano le due comete sono opposte?

Se rappresentano lo stesso evento dovrebbero essere coerenti nel loro volo…

Una conferma la si può trovare in un’altra rappresentazione artistica della Cometa di Halley e precisamente nell’arazzo di Bayeux, che oltretutto risale al precedente passaggio della cometa avvenuto nel 1066.

In esso il volo dell’oggetto viene rappresentato da sinistra a destra, come nell’opera di Giotto.

Quindi l’artista ignoto di Nardò potrebbe, il condizionale è d’obbligo, aver visto qualcosa d’altro, ma che cosa?

Se non era una cometa potrebbe essere stato un altro oggetto volante, per esempio un grosso meteorite.

L’idea di “qualcos’altro” viene enfatizzata da alcune caratteristiche importanti presenti nell’immagine:

  • risulta molto grande;
  • ben strutturato preciso e netto;
  • non genera il famoso bagliore intorno a se, come ad esempio le altre rappresentazioni a cui ho accennato;
  • i suoi colori sono in contrasto con l’iconografia classica dell’oggetto;
  • la sua coda è molto densa e non parte dalla parte posteriore;
  • il disegno sembra in prospettiva.

Particolari decisamente strani per una rappresentazione di un evento “naturale”, ma proviamo ad analizzarli in dettaglio.

La dimensione

Se osserviamo le proporzioni della Cometa di Halley, nelle rappresentazioni alle quali faccio riferimento, notiamo che le immagini hanno una dimensione rilvante, tali da essere notate da coloro che osservano l’opera, e proporzionate nel contesto visivo della scena rappresentata.

L’immagine di Nardò, invece pare decisamente più grande ed evidente, anzi le proporzioni di quest’ultima, riferite al soggetto presente sulla scena, sono decisamente rilevanti.

Dal punto di vista artistico può volere dire che l’avvenimento, se di esso si tratta, era talmente importante, inusuale ed imprevisto da essere posto chiaramente in evidenza.

Il bagliore

Prendendo spunto dalle rappresentazioni pittoriche citate in precedenza, ma anche da altre in cui sono rappresentati eventi celesti, a prescindere dal periodo artistico queste sono sempre raffigurate con una coda più o meno lunga alle spalle ed una forma tondeggiante anteriore (il bagliore) enfatizzata da raggi che si dipartono dalla stessa, in alcuni casi all’interno della parte anteriore è presente una stella a 6 punte associabile alla fonte del bagliore stesso.

In un evento cometario, questa luminescenza è dovuta alla  presenza della “nuvola” rarefatta di gas e polveri che avvolono il nucleo; mentre in un evento meteorico, il bagliore, decisamente più intenso, è dovuto all’attrito del corpo celeste con l’atmosfera terrestre.

E’ anche rilevante fare notare che l’evento cometario darebbe il tempo all’artista di osservarlo e “con calma” rappresentarlo, essendo persistente per più giorni; un evento meteorico, viceversa, è  decisamente molto più rapido e assolutamente non da possibilità di osservarlo in modo dettagliato.

Nell’affresco, invece, l’aureola luminosa pare essere completamente assente.

Non solo, ma i colori utilizzati dall’artista sono freddi e direi quasi “metallici” a differenza delle suddette rappresentazioni dell’epoca nelle quali compaiono colori pastello molto vivi e con sfumature cromatiche dal giallo all’arancio molto calde.

Da un punto di vista scientifico, l’assenza del bagliore da una informazione molto importante ! Significa che non vi erano le condizioni naturali per la sua formazione e quindi l’oggetto non sarebbe nè una cometa e neppure una meteora (secondo quanto espresso in precedenza).

Ma attenzione, perchè, secondo l’artista, l’oggetto è in volo sulla testa del personaggio, l’assenza del bagliore, quindi ci dice che il movimeto avviene ad una velocità bassa, una velocità che non è in grado di generare il bagliore per attrito ne generare gas e polveri al suo intorno.

La coda

Gli effetti che dovrebbero generare il bagliore, dovrebbero altresì generare la chioma o coda, ma poichè abbiamo visto che l’oggetto non è da considerarsi un corpo celeste, cosa potrebbe generare la suddetta?

Molto interessante anche il fatto che questa non sia dritta, ma pare sia essere curva come se l’oggetto fosse in “virata”, o meglio ancora in ascesa (o magari decollo).

Questo tipo di volo non sembra molto “naturale”, ma più simile ad una manovra programmata.

A questo punto, il risultato delle considerazioni fino ad ora affrontate, è tale da poter considerare, con buona cognizione di causa, l’idea che l’oggetto non sia associabile a qualcosa di naturale.

Una diversa ipotesi

Affrontiamo ora l’argomento sotto un diverso punto di vista … ed elenchiamo cosa abbiamo scoperto seguendo una idea più tecnologica:

  • l’oggetto sembra metallico;
  • vola;
  • non è associabile a qualcosa di naturale quali comete o meteore;
  • possiede una coda lunga, densa e persistente:
  • la coda parte da un punto ben definito posto al centro dell’oggetto e non in modo difuso dalla parte posteriore.

Se non si trattasse di una immagine risalente al XIV secolo, le caratteristiche appena elencate, potrebbero tranquillamente riferirsi ad un oggetto volante odierno (fatto salvo per la forma…).

A favore di tale ipotesi si potrebbero aggiungere un altro paio di considerazioni.

La prima riguarda i colori con cui l’oggetto è rappresentato.

Come accennato in precedenza sono colori freddi, e sia la coda che il corpo dell’oggetto hanno la stessa colorazione e le stesse sfumature.

Questo particolare sembra confermare la “metallicità” dell’oggetto e che sulla sua superficie vengano riflesse le “strane” colorazioni della coda.

La seconda cosa, che conferma la possibilità di avere a che fare con un oggetto volante artificiale, è il fatto che la coda parta da un punto preciso posto al disotto della sagoma e localizzato al centro della figura.

Una rappresentazione decisamente non usuale per una coda cometaria, ma tecnicamente corretta per essere lo scarico di eventuali motori atti a sollevare il sistema.

Strutturalmente, inoltre, vista la forma con cui viene rappresentato l’oggetto, la posizione centrale dei suddetti motori, garantirebbe una buona stabilità e un’ottima efficienza per fornire una spinta  atta al sostentamento in aria.

Avendo parlato di motori ecco che nell’immagine, anch’essi sono presenti, infatti si possono contare diversi punti equidistanti, dai quali fuoriescono i getti della coda.

Gas e polveri o fumo?

Manteniamo la nostra attenzione sulla coda…

Abbiamo visto che, quanto rappresentato, non sembra essere una cometa od una meteora per via dell’assenza del bagliore, ma cosa ci dice ancora il tratto dell’artista?

Se la coda fosse cometaria, avrebbe delle caratteristiche ben precise che elenco di seguito :

  • le code composte da gas ionizzati (detta anche di Tipo I), che hanno una forma affusolata, spesso simile ad un ago, di colore bianco-bluastro dovuto alle righe d’emissione dei gas ionizzati;
  • le code composte da polveri di dimensioni più o meno grandi (detta anche di Tipo II), che in generale hanno un colore giallastro dovuto alla riflessione della luce solare e la cui forma apparente dipende dall’orbita e dalla posizione della cometa rispetto alla Terra.

In effetti non si ritrovano, in essa, nessuna delle precedenti caratteristiche, anzi in questo disegno la coda, più che una composizione di gas, sembra proprio composta da fumo denso.

Se riportiamo per un attimo le analisi a qualcosa di presente ai nostri giorni, non esiterei ad indentificare questa fuoriuscita come il risultato di un processo chimico atto a generare appositamente una “spinta”

Questo “fumo” ha una caratteristicha che lo rende inconfondibile: i suoi colori !.

Ecco che una possibile “smoking gun” è proprio la sfumatura verde che si identifica nel disegno.

Da alcune indagini, una colorazione del genere (verde smeraldo) è data da una reazione chimica in cui è presente Acido Borico, e guarda caso:

Scrive la Treccani (http://www.treccani.it/enciclopedia/boro_res-40b7dae3-87ea-11dc-8e9d-0016357eee51_%28Enciclopedia-Italiana%29/):

“…Idruri di boro o borani. − L’interesse suscitato dai borani come potenziali carburanti per motori a reazione o per razzi… “

In conclusione, forse sto cercando di vedere quello che non è, forse mi sono sbagliato ed il pittore voleva solo rappresentare una Stella Cometa un po’ diversa dal solito …  solo un personale “tocco d’artista”…. comunque sia siamo difronte a molte, forse troppe coincidenze…

BACH E IL NASTRO DI MÖBIUS

Giuseppe Badalucco - Atlante Segreto - Edicolaweb

Il nastro di Möbius è una superficie in R3 scoperta nel 1858 dal matematico tedesco August Ferdinand Möbius. Un esempio è visibile nella seguente figura 

Fig. 1 Nastro di Mobius

In termini matematici il nastro di Möbius può essere descritto dal seguente sistema di equazioni che permette di parametrizzare il modello 

I parametri presenti nelle equazioni sono i seguenti 

-il parametro u permette di muoversi lungo il nastro (cioè lungo la sua superficie)  

-il parametro v permette di passare da un bordo all’altro 

-r è il raggio della circonferenza che rappresenta il cerchio centrale della figura, che può essere detto anche linea di mezzeria 

-x,y e z sono le coordinate di un punto P sulla superficie del nastro di Möbius 

-l indica la larghezza del nastro  

-in particolare il parametro v indica la distanza di un punto P dal cerchio centrale 

-r ed l sono entrambi numeri positivi con r > l 

-fissando alcuni dei parametri (r,u e v) è possibile individuare un punto P sul nastro di Möbius 

-u è compreso tra 0 e 2π 

-v è compreso tra –l e +l 

Il nastro di Möbius è una superficie rigata, cioè in ogni suo punto passa almeno una retta che giace sulla superficie del nastro  

Esempio 

Supponiamo che  

r = 4 (raggio del cerchio centrale) 

l= 1 

v= 1 

Per cui la larghezza del nastro è 2l 

In tal caso è possibile individuare un punto P che è di coordinate

DESCRIZIONE E COSTRUZIONE DEL NASTRO DI MÖBIUS 

La maggior parte delle superfici degli oggetti hanno sempre due facce per cui è possibile passare da una parte all’altra della superficie raggiungendo e superando lo spigolo dell’oggetto. Nel nastro di Mobius, tuttavia, esiste un solo lato ed un solo bordo per cui percorrendo un giro ci si trova dalla parte opposta. Il nastro di Mobius può essere costruito partendo da una striscia di carta in forma rettangolare, unendo i lati corti, dopo aver impresso ad uno di essi una torsione di 180°, come visibile nella seguente figura 

Fig. 2 Descrizione del Nastro di Mobius

RAPPRESENTAZIONE DEL NASTRO DI MÖBIUS NELLA CULTURA E NELL’ARTE 

Alcuni studiosi hanno individuato possibili rappresentazioni del nastro di Möbius in opere artistiche antiche. Per esempio nella parte centrale di un mosaico che rappresenta la dea Tellus circondata da quattro bambini, ai piedi del dio Aion (conservato nella gliptoteca di Monaco) è possibile vedere il dio Aion in piedi dentro quello che possa essere considerato come un modello di nastro di Möbius, come visibile nella seguente figura 

Fig. 3 Una possibile rappresentazione del Nastro di Mobius in un mosaico del III sec.

Effettivamente si ha l’impressione che il nastro che avvolge il dio Aion possa essere oggetto di una leggera torsione che ricorda l’immagine del nastro di Möbius, sebbene non vi sia la certezza che tale figura potesse essere conosciuta all’epoca in cui fu realizzato il mosaico (200-250 d.C. circa). 

In epoca moderna l’incisore e grafico olandese Maurits Cornelis Escher rappresentò il nastro di Möbius in due opere, il nastro di Möbius I (1961) in cui viene rappresentato un binastro di Möbius, in cui vi è una coppia di serpenti che indicano cosa si verifica ad un nastro di Möbius quando viene tagliato lungo una linea chiusa posta a distanza costante dal bordo. Tale situazione non sconnette la superficie, poiché i due serpenti continuano a essere legati tra loro e si mordono la coda, come si vede nella figura seguente 

Fig. 4 Nastro di Mobius I – Escher (1961)

L’altra opera di Escher fu nastro di Möbius II (1963) in cui compare un gruppo di formiche in fila che percorrono la superficie di un nastro di Möbius; in tale figura le formiche camminano una accanto all’altra sulla stessa superficie sebbene sembrino percorrere due lati opposti, come si vede nella successiva figura 

Fig. 5 Nastro di Mobius II – Escher (1963)

Il nastro di Möbius è stato impiegato nell’ambito della cultura letteraria e cinematografica in racconti e pellicole cinematografiche (Una metropolitana chiamata Moebius, Nastro di Moebius) e ha trovato numerose applicazioni pratiche nell’industria e nell’informatica.

IL CANONE INVERSO DI BACH E IL NASTRO DI MÖBIUS 

Nel 1747 Johan Sebastian Bach compose un canone (definito impropriamente inverso) detto cancrizzante (dal latino cancer, cioè a “gambero” con moto inverso) in cui si legge in direzione contraria la linea melodica. Il suo celebre canone è stato accostato ad una rappresentazione musicale del nastro di Möbius, sebbene Bach sia vissuto nel ‘700 e Möbius nell’800. Infatti nel Canone 1 a 2 dell’Offerta musicale di Bach (1747) il manoscritto mostra un solo pentagramma in cui l’inizio e la fine sono collegati. Tale caratteristica è associata al nastro di Möbius, in cui l’esecuzione simultanea dei due percorsi (semplice e retrogrado) genera due voci che simmetricamente determinano una evoluzione musicale reversibile. Questo tipo di costruzione musicale implicherebbe una profonda conoscenza da parte di Bach del rapporto tra la matematica, la geometria e la musica, a dimostrazione del profondo e complesso legame esistente tra tali discipline. Una possibile rappresentazione del Canone inverso di Bach è visibile nel seguente video: Johann Sebastian Bach – Canone 1 a 2


Giuseppe Badalucco

Webgrafia di riferimento

www.youtube.com/watch?v=Y0_DeHSTLHU

I “SEGRETI” DEL RE. Il principio di sovranità: dai valori semantici all’espressione originale della realtà percepita. Parte 6. Le insegne del potere: lo scettro (2).

Tiziana Pompili

Dopo i temi sviluppati nella parte precedente, proseguiamo la ricerca sul significato dello scettro cercando di comprendere più a fondo come ebbe origine il valore che viene ad esso attribuito ancora oggi.

Se teniamo conto che nella sua forma più elementare lo scettro è semplicemente un bastone, possiamo notare che questo, una volta impugnato, diventa l’estensione del braccio umano e ne rafforza certe funzioni. L’iniziale efficacia per il prolungamento del braccio e della mano potrebbe col tempo aver ampliato il suo valore includendo anche la volontà divenendone il simbolo. Non a caso, nelle “semplici società di natura”, il bastone, altro possibile antenato dello scettro oltre al regolo (vedi parte 1 e parte 5), è uno strumento tipico sia del capo tribù, il carismatico rappresentante di un consiglio di anziani e saggi, sia dello sciamano, maestro spirituale di saggezza e conoscenza.

Lo Sciamanesimo è un vero e proprio fenomeno sociale che risalirebbe almeno al paleolitico. Si riscontra fra popolazioni indigene della Siberia e dell’Asia centrale ma è diffuso (o lo è stato) praticamente in ogni altro continente: Europa, America, Africa, Australia.

Primigenio concetto di religiosità, misticismo e spiritualità, lo Sciamanesimo è la prima forma di rapporto col divino che l’uomo ha concepito. È bene precisare tuttavia, che il divino di cui parliamo non era inteso come qualcosa di esterno all’uomo ma, al contrario, presente in ogni cosa che esiste nella realtà oggettiva dove tutto veniva percepito unito da legami invisibili. Nella società civilizzata, il concetto di una connessione imprescindibile, in grado di unificare ogni cosa, inizia a diffondersi solo dopo le scoperte della fisica quantistica. Ma le tradizioni sorprendentemente molto simili, sebbene con piccole varianti locali, ricostruite dall’archeologia o rivelate con gli studi antropologici delle semplici società di natura che ancora oggi sopravvivono, farebbero pensare che il fenomeno dello Sciamanesimo abbia origine dalla stessa natura dell’uomo. Ciò, a mio avviso, costituisce una prova evidente: l’uomo, nel suo processo di evoluzione tecnologica e sociale, sbilanciandosi verso una visione pressoché totalmente razionale delle cose, ha generato dei limiti alla sua esperienza sensibile in questa dimensione, dimenticando che anche quanto è celato ai propri sensi ha realtà effettiva e finendo per confinare nell’oblio il suo legame con il Tutto.

Lo Sciamanesimo è un complesso di conoscenze e rituali magico-religiosi ed è incentrato sulla figura dello sciamano, un individuo dotato di speciali facoltà (che potremmo riassumere con l’espressione “talento sciamanico”) quasi sempre ereditate geneticamente per via matrilineare. A volte il soggetto sviluppa la sua attitudine sciamanica con l’iniziazione alle pratiche oppure viene prescelto ricevendo la chiamata con segnali di vario tipo, a volte durante stati alterati di coscienza (estraniazione totale della mente dalla realtà circostante). Di fatto, lo sciamano è un leader spirituale, mago e medico al tempo stesso, che per mezzo di intuizioni, viaggi spirituali, trance, estasi, visioni e sogni (talora provocati con sostanze eccitanti), sa come guarire le malattie, predire gli eventi, comunicare con le potenze superiori o con gli spiriti degli antenati, Lo Sciamano è infatti una sorta di “ponte” tra il mondo materiale e quello trascendente.  

Pur esprimendomi principalmente al maschile, ritengo doveroso precisare che in origine il “talento sciamanico” si manifestava nei soggetti femminili. Il fenomeno dello Sciamanesimo nacque infatti nelle società matrifocali guidate dalle donne, anziane soprattutto. Queste, non avevano privilegi particolari, il loro potere era tutt’altro che materiale. Erano specialmente rispettate per la loro capacità di perpetuare e rinnovare la Vita come specchi della Grande Madre che garantisce rinascita e sostentamento ad ogni forma vivente.

Sciamano buriato (minoranza etnica della Siberia) fotografia del 1904, pubblico dominio tramite Wikipedia

La parola sciamano, così come la conosciamo, entra in occidente alla fine del 1600 con l’inglese shaman, che deriva dal termine evenki (sottogruppo delle lingue tunguse) šamān → separato; solitario; eremita, (a volta opinabilmente collegato al sanscrito śrāmaṇa → cercatore; asceta). Secondo l’etnografo orientalista ungherese Vilmos Diószegi, a monte di sciamano ci sarebbe la radice tungusa ša→ conoscere. Risalendo ancora,vengono ipotizzate due probabili radici indoeuropee: 

  • sap → legarsi [ś] a ciò che è puro/sacro [p]; da cui discende anche il latino sàpere che ha un doppio valore → 1. avere sapore (percepire col gusto) → 2. avere senno (essere saggio);
  • śak → legarsi [ś] al moto curvilineo dell’universo [ak] da cui → essere potente, essere forte, essere capace.

Inoltre, non escluderei un legame con un terzo etimo del tutto ignorato dalle fonti che ho consultato:

  • śam → somiglia [ś] ad un malessere [am] di conseguenza → affaticarsi; stancarsi; esaurirsi.

Riassumendo le indicazioni della semantica, lo Sciamano potrebbe essere definito colui che forte, capace e dotato di senno, attraverso uno stato simile al malessere, si lega alla dimensione extratemporale valicando il limite della realtà tangibile per conoscere.

Riallacciandoci al tema principale, cerchiamo di capire qual è il primigenio valore del bastone.

Il senso è, ancora una volta principalmente emblematico. Pur con le presumibili differenze dei singoli casi, dobbiamo immaginare le tribù paleolitiche (semplici società di natura) come un unico organismo in cui il capo tribù si occupa delle cose terrene, materiali, mentre lo sciamano si prende cura delle questioni spirituali, sovrannaturali.

Per lo sciamano il bastone (un po’ come la bacchetta a Y del rabdomante) può essere considerato lo strumento che catalizza il suo talento sciamanico per rilevare le correnti energetiche, per concentrarne e attivarne il potere e, infine, per “indirizzare”, “convogliare” le forze della natura a fini benefici. Il bastone può anche rappresentare lo strumento che lo sciamano impiega per proteggersi nel difficile, insidioso “passaggio” tra questa dimensione e quella ultraterrena (o in altri tempi e spazi), spesso sorvegliato da entità non sempre ben disposte.  Ma sono propensa a credere che l’aspetto simbolico del bastone sia anche quello di “sorreggere” lo sciamano “alleviando” la fatica e il dolore che i suoi stati modificati di coscienza comportano (instabilità, vacillamenti, sussulti del corpo).  

Similmente, per il capo tribù, il bastone riassume molteplici valori:

  • rappresenta allegoricamente il supporto nel suo difficile ruolo di guida;
  • polarizza l’attenzione del popolo ispirando credibilità soprattutto nel solenne momento in cui egli è portavoce del consiglio e delle sue decisioni prese “in modo misurato”;
  • riproduce emblematicamente il vincastro del pastore, il ramo flessibile che serve a toccare delicatamente le pecore per circoscriverle e farle camminare in gruppo senza disperdersi, usato anche per tastare il terreno e individuarne i pericoli in anticipo;
  • equivale al “potere di colpire” ma in modo non cruento: in battaglia, in alcune culture, esisteva infatti la consuetudine di mettere fuori gioco gli avversari solo toccandoli con un bastone.

Considerando tutto questo, nell’originale concetto del bastone/scettro non parrebbe esserci nulla di temibile. Il significato doveva essere più quello del condurre rettamente il gruppo sociale piuttosto che del dare autorevolezza all’atto di comandare nel senso di imporre la propria volontà.

Come “estensione del braccio” aveva il valore di indicare la via, sbarrare per proteggere, sostenere nei momenti di debolezza. Come metafora di “misura” doveva simboleggiare l’equanimità, l’equilibrio, il senno, il rispetto. 

Un ampio significato positivo, quindi, improntato sulla consapevolezza e non sul potere, sull’unione, il soccorso, la reciproca garanzia e non sulla paura. Viene da sé ipotizzare che il significato del bastone (e di conseguenza dello scettro suo probabile derivato) si sia nel tempo allontanato dall’originale valore.

(segue)

(bibliografia essenziale nell’ultima parte)

SPAZIO E TAI CHI (FUTURO E TRADIZIONE)

Il badge di Paolo Navone

7 Dicembre 2018… una data come un’altra, se non fosse perché alle 19:23, ora Italiana, è partito dalla base di lancio di Xichang, nella regione cinese di Sichuan, il razzo Lunga Marcia 3B dell’Agenzia Spaziale Cinese (CNSA).

La Repubblica Popolare Cinese, o più semplicemente Cina, è la terza nazione mondiale in termini di superficie ed ospita circa un quarto della popolazione terrestre.

In questi ultimi dieci anni ha generato una forte espansione industriale in grado di modificare in maniera sensibile l’equilibrio economico mondiale in moltissimi settori.

Tra essi uno in particolare è oggetto di “sfida” con i colossi occidentali, il settore Aerospaziale del quale proprio il vettore Lunga Marcia 3B è la punta di diamante.

Questa sua capacità arriva da molto lontano, da quando negli anni Cinquanta del secolo scorso, la sua alleanza con la “compagna” Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche (URSS), la aiuta a procurarsi i primi vettori grazie ad un programma congiunto di scambi tecnologici e scientifici.

Ma a differenza degli occidentali, è meno irruente, più posata, misteriosa e “filosofica” come la sua cultura sempre al confine con le teorie Zen.

Filosofia che la segue, paradossalmente, anche in questo frangente tecnologicamente avanzato: una partenza lenta e po’ in “sordina”, come gli esercizi di Tai Chi, e la lunga marcia di 27 giorni, che potremmo paragonare a quella dei centotrentamila soldati che percorsero ben 10 mila chilometri, attraversando ben 11 province, e che portò alla grande svolta epocale cinese del 1934.

Questa “lunga marcia” moderna ha portato nel cratere Von Karman, all’interno del bacino Polo Sud-Aitken sul lato oscuro della Luna (non perché sia buio, ma perché non è mai osservabile dalla Terra) una coppia di oggetti spaziali molto avanzati: un Lander chiamato Chang’e (un’antica divinità della Luna secondo la cultura cinese), ed un Rover chiamato amichevolmente Yutu (coniglio di giada).

Ma la notizia che non ti aspetti è che all’interno di uno dei due mezzi, il Lander, vi sia una piccola serra contenente semi di patata e di cotone, una pianta da fiore e uova del baco da seta, il tutto supportato da sostanze nutritive, acqua ed una piccola riserva di ossigeno che verrà rinnovato dalle piante stesse.

Una mini-biosfera progettata da ben 28 università cinesi.

Proprio in queste ore una delle piantine disposte nell’ecosistema ha germogliato ed il successo è dovuto soprattutto al fatto che sia la prima volta che un vegetale nasca e cresca sul nostro satellite.

Vorrei precisare che vi sono già state coltivazioni di vegetali nello spazio e per la precisione a bordo della ISS (la Stazione Spaziale Internazionale), ma di fatto il seme germogliato nella biosfera del Lander cinese è il primo che sta crescendo su un corpo celeste diverso dalla Terra ed in modo autonomo.

L’idea è quella di verificare la possibilità di ricreare un ambiente in grado di sostenere la vita attraverso sistemi biologici che con il loro “lavoro” di fotosintesi, filtraggio e respirazione possano supportare in maniera adeguata la vita.

Attenzione tutto il sistema vitale è ovviamente ben chiuso e sigillato, non accessibile alle condizioni estreme esterne !! ma è importante perché è un primo esempio di piccolo mondo confinato che potrà essere, in debite proporzioni, sviluppato ed utilizzato per future missioni di esplorazione spaziale.

Una biosfera che possa ospitare l’essere umano, sarà importante per diventare indipendenti dai rifornimenti terrestri nei futuri viaggi tra le stelle.

Il container in lattice contenente il germoglio di cotone (credit Cnsa)
Il Lander Chang’e 4 (credit Cnsa)
Il Rover Yutu-2 (credit Cnsa)

Questa nuova conquista della Agenzia Spaziale Cinese è solo una tappa del suo programma, che già sta pensando al futuro ed a nuove missioni lunari.

Infatti sta già preparando Chang’e 5 che dovrà nuovamente “allunare” sulla superficie Selenica per riportare a terra campioni del suolo; questi saranno i primi “sassi” lunari ad essere analizzati dopo il terreno riportato a casa dagli astronauti delle missioni Apollo negli anni Settanta.

Le missioni di recupero dovrebbero essere tre, ma nel frattempo la CNSA sta valutando il lancio di una sonda verso il Pianeta Rosso nel 2020.

Siamo forse alle soglie di una nuova corsa allo Spazio?

I “SEGRETI” DEL RE. Il principio di sovranità: dai valori semantici all’espressione originale della realtà percepita. Parte 5. Le insegne del potere: lo scettro (1)

Tiziana Pompili

Come si diceva nell’articolo precedente, la regalità è tutt’oggi intesa come un “dono” divino. Il potere terreno di un sovrano è una “benevolenza” che gli arriva direttamente dalla divinità. Un re quindi è tale per concessione divina.

Per mantenere sempre vivo nell’immaginario dei sudditi il concetto del legame tra Dio e il sovrano, veri contrassegni del potere rimarcano la condizione di autorità e regalità di quest’ultimo. La figura di un re è messa in risalto, soprattutto nei momenti più solenni, da oggetti emblematici a lui riservati.  

Il trono, il manto, il globo, lo scettro e la corona, sono le insegne per eccellenza della sovranità, oggetti che racchiudono un simbolismo millenario. Alcuni, legati alle più antiche tradizioni, tradiscono un’origine remotissima, altri nascono in epoche più recenti. In questa sede, per il loro profondo significato, considereremo più da vicino solo lo scettro e la corona.  


Ottone II di Sassonia assiso in trono con indosso il manto, la corona, lo scettro e il globo crucigero.
Pubblico dominio, tramite wikimedia

Lo scettro è un’asta cerimoniale, più o meno lunga, spesso in materiale pregiato, riccamente ornata e sormontata da un ulteriore oggetto simbolico (giglio, pomo, croce, corona etc.). È essenzialmente l’emblema della potestà e del comando, ma la storia ci racconta che oltre a re ed imperatori, lo scettro è stato impugnato da profeti, sommi sacerdoti, saggi, maestri, giudici ed araldi come segno di distinzione, nonché come arma bianca per la difesa. 

Secondo la linguistica il termine scettro viene dal latino sceptrum, che deriva dal greco σκῆπτρον (sképtron) → bastone (per appoggiarsi) dalla radice skap- individuabile in skêptein → appoggiarsi. Ridotto infatti alla sua forma essenziale, lo scettro è semplicemente un bastone e, per l’opinione più diffusa, rappresenterebbe proprio quello che sorregge l’andatura degli anziani ai quali vanno sempre riconosciuti riguardo e rispetto per la saggezza acquisita nel corso della vita, così come ad un re che impugna lo scettro dell’autorità vanno professati ossequio, sottomissione e deferenza.

Ad un esame più attento tuttavia, non mi sento di escludere una connessione linguistica con l’egizio sḫm essere potente, avere (ottenere) controllo/potere su, noto anche nell’anglicizzazione sekhem (potere, potenza,forza). Con sḫm gli Egizi avrebbero indicato la vitalità (proveniente) dal sole, di conseguenza il sommo potere energetico. Forse non a caso la voce sḫm designava anche il sistro, uno strumento la cui vibrazione, prodotta dal corpo stesso dell’oggetto, era ritenuta capace di produrre effetti portentosi. Il sistro, sacro alla Dea Hathor e a Iside, non solo era noto in Egitto, ma anche in tutto il Mondo Antico ed è menzionato nella Bibbia:

Davide e tutta la casa d’Israele suonavano davanti al Signore ogni sorta di strumenti di legno di cipresso, e cetre, saltèri, timpani, sistri e cembali.” (II Samuele 6:5)

Dalla radice sḫm deriva anche il nome della feroce Dea Sekhmet (o Sekmet), principio distruttivo della stessa Hathor (figlia di Ra e sposa di Ptah), divinità della guerra la cui ira era assai temuta dagli Egiziani. Effigiata come una donna dalla testa di leonessa sormontata dal disco solare, la Dea era qualificata Signora del terrore, La Potente, Colei che percuote o anche Colei davanti alla quale persino il male trema. A volte in mano a Sekhmet compare lo scettro Sekhem. Così, dalla XVIII dinastia, si chiama l’evoluzione dello scettro Aba (ˁb3), considerato dagli esperti un bastone da guerra (?) simbolo di comando già in uso nell’Antico Regno, formato da un’asta terminante con una sorta di paletta piatta che forse riproduceva qualche strumento non ancora individuato. Tuttavia, non penso sia azzardato supporre che il nome di tale scettro, Aba (ˁb3), facesse riferimento alla tradizione marinara: l’identico verbo ˁb3 (aba) designava infatti l’azione di comandare una nave (vedi Livio Secco, Dizionario Egizio-Italiano/Italiano-Egizio, Aracne ed., 2007 pag. 40) tanto quanto, come si è visto nella prima parte, gubernare in origine indicava reggere il timone di una nave. Lo scettro Aba, era dunque la rappresentazione simbolica di un oggetto nautico come un timone o un remo?

Sarenput II con lo scettro Aba nella mano sx :

Nella storia lo scettro ha avuto fogge e dimensioni differenti e nei miti parrebbe essere riconoscibile nelle molteplici forme degli oggetti-simbolo del potere. Per esempio la folgore di Zeus, il tridente di Poseidone, il bidente (o asta) di Ade, il tirso di Dioniso, il caduceo di Hermes, il bastone di Asclepio, il martello di Thor, il bastone/lancia di Odino, l’hekat e il nekhekh della divinità Andjeti dell’Egitto predinastico, lo scettro uas associato al dio Seth, il bastone uadj impugnato da Iside, lo xiuhcoatl (il serpente di fuoco) brandito da Huitzilopochtli, la verga di Aronne (lo stesso bastone di Mosè), il lituus degli augurii etruschi e in tempi più vicini a noi, il “bastone della parola” (talking stick) dei nativi americani, la ferula del Papa, il pastorale del Vescovo.
Lo scettro è raffigurato ben 9 volte persino nei 22 Arcani maggiori dei Tarocchi. Si può notare nelle lame Bagatto, Imperatrice, Imperatore, Papa, Carro, Matto, Eremita, Diavolo, Mondo.  

Ma davvero il significato dello scettro e quello del bastone (o di oggetti analoghi) coincidono ad un unico valore?

Non sarà tolto lo scettro da Giuda né il bastone del comando tra i suoi piedi, finché verrà colui al quale esso appartiene e a cui è dovuta l’obbedienza dei popoli. (Genesi 49:10)

Ancora oggi è in uso l’espressione “avere il bastone del comando” e vuol dire detenere il potere, essere la massima autorità. Nel passo biblico precedente però, scettro e bastone non sembrano essere la stessa cosa, piuttosto due oggetti differenti. Per di più, quando nella Bibbia è citata la parola scettro (26 volte nella versione C.E.I), non sempre è chiaro di che oggetto si parli. A volte sembra uno strumento utilizzato da solo o in aggiunta al bastone (“…Pozzo che i principi hanno scavato, che i nobili del popolo hanno perforato con lo scettro, con i loro bastoni!”  Numeri 21:18), altre potrebbe addirittura essere confuso con un’arma (“…io lo contemplo, ma non da vicino: una stella spunta da Giacobbe e uno scettro sorge da Israele, spezza le tempie di Moab e il cranio dei figli di Set.” Numeri 24:17), altre ancora invece la parola è simbolicamente impiegata quale sinonimo di dinastia, potere o dominio come accade ancora oggi (“…Sarà abbattuto l’orgoglio di Assur e rimosso lo scettro d’Egitto.” Zaccaria 10:11).

Non sembrano invece esserci equivoci sul bastone, citato innumerevoli volte nell’Antico Testamento, sebbene non sempre sembri di uguale lunghezza o delle medesime dimensioni. Tuttavia, un particolare nella Bibbia non passa inosservato: il bastone di Mosè, dopo l’intervento di Dio, acquisisce proprietà del tutto straordinarie (“Ora prendi in mano questo bastone con il quale farai i prodigi.” Esodo 4:17). Infatti, grazie al “potere” di quel bastone, Mosè divide le acque del Mar Rosso e realizza le altre opere straordinarie narrate nel Libro dell’Esodo. Le sbalorditive proprietà di quel bastone sono innegabilmente un privilegio concesso dalla divinità a Mosè, cosa che si legherebbe perfettamente al concetto, già visto: un capo (re) godrebbe del potere di un’autorità elargitagli direttamente da Dio.

Virga o baculusverga, bastone, canna, dal nome della verga dei littori, è stato nel tempo un nome alternativo dello scettro. I lictores (littori, dal verbo lĭgāre = legare) erano funzionari, già istituiti al tempo di Romolo, che in pubblico precedevano il rex per proteggerlo. Erano equipaggiati con i fasces, fastelli di bastoni di legno legati tra loro con strisce di cuoio, mentre analoghe cinghie venivano indossate attorno alla vita e, al bisogno, usate per immobilizzare qualcuno su ordine del rex. La tradizione attribuisce all’antico rex 12 littori e Tito Livio avalla l’idea che la consuetudine fosse stata importata a Roma dall’Etruria dove “una volta eletto il re dall’insieme dei dodici popoli, ciascuno di essi forniva un littore.” (da Storia di Roma). Per queste ragioni lo scettro sembrerebbe anche figurare il “potere di colpire”. 

Antico littore romano che porta il fascio littorio.
Museo archeologico di Verona

Ciò nonostante altre tradizioni, più antiche, ci spingono invece supporre che l’antenato dello scettro sia stato il regolo (di cui abbiamo già parlato nella prima parte).

A Eber nacquero due figli: uno si chiamò Peleg, perché ai suoi tempi fu divisa la terra, e il fratello si chiamò Joktan. (Genesi 10:25)

La frase precedente sembra documentare un reale momento storico, la divisione della Terra, ovvero la ripartizione dei territori. La radice plg (= accadico palgu) al cui senso si legherebbe il passo biblico precedente attraverso il nome di Peleg, ha infatti il significato di regione divisa da canali. Dalle attestazioni sappiamo inoltre che in accadico esisteva un termine, pulukku, che indicava la divisione di un territorio per mezzo di confini. Ne possiamo dedurre che durante l’Impero mesopotamico di Akkad (dal 2350 al 2200 a.C. circa), era senz’altro in uso la consuetudine di tracciare le frontiere dei territori, come è ragionevole credere che i confini venissero in qualche modo consacrati con solenni cerimonie dal momento che la tradizione di regere fines sembra avere origini precedenti all’età dell’Impero accadico e una diffusione molto estesa nel Mondo Antico.

Nel poema sumero “La discesa di Inanna agli Inferi”, è scritto che, prima di “scendere nel mondo di Sotto”, la Dea ha impugnato il Modulo di lapislazzuli”. Per Modulo (dal latino modus → misura), si intende una sorta di listello, un regolo di fatto, nel caso specifico di Inanna realizzato con la preziosa pietra blu. L’arnese, associato alla corda, nella “Terra tra i due fiumi” veniva usato per le misurazioni delle opere edili e per i rilevamenti topografici, quindi anche per definire i confini.

Se, come si diceva in precedenza, il collegamento re/regolo è corretto, lo scettro potrebbe essere legato alla sovranità quale simbolo de’ “la misura”, o più precisamente “la giusta misura”, rappresentando l’aspetto dell’autorità “del prendere decisioni in modo misurato” dopo aver ponderato e giudicato attentamente. Eppure, altri elementi della tradizione mesopotamica ci consentono qualche dubbio.

Il Dio Shamash con in mano modulo e corda . Calco in gesso di originale in calcare . Oriental Institute Museum, University of Chicago, tramite Wikipedia

Modulo e corda (raffigurata avvolta a cerchio su sé stessa), compaiono spesso nelle raffigurazioni artistiche sottolineando un’importanza che va oltre la loro funzione materiale. Potrebbero rappresentare strumenti per misurare la vita dell’uomo, ma solo nella sua lunghezza in quanto l’idea di un giudizio divino dopo la morte per valutare i meriti conseguiti e la condotta morale tenuta in vita, non esiste nella concezione mesopotamica. In ogni qual modo, secondo l’interpretazione più popolare, sarebbero simboli di giustizia ed equità e ciò parrebbe coerente quando questi due utensili compaiono in mano a Shamash, Dio della giustizia. Tuttavia, modulo e corda vengono impugnati non solo da Inanna, ma anche da altre grandi divinità come Enki, Enlil, Marduk . Ciò farebbe supporre che invece fossero identificativi del potere divino o perfino oggetti che “trasmettono” un determinato potere agli Dei. Al momento attuale persistono molte incertezze riguardo all’interpretazione della loro funzione e del loro valore simbolico quando, nei reperti della civiltà mesopotamica, modulo e corda si notano impugnati dagli Dei.

(segue parte 6)

bibliografia essenziale nell’ultima parte

I “SEGRETI” DEL RE. Il principio di sovranità: dai valori semantici all’espressione originale della realtà percepita. Parte 4. Regalità, dono divino.

Tiziana Pompili

Il processo di modernizzazione avviato nel XVIII secolo , (vedi parte precedente) estese i suoi effetti anche all’assolutismo monarchico. Sotto l’influenza dell’Illuminismo il potere dei sovrani, ormai consolidato da secoli, non poteva più essere giustificato con ragioni di carattere religioso (cioè con presupposte leggi di origine divina) né militari (quindi come conquista del potere da parte di una dinastia). L’esercizio della sovranità doveva essere inteso come vòlto al benessere di tutti i sudditi, attraverso la figura di un re “virtuoso”, in atteggiamento di benevola superiorità, che sosteneva e proteggeva il proprio popolo. I sovrani, formalmente ispirati dalle nuove ideologie, avviarono iniziative riformatrici che sembravano seguire la filosofia illuminista fino, in apparenza, a sovvertire gli stessi principi del potere temporale. Di fatto però, nonostante il clima di “assolutismo illuminato”, i poteri dei monarchi rimasero identici a quelli dei periodi precedenti all’Illuminismo, come rimase invariato il concetto del diritto a governare acquisito per nascita, in pratica per privilegio di origine divina.

Sebbene tale atteggiamento possa essere semplicemente interpretato come un ostinato atteggiamento conservativo del proprio rango e del proprio potere assoluto da parte dei sovrani del XVIII secolo, non penso si possa escludere che l’idea dell’autorità legittimata al re direttamente da Dio fosse così tenace per ragioni più profonde del semplice prestigio personale, del mero beneficio della supremazia, della deferenza o dell’intoccabilità o di quant’altro possa privilegiare la posizione esclusiva di un monarca assoluto. Probabilmente, e spero di dimostrarlo, i veri motivi millenari erano così radicalmente intessuti nella medesima trama della struttura gerarchica sociale, che magari, mi permetto di azzardare, sfuggivano persino alle stesse dinastie dell’epoca .

Nonostante le rivoluzionarie filosofie illuministiche e il successivo evolversi dell’assetto societario nel tempo, nel senso di sovranità è sempre rimasto implicito il concetto che vede il potere terreno derivato, o delegato, direttamente da Dio o, più in generale, dalla divinità. Un re (o imperatore) a capo di un popolo, è all’apice della gerarchia sociale per concessione divina, la sua posizione di comando è l’espressione della diretta volontà di Dio, un privilegio che viene tramandato ai suoi successori di generazione in generazione. Tale affermazione può suonare oggi apparentemente anacronistica dal momento che, nella maggior parte delle monarchie europee, l’incoronazione è stata sostituita da un giuramento e da una cerimonia d’insediamento meno solenne dove la corona, simbolo per eccellenza della regalità, è spesso solamente esibita e non posta sul capo del re. Tuttavia, non è esattamente così. Prestiamo attenzione, ad esempio, alle formule di incoronazione dei reali britannici, le stesse con cui Elizabeth Alexandra Mary, primogenita dei duchi di York, il 2 giugno del 1953, fu ufficialmente incoronata regina dall’arcivescovo di Canterbury.

Oh Dio, corona della fede; benedici e santifica questo tuo servo, il re/la regina, e da questo giorno ponigli sul capo una corona d’oro, arricchisci il suo cuore di grazie abbondanti e coronalo di tutte le virtù attraverso il re eterno Gesù Cristo nostro Signore. Amen.

E ancora:

Dio ti incoroni con la corona della gloria e della giustizia, che dia la giusta fede ed il giusto lavoro, che tu possa ottenere la corona del regno indistruttibile come dono da Lui il cui regno durerà per sempre.”

Queen Elizabeth II , frammento di un video della BBC diffuso da Daily Mail Online

Dunque, la titolatura di Sua Altezza Reale è “Elisabetta II, per Grazia di Dio, Regina del Regno Unito di Gran Bretagna e Irlanda del Nord, e dei Suoi altri Reami e Territori, Capo del Commonwealth, Difensore della Fede”.  Così Elisabetta II è regina per Grazia di Dio, ovvero per un particolare “favore” accordatole dalla divinità trascendente. In altre parole, la regalità è un “dono” divino, una “benevolenza” concessa da Dio ad un particolare soggetto (e a tutta la sua discendenza genetica). Tale elargizione eleva il re non solo al massimo livello della gerarchia sociale, ma perfino ad un piano superiore rispetto a tutto ciò che è il mondo terreno, tanto è vero che, nella storia, il “sovrano ideale” ha funzioni sacerdotali oltre che doti di saggezza, temperanza, bontà, purezza di spirito etc. che gli permettono di instaurare un regno giusto. Per Eusebio di Cesarea (265 – 340 d.C.) il sovrano che governa un regno specchio di quello celeste, è l’uomo di Dio”, con il quale Dio stabilisce un patto di alleanza.

Il lemma sovrano risale al latino super → sopra, che, modellandosi nell’antico francese soverain (sec. XIII), → che sta sopra; che ha superiorità, diviene sovrano → capo; governante.

Il giurista Roberto Bin afferma (giustamente) che il termine sovranità appartiene più alla teologia che al diritto. Sovranità esprime l’immagine terrena di Dio.”  E ancora: “Tanto è antica l’idea di un vertice del potere politico, che non riconosce altra autorità sopra di sé, tanto è risalente il concetto di sovranità, se non anche la parola.” La sovranità assoluta “corrisponde alla assenza di vincoli: il monarca non risponde a nessuno, se non a Dio.”

Nella Lettera ai Romani San Paolo scriveva: Ciascuno stia sottomesso alle autorità costituite; poiché non c’è autorità se non da Dio e quelle che esistono sono stabilite da Dio.  Quindi chi si oppone all’autorità, si oppone all’ordine stabilito da Dio. E quelli che si oppongono si attireranno addosso la condanna.” (Romani 13, 1-2) “Questa è l’origine della sovranità,” – prosegue Bin – “intesa come la proiezione dell’autorità che deriva da Dio perché Dio vuole che il mondo sia ordinato.” 

Ma se ciò fosse vero, Dio a chi per primo elargì il privilegio della regalità? Su quali basi, con quali criteri venne fatta in origine la scelta?

(segue parte 5)

(bibliografia nell’ultima parte)

I “SEGRETI” DEL RE. Il principio di sovranità: dai valori semantici all’espressione originale della realtà percepita. Parte 3. Fenomeni sociali. Ipotesi e studi.

Tiziana Pompili

Abbiamo detto (vedi parte 2) che nel corso della storia sono stati distinti circa cinquemila diversi esempi di società. Suppongo venga spontaneo domandarsi: come poteva essere organizzata la primigenia forma di aggregazione degli uomini?

In base ai miei studi, credo di poter affermare che il più antico modello associativo fosse di tipo mutuale, una condizione propria dell’umanità alle sue origini quando, nella vita di gruppo, nessun elemento dominava sugli altri. Si trattava di un genere di comunità armonicamente naturale, il cui schema era ispirato da principi di comunione ed uguaglianza, improntato su una condotta inter-soggettiva intrinsecamente giusta che spontaneamente seguiva elementari regole universali.

Fondamentalmente quella “semplice società di natura”, che potremmo considerare l’autentica Società Originale, era centrata sulla più intima indole umana, sui bisogni che tale natura manifesta come pure sul modo per soddisfarli, agendo tanto per il benessere soggettivo, quanto per quello del gruppo che veniva percepito come un solo insieme, ovvero come un “essere collettivo” con una consapevolezza al di sopra della singola coscienza individuale. Siffatta forma “primitiva” di società, presuppone che tra i componenti esistessero precise norme di condotta, universalmente valide in quanto consone non solo all’identità umana, ma alla Vita stessa. Di conseguenza l’intera collettività era genuinamente regolamentata su princìpi giusti per loro stessa natura.

Tale sistema di ordine spontaneo, disciplinava il gruppo sociale con un rigore superiore a qualunque complesso di leggi giuridiche che possano essere elaborate ed emanate da un potere sovrano. Questo perché l’uomo delle origini, la cui mente era presumibilmente strutturata in modo diverso da oggi, era tanto immerso nella realtà oggettiva quanto in costante connessione con la Realtà extratemporale. Dunque, l’uomo della Società Originale, non esigeva norme imposte da fuori di sé stesso per procedere armoniosamente. In virtù delle sue stesse peculiarità, l’essere umano era in grado di autoregolamentarsi mantenendo comportamenti eticamente conformi al proprio bene, a quello della comunità e a quello dell’ambiente che lo ospitava.

Lo studio dell’uomo dal punto di vista culturale, filosofico, religioso, sociologico con particolare attenzione ai comportamenti all’interno della propria comunità, non ha un punto d’inizio esatto nella storia. Gli Egizi ad esempio si limitavano a rilevare il diverso aspetto fisico dei loro nemici e, a volte, le differenti usanze. Certo è che dopo la metà del XIV secolo, durante l’Umanesimo, con le prime osservazioni delle vestigia monumentali e il gusto di collezionare antichi oggetti, si accese anche una certa attenzione per l’organizzazione della vita nelle società delle epoche precedenti. Fu però allorquando l’archeologia divenne una vera e propria scienza che lo studio dei sistemi sociali iniziò ad essere sistematico, sebbene solo nell’età moderna ci si spinse ad interessarsi anche della preistoria. Tuttavia, i primi tentativi di ricostruzione delle antiche comunità si dimostrarono manchevoli in quanto i fenomeni sociali sono determinati da molteplici aspetti e per studiarli una sola disciplina era senz’altro inadeguata. I valori culturali condivisi, i sistemi sociali, politici ed economici, la psicologia sociale e quant’altro, sono variegate componenti che hanno modellato le differenti società nel corso della storia. Di fatto, per ottenere una certa completezza, gli studi necessitavano di una osservazione da più prospettive che inizialmente non veniva presa in considerazione.

Oggi le scienze sociali si avvalgano di una vasta gamma di discipline, ma
comunque le indagini sulle società che ci hanno preceduto non riflettono esaurientemente le realtà di quelle epoche. Qualcosa ci sfugge, soprattutto delle più remote. Questo accade, a mio avviso, non tanto per la carenza di attestazioni, quanto perché si tende a considerare l’uomo antico come una rozza versione di quello attuale, dando per scontato che l’evoluzione segua una costante progressione graduale che da uno stato rudimentale (percepito come peggiore), porta a uno stato progredito (considerato migliore). In realtà il processo evolutivo modifica l’iniziale forma elementare, in una più complessa. Ma più complessa significa solo più specializzata, non necessariamente migliore. Ergo si dovrebbe partire dal presupposto che l’uomo delle Origini fosse unicamente diverso da noi, ma non per questo incapace di raggiungere i propri obbiettivi in modi semplici, ma efficaci, modi che non sempre siamo in grado di ricostruire.

Tornando ai fenomeni sociali, il loro studio divenne una vera dottrina solo nel XVIII secolo con l’Illuminismo, benché essenzialmente le idee non superassero quasi mai i confini dell’ambito filosofico. Tuttavia, l’Illuminismo non si limitò a questo. Fu una svolta radicale, in ogni campo. Nella storia dell’occidente portò a innovazioni rivoluzionarie e a cambiamenti drastici nella società che diventava così sempre più specializzata.  Più che una corrente di idee, l’Illuminismo va inteso come un’atmosfera intellettuale, frutto di una evoluzione secolare del pensiero, che investendo qualunque ramo della cultura, si diffuse in tutti gli strati sociali e spinse la ragione umana, prepotentemente, al diritto di esprimersi. La ragione, svincolata con il rifiuto di qualsiasi religione rivelata, dogma, testo sacro o autorità religiosa, rappresentava la forza dello spirito con cui l’uomo poteva giungere alla scoperta della verità.

Nel contesto di tali idee, Dio, quale entità suprema eterna ed universale, rimaneva confinato nella sfera dell’inconoscibile in quanto la sua intelligibilità era oltre i limiti della ragione, limiti imposti dalla ragione stessa. L’esistenza di Dio era perciò rifiutata (non da tutti, ma senz’altro dalla maggioranza degli intellettuali) e gran parte degli illuministi spiegava l’insorgere delle religioni con motivazioni storiche. Per l’argomento che stiamo sviluppando ciò che ci interessa è specificatamente la visione che l’Illuminismo ebbe della società e del potere costituito.

Durante l’Illuminismo, per definire quel tipo di società primordiale di cui si accennava all’inizio, fu impiegato il concetto di “semplice società di natura”, riportato anche da Jean-Jacques Burlamaqui, filosofo e giurista svizzero ricordato soprattutto per i volumi Principes du droit naturel (1747), Principes du droit politique (1751) e Principes du droit naturel et politique (1763). Delle opere che nascono in quel periodo, ho preferito fare principalmente riferimento a quelle di Burlamaqui per la chiarezza con cui l’autore divulgò le idee di numerosi pensatori dell’età dei lumi, nonché le proprie. Non in ultimo, la sua visione dell’Originale Società Umana mi è parsa in armonia con quella che emerge dalla serie di studi multidisciplinari presentati in Pelasgi Stirpe Divina.

Principi di diritto naturale, di Jean-Jacques Burlamaqui, Ginevra, a Barrillot & Fils, 1747. Copertina.
tramite Wikipedia

A differenza di molti eruditi del suo tempo, Burlamaqui aveva una concezione ottimistica dell’uomo e, oltre a sostenere che la socializzazione è una sua caratteristica tipica, concepiva la suddettasemplice società di naturacome un’unione egualitaria completamente indipendente da tutti fuorché da Dio, in quanto Dio stesso ne sanciva i principi di libertà ed uguaglianza. Tuttavia, Burlamaqui era dell’idea che tale esemplare situazione iniziale finì per modificarsi.Non seguirono gli uomini per lungo tempo affermava- una regola così perfettache permetteva a tutti di vivere in condizioni di pari dignità. Supponeva infatti che, nel tempo,si fosse passati alla distinzione in piccoli nuclei basati su vincoli familiari, poi ad unioni più numerose, come clan, tribù o villaggi, in cui il comando finì a poco a poco per essere affidato in mano all’uomo più dotato di buonsenso, probabilmente un anziano, che divenne di fatto un capo, colui al quale veniva demandata l’autorità riconoscendogli pubblicamente il potere di presiedere ai comportamenti sociali. Delegando l’autorità, con un accordo tacito o esplicito, ogni individuo accettava volontariamente di rinunciare allo stato di naturale libertà per unirsi agli altri in un gruppo sociale, non solo con l’intento di conservare e mantenere in sicurezza la collettività stessa, ma anche nell’aspirazione ad un comune stato di felicità futura. I passi successivi portavano all’istituzione della sovranità, e alla distinzione di sovrano e di sudditi. Da questo punto di vista quindi, la società organizzata non era altro che l’evoluzione della società naturale. E quindi, nella filosofia illuminista, lo Stato, quale entità politica, era concepito come il risultato di un contratto sociale stipulato dai suoi cittadini. 

Durante l’Illuminismo, la struttura della vita comune che, prendendo il via da uno gruppo spontaneamente regolato sul diritto di natura (juris naturalis), si sviluppava in “società civile”, veniva ritenuto un processo teorico, soprattutto perché il punto di partenza, cioè la semplice società di natura, era vista dalla maggior parte degli illuministi come puramente ipotetica. Rousseau, per esempio, riteneva il presunto stato di natura iniziale “…uno stato che non esiste più, che forse non è mai esistito…”Questa precisazione è necessaria, sebbene in base ai miei studi io ritenga che l’idea sia ben più concreta di quanto si pensasse nel secolo dei Lumi.

(segue parte 4)
(bibliografia essenziale nell’ultima parte)

I “SEGRETI” DEL RE. Il principio di sovranità: dai valori semantici all’espressione originale della realtà percepita. Parte 2. L’organizzazione sociale.

Tiziana Pompili

Dopo aver analizzato l’etimologia della parole re, nella prima parte di questo articolo, cerchiamo di approfondire il concetto di società.

Per sua natura l’umanità tende ad organizzare la propria esistenza aggregandosi in comunità, più precisamente “in entità organiche sotto il profilo sociale, culturale, politico”. Una società dunque è una “collettività umana storicamente e geograficamente definita, unita da leggi e istituzioni comuni al fine di garantire gli interessi generali e la reciproca coesione”. In estrema sintesi una società non è che un gruppo di individui che si unisce e si organizza per il comune vantaggio.

Si può affermare che, in generale, lo spazio sociale è convenzionalmente impostato in base ad una serie di gerarchie che determinano veri e propri sistemi di differenziazione e di stratificazione, non sempre nettamente separati. Va ribadito comunque che non si tratta di schemi fissi in quanto la società è fortemente influenzata dalla cultura e dall’epoca in cui si sviluppa, tant’è che nel corso della storia si possono individuare circa cinquemila tipi diversi di società. Tuttavia, soprattutto se parliamo di tempi storici, la consuetudine della separazione in gerarchie è stata la più diffusa e si perpetua ancora oggi. Infatti, nelle collettività moderne, per molti, la maggiore aspirazione è ascendere di grado nella scala della società strutturata in un sistema piramidale di cerchie, i confini delle quali, man mano che si sale verso il vertice, diventano sempre più esclusivi e impenetrabili. Si pensi a chiese, eserciti, ambienti politici o aziendali, dove chi occupa una posizione superiore gestisce un potere maggiore rispetto ai propri subalterni.

In linea di massima si possono distinguere tre principali livelli di diversificazione sociale che sono la classe, il ceto e la casta. Vediamoli succintamente

La classe.

La classe rappresenta un gruppo di cittadini che nella stratificazione della comunità occupano una posizione simile. Perciò cittadini con una certa conformità dal punto di vista economico, sociale, culturale. I sistemi di classe si riscontrano in quasi tutti i tipi di società e di fatto dipendono dal modo di produrre beni materiali e non dal comportamento dei soggetti. In altre parole, a determinare le disuguaglianze tra le classi è soprattutto il controllo delle risorse materiali e dei mezzi di produzione. In particolare, nel pensiero di Karl Marx, la classe è la categoria sociale composta da un insieme di individui che hanno lo stesso posto nella produzione sociale e lo stesso rapporto con i mezzi di produzione e di lavoro utilizzati.
La parola classe ha origine dal lat. clàssis → convocazione; chiamata; reclutamento; (ma indica anche ordine; schiera o flotta di navi).  A sua volta viene dal verbo greco kalēó chiamare; convocare. Secondo Tito Livio, durante l’occupazione etrusca di Roma, Servio Tullio (578 a.C. – 539 a.C.) fu l’autore della più importante riforma dell’esercito: furono istituite sei Classi, ognuna raggruppava i cittadini in base all’analoga quantità di beni e di ricchezze posseduti. Le Classi erano chiamate a dare proporzionalmente il loro contributo all’esercito iniziando da quella che aveva una migliore condizione economica. Il significato moderno della parola classe, invece, apparve per la prima volta con gli economisti del Settecento ed era desunto dal linguaggio delle scienze naturali in cui, già nella seconda metà del 1600, il termine veniva impiegato nei primi tentativi metodici di classificazione.

Il ceto.

Per ceto si intende una fascia di popolazione distinta per connotazione sociale, cioè quella categoria di soggetti accomunati nono solo da requisiti economici pari o simili, ma anche dalle stesse caratteristiche culturali, da interessi finanziari e attività dello stesso tipo, da comportamenti e da modi di pensare comuni. La distinzione della società in ceti ha caratterizzato la storia dell’Europa in epoca recente, dal periodo feudale all’età moderna. Secondo il sociologo tedesco Max Weber (1864–1920) il ceto indica il rango dell’individuo in base allo strato sociale al quale egli appartiene, quindi è soprattutto lo “stile di vita” che unisce tutti gli appartenenti al medesimo ceto, del quale godono gli onori, il prestigio e i particolari privilegi.
Il termine ceto viene dal lat. coetus → adunanza di persone, derivato di coire → andare insieme; riunirsi. È riconducibile (forse) al greco keío → fendo; spacco, o kòitos → strato.

La casta.

Infine, per casta si intende un gruppo sociale chiuso, spesso all’interno di uno stesso gruppo etnico, caratterizzato da una severa gerarchia, da regole di comportamento rigide (ad es. l’endogamia) e da ruoli prestabiliti. Gli appartenenti ad una casta si considerano, per discendenza o per condizione sociale, separati dalla collettività o da altre classi della stessa. Il modello principale della società suddivisa in caste è rappresentato dal sistema induista, derivato da differenze intellettuali o spirituali, dove l’appartenenza al rango è assolutamente rigorosa e la mescolanza illecita. “Il sistema [induista] delle caste si basa sulla natura delle cose, vale a dire su certe proprietà naturali del genere umano ed è una applicazione tradizionale di queste …” (Frithjof Schuon, filosofo e mistico svizzero 1907–1998). Nel 1921, sulla rivista settimanale Young India, Mahatma Gandhi rimarcava che “il sistema delle caste è[…] inerente alla natura umana e l’Induismo ne ha semplicemente fatto una scienza.”
L’etimologia del termine casta è incerta. Secondo alcuni va collegata al latino castus → puro, da intendersi (forse) per non mescolato con altro, ma non è improbabile un rimando al sanscrito kâstâ → limite; circoscrizione, anche se il nesso linguisticamente non è del tutto chiaro (Pianigiani). Tuttavia, più spesso casta è collegato allo spagnolo (XV secolo) dove sta per razza; stirpe, che rivela il valore della parola nel suo senso genetico. Il filologo spagnolo Joan Coromines suggerisce un etimo gotico *kasts, affine ai norreni kǫstr → mucchio; pila, e kasta → buttare; gettare; lanciare; scagliare, legati al protogermanico *kastuz probabilmente derivati dalla stessa radice protoindoeuropea *ger-, da cui il latino grex → gregge, il greco antico ἀγείρω (agéiro), raccogliere; radunare, o il medio irlandese graig branco (di cavalli). In verità, però, non mi sento di escludere un legame con l’antica radice indoeuropea kṣa → riunire [ṣa] intorno a sé [k]; muovere intorno [k] collegandosi a [ṣ], da cui poi, per estensione, → possedere; governare; abitare, (Rendich). Infatti, secondo me, per senso, kṣa richiama intuitivamente l’idea di una “cerchia”, nonché un gruppo di persone accomunate da relazioni reciproche dovute ad una medesima natura quale è, appunto, una casta.

Questi, sommariamente, sono i principali livelli di diversificazione sociale. Ma sebbene sappiamo che l’uomo per sua natura tende ad organizzarsi in comunità e a cooperare per il bene comune, credo sia opportuno chiedersi: come si arriva alla subordinazione degli strati sociali ad una autorità sovrana? Quali ragioni hanno indotto gli uomini a rinunciare alla loro libertà innata preferendo lo stato civile? Qual è la prima origine dei governi? Auguste Comte, Thomas Hobbes, John Locke, Jean-Jacques Rousseau, Denis Diderot, Adam Ferguson, Immanuel Kant ed altri grandi, anche contemporanei, si sono espressi su questi temi, molto spesso senza unanimità di vedute ed in vivace polemica tra loro. L’argomento è complesso, comprende aspetti storici, filosofici, sociologici, antropologici. Districarsi nel mare delle documentazioni pertinenti riassumendone i punti focali e miscelandoli alle mie opinioni personali, non è poca cosa. Prossimamente cercherò di affrontare questi temi impegnandomi per la maggiore chiarezza e sintesi possibile.

(segue parte 3)

(bibliografia essenziale nell’ultima parte)