“Sciamani” Biblici

Il badge di Paolo Navone

Ecco due parole contrastanti se vengono menzionate insieme.

Quando si pensa ad uno Sciamano subito vengono in mente immagini degli “uomini medicina” degli Indiani d’America, ma il termine non è così legato a pratiche divinatorie di origine Pellerossa.

In effetti esso ha una etimologia diversa. E’ un adattamento di una parola della cultura Tungusa (un popolo siberiano) che però sembra derivare da Sanscrito śramana o dal Cinese sha men.

Comunque, a prescindere dalla sua natura, il suo significato principale è quello di identificare un individuo in grado di “unire” il mondo umano con quello divino.

Questa figura, presenza comune in varie culture che abbiano una forte connotazione spirituale, possiede sorprendenti capacità quali ad esempio quella di saper “viaggiare” in modi vari, soprattutto estatici, ma senza però muoversi da posto in cui risiede.

SEI UNO SCIAMANO SE…

Ecco quindi che le principali caratteristiche dello sciamano e dello sciamanesimo si possono riassumere in quattro punti fondamentali:

“Viaggiare” [nel mondo soprannaturale] senza muoversi dal posto;

Avere la possibilità di essere “posseduto” da spititi o divinità;

Poter colloquiare direttamente con spiriti o divinità;

Avere “visioni”, ovvero entrare in stato estatico.

Difficilmente uno sciamano è in grado di soddisfare tutte queste caratteristiche in modo “naturale”.

Spesso queste capacità vengono enfatizzate o addirittura provocate con pratiche e sostanze che pongono l’individuo in stato di “trance”.

E’ importante dire che questi metodi “evocativi” sono da sempre additati come perversì dalla Chiesa, anche perchè comuni a popoli considerati religiosamente di natura “diabolica”.

UNA COSA CHE NON TI ASPETTI…

Leggiamo ora i seguenti brani.

Stese come una mano e mi afferrò per una ciocca di capelli: uno spirito mi sollevò fra terra e cielo e in visioni divine mi portò a Gerusalemme.

In esso il protagonista sembra entrare in uno stato estatico (volare tra cielo e terra) e inizia a “viaggiare” (verso Gerusalemme).

A queste parole, uno spirito entrò in me, mi fece alzare in piedi e io ascoltai colui che mi parlava.

Classica esperienza di “possessione”.

Mi disse: «Figlio dell’uomo, àlzati, ti voglio parlare».

Colloquio con spiriti o divinità.

Nell’anno trentesimo, nel quarto mese, il cinque del mese, mentre mi trovavo fra i deportati sulle rive del fiume Chebar, i cieli si aprirono ed ebbi visioni divine.

Raggiungimento di uno stato estatico e presenza di “visioni”.

Non vi sembra che le sudette descrizioni siano cronache di attività sciamaniche?

Non ho messo le tracce di “riconoscimento” di questi brani, ma sono tutti rintracciabili in uno dei 48 libri componenti l’Antico Testamento: il Libro di Ezechiele, ma non solo, anche in altri brani della Bibbia si trovano descrizioni simili.

A questo punto, per la proprietà transitiva, si può assumere che i personaggi descritti nel Libro Sacro e che hanno queste caratteristiche si possano identificare come Sciamani…

In effetti data anche la ricchezza di immagini e di descrizioni presenti nel testo, se ci si affida ad una traduzione classica, non possono essere spiegate se non con viaggi trascendentali, visioni e “possessioni” tutte attività che può fare solo uno sciamano.

A questo punto, prendendo in considerazione il numero così alto degli individui che nella Bibbia sembrano avere esperienze del genere, una domanda sorge spontanea: quanti di loro erano in grado di soddisfare queste caratteristiche senza bisogno di sostanze o attività “psicotrope” ?

BIBBIA E DROGHE

Anche se la Bibbia non parla esplicitamente di droghe, è possibile che queste fossero comunque utilizzate all’epoca; è noto, per esempio, che venissero impiegate normalmente da antichi filosofi, poiché quando assunte portavano all’ebbrezza procurando pensieri elevati.

Di fatto il Vecchio Testamento è ricco di riferimenti al vino e l’abitudine di bere in eccesso è citata più volte (ad esempio Proverbi 20,1 e 23, 29-32); persino Noè pare non essere stato da meno (Genesi 9, 20-27).

Che fosse uno dei metodi per avere le famose “visioni” o sarebbe meglio dire allucinazioni?

Tornando per un attimo ad Ezechiele, pensando al fatto che egli era di stirpe sacerdotale, quindi personaggio colto per l’epoca e molto vicino alle  conoscenze filosofiche dei letterati, con molta probabilità non doveva avere grosse difficoltà ad identificare correttamente sostanze o piante che avrebbero potuto facilitare la sua missione di predicatore e profetico “visionario”.

Ma in questo caso ci si scontra con il pensiero della Chiesa circa le attività sciamaniche e “demoniache” classiche.

Solo questo fatto basterebbe per additare come racconti apocrifi tutte le cronache associate ai Profeti Maggiori i quali, secondo l’epopea biblica, in possesso di messaggi ricevuti secondo caratteristiche apertamente sciamaniche.

TRACCE STORICHE

Prima di terminare il mio articolo, poichè qualcuno potrebbe dire che le sostanze “psicotrope” sono una scoperta recente e che all’epoca erano sconosciute, ecco cosa scrive in un suo articolo (http://www.tuttostoria.net/storia-antica.aspx?code=920) lo storico Simone Barcelli :

“Anche la canapa indiana rientrava nei consumi degli indiani [non i pellerossa per capirci]: la chiamavano “fonte di gioia” o “suscitatrice di risa”….

… produceva stati di estasi e di benessere spirituale. È una pianta della famiglia delle Urticacee, originaria dell’Himalaya settentrionale, la cui coltura si è poi estesa alla Cina e alla Persia per giungere infine in Africa, America meridionale ed Europa. Dalle specie tropicali si estrae la droga nelle sue varie concentrazioni, come ad esempio le più comuni marijuana e hashish.

Per la testimonianza pervenutaci dallo storico Erodoto (IV libro delle “Storie”, il Melpomene), sappiano che questa droga era in uso anche presso gli Sciti, che la impiegavano nelle cerimonie di purificazione dopo la sepoltura dei defunti.

L’oppio è invece una droga che deriva dal processo di coagulazione del lattice del Papaver somniferum; dal procedimento sono estratti degli alcaloidi come la morfina, la codeina, la papaverina, la narcotica e l’eroina.

La sostanza è nota fin dall’antichità e lo dimostrano i rinvenimenti archeologici in alcune delle grotte abitate dagli uomini di Cro-magnon, ove sono stati trovati i resti della parte superiore del fiore.

Settemila anni fa furono i Sumeri ad adoperare gli estratti della pianta, tanto da far pensare che, assieme ai Caldei, potessero già avere una buona conoscenza anche di altri arbusti a effetto tossico o narcotico.

Anche gli Egizi avevano cognizione dell’uso di numerose piante, tra cui la mandragola, il giusquiamo e appunto l’oppio, con cui preparavano pozioni, unguenti e medicine. “

Ecco quindi con quale facilità possiamo dedurre che, se tali sostanze erano già conosciute nella società antica e con molta probabilità erano utilizzate nelle arti divinatorie, avrebbero certo potuto favorire la “connessione con il divino” secondo le esperienze descritte nella Bibbia.

Dendera: i segreti del Tempio di Hator

Monica Benedetti

Il Tempio dedicato alla dea Hathor è da sempre uno dei poli di attrazione per coloro i quali visitano le meravigliose vestigia dell’Egitto Antico.

 

 Temple of Dendera

 

Immerso nel deserto a ridosso delle rive del “Sacro Fiume” Dendera rappresenta uno dei misteri più complessi dell’antichità. Il Tempio è, strutturalmente, tra quelli meglio conservati di tutto l’Egitto ed è ubicato nell’antica città di Inuet, capitale del 6° nomoi dell’Alto Egitto. La datazione dell’edificio è particolarmente controversa, soprattutto per quanto riguarda la costruzione di fattura più antica. Difatti mentre la parte superiore sembra riferirsi all’epoca Tolemaica, le cripte dimostrano un utilizzo riconducibile quantomeno all’Antico Regno. Anche in questo caso, però, i dubbi sono notevoli, data la particolarità delle dodici camere che si trovano nella parte inferiore e dei bassorilievi che ospitano. Le peculiarità dei contenuti delle scene in essi descritte, sono semplicemente straordinarie e al tempo stesso estremamente misteriose. Peraltro, la fattura dei bassorilievi è talmente minuziosa ed ermetica che sembra affrettato ricondurli al periodo storico in questione.

E non mi riferisco solo alle ormai famose “Lampade di Dendera”, bensì a tutti i particolari rappresentati nei bassorilievi presenti nelle cripte, che sono la sintesi del Sapere lasciato in eredità dagli antichi uomini-dei. Naturalmente, l’accesso alle cripte è stato consentito solo ai più intimi acquiescenti del rais dell’archeologia egizia… Perché le cripte sono “dichiarate” Aree Sensibili e quindi chiuse ai turisti ed agli stessi ricercatori? Ufficialmente, sono off-limits poiché non ci sono le giuste condizioni di sicurezza. Gli accessi non sono agevoli, gli ambienti sono molto stretti e, quindi, non è possibile aprire il monumento ai numerosi “ospiti” che ne fanno richiesta. Peraltro, i bassorilievi che sono stati realizzati nella parte inferiore del Tempio di Hathor, sono particolarmente delicati e meritano la massima tutela.

Nonostante tali premesse ritengo che, le pur condivisibili prudenze proposte dagli ambienti ufficiali, siano di fatto una copertura. C’è un altro motivo intrinseco che ha spinto le gerarchie archeologiche egizie a chiudere le cripte di Dendera:

l’imbarazzo di dover dimostrare al mondo che le raffigurazioni potrebbero essere il retaggio di una perduta scienza, in attesa di essere compresa e rivelata.

Nelle cripte, infatti, ci sono – e non solo – alcune immagini legate al culto della dèa Hathor, che hanno attirato la mia attenzione. In particolare, alcune raffigurazioni come quelle che riproducono dei serpenti in verticale, che fuoriescono da un recipiente; sfere con particolari simbologie al proprio interno che ricordano le moderne rappresentazioni della resistenza elettrica; descrizioni di sistemi meccanici che sembrano favorire alcuni specifici processi chimici; le già note lampade di Dendera assimilabili ad oggetti destinati alla riproduzione di luce, nonché le stesse figure di alcuni sacerdoti e del faraone, che sono riproposti in abiti particolari, per nulla equiparabili allo stile egizio.

Ho avuto la netta impressione che a Dendera possano essere custoditi i “Progetti di Giza”. In ragione di ciò, ho cominciato ad osservare i bassorilievi sotto una luce completamente nuova, supponendo la possibilità che Dendera fosse solo un archivio fotografico di ciò che fu in altre epoche. Ad esempio: in una delle raffigurazioni meno note ma sicuramente tra le più interessanti, si notano alcuni oggetti in possesso della dèa Hathor. Essi sono molto semplici ed inseriti in una danza… religiosa.

Ora, se da un punto di vista estetico, gli oggetti in questione assumono una rilevanza strettamente marginale al rito rappresentato, da un punto di vista squisitamente esoterico, essi hanno una valenza molto rilevante. Il sistro infatti, viene rappresentato nel bassorilievo in due forme diverse: la prima tipicamente di stampo egizio, mentre la seconda, richiama alla mente lo strumento così come riprodotto nell’antica terra di Shum. Inoltre gli strumenti sono rispettivamente disposti nella mano sinistra e nella destra della dèa ed entrambi erano oggetti a vibrazione!

La disposizione non è casuale, poiché a ciascuna mano viene attribuita una specifica funzione. La mano sinistra infatti, nei trattamenti energetici, ha funzione di “assorbire” energia; viceversa, la destra ha la funzione di “rilasciare” energia. Il fatto stesso che l’uno sopravanza l’altro, è chiaro esempio di movimento, di azione, di moto ed il compimento dell’azione può essere letto come atto di adempimento, di trasferimento e assorbimento di Energia.

Nell’immagine che segue, il puro concetto di Energia, si estrinseca in tutta la sua maestosità…

Prima di entrare nel merito della descrizione dell’opera, vorrei farvi notare che gli Egittologi hanno attribuito al “macchinario” alle spalle della dèa Hathor, un significato semplicemente ornamentale, escludendo a prescindere qualsiasi possibilità alternativa. Da una lettura un pò più accorta di quanto volutamente raffigurato, ci si accorge che ci troviamo in presenza di qualcosa che va oltre le conoscenze del periodo dinastico. In nessun caso, infatti, gli egizi avrebbero potuto concepire un “macchinario” così complesso, senza avere un minimo di cognizione dei principi di base della chimica e della fisica. Allora perché tanto mistero? Perché giungere a conclusioni affrettate che generano soltanto confusione tra gli appassionati e discredito sugli autorevoli proponenti di stampo accademico?

Il bassorilievo in questione presenta alcuni elementi che sembrano degni di nota. Innanzitutto nel lato sinistro è visibile una sorta di “contenitore”, originariamente dipinto in blu, dal quale partono dei fili. Il colore non è stato scelto a caso ma appare come una chiara indicazione del suo contenuto: acqua! Il “vaso” è poggiato su una sfera che era stata dipinta dagli artisti egizi, con un colore ramato. Lo stesso colore si nota negli elementi interni a quelle che sembrano “batterie”, ovvero gli oggetti quadrati che poggiano sulle colonnine raffiguranti il volto della dèa dove terminano i fili che fuoriescono dal vaso contenente acqua. Le colonnine – le stesse che sono associate al sistro nella mano destra della dèa – sembrano assurgere a funzione specifica di elettrodi, poiché solo due di esse – quelle a destra del bassorilievo – poggiano su un recipiente di colore ramato contenente una sfera, all’interno della quale è raffigurato un particolare, che ci porta alla mente una scarica elettrica.

Un’ultima evidenza, nello studio dei segreti di Dendera, è collegata alla rappresentazione del serpente che si innalza da un altro recipiente. Sappiamo tutti, profani e non, che il serpente è associato alla Conoscenza e all’Energia Vitale. Il recipiente ha il solito colore ramato e su di esso è sistemato un fiore di loto. (anche se in questa immagine in BN non si vede)

Nella concezione filosofica orientale il “Loto dai mille petali” è associato all’ultima delle ruote energetiche (chakras) che compongono il veicolo umano: il chakra della Corona, la porta da cui entra ed esce in mutuo scambio con l’”esterno”, l’Energia ad alta frequenza. Lo stesso fiore si trova posizionato, in alcuni bassorilievi, alle estremità delle famose Lampade e il suo gambo è direttamente congiunto allo Zed. Quindi, anche in questo caso, il fiore aveva la funzione di trasferire energia, di inviare l’impulso finale che “genera” il serpente.

Il bassorilievo così considerato nella sua completezza, indica chiaramente che gli Egizi Dinastici erano a conoscenza di antiche nozioni scientifiche che riprodussero metaforicamente, probabilmente solo perchè retaggio di ricordi atavici. Gli Egizi sapevano che il contenitore dal quale uscivano i fili doveva contenere acqua e che all’interno delle cosiddette batterie c’era qualcosa che doveva avere il colore del Rame. Così come nelle Lampade di Dendera, delle quali ormai si conosce il significato: lo Zed, collegato tramite un filo, al fiore di Loto, è un chiaro indizio di quale potesse essere una delle sue funzioni: trasmettere Energia modulata e “stabilizzata” verso il fiore di Loto, per poter dare “la vita” al Serpente, all’interno della lampada.

Inoltrandomi, curiosa come una faina, nella lettura dei segreti di Dendera, la convinzione che in quei bassorilievi ci sia la sintesi della tecnologia utilizzata a Giza si è fatta sempre più prepotente. Purtroppo in questi ultimi trent’anni, abbiamo assistito, inconsci e impotenti, all’enorme sforzo dei “killer della Storia” che hanno studiato di tutto per insabbiare le prove sull’esistenza di una Scienza evolutasi nell’Antichità!

Le certezze sull’inattendibilità delle teorie ufficiali riguardanti le cripte in esame, sono maturate quando Peter Ehlebracht, ricercatore di origine tedesche, si interessò al sito archeologico di Dendera. Il suo libro, “Haltet die Pyramiden Fest“, narra dei numerosi saccheggi avvenuti nel Tempio e di sciagurati accanimenti di ignoti su alcuni bassorilievi, le cui tracce sono ancora oggi ben evidenti. I fatti risalgono al 1973 e lo stesso narratore è stato invitato – col consueto garbo – a tacere!

I manufatti asportati sono ancora custoditi, stando alle cronache del ricercatore tedesco nei polverosi sotterranei del Louvre. Da allora non si è saputo più nulla. Il silenzio imposto da non si sa chi, ha arrecato l’ultimo colpo ferale alla ricostruzione storica dell’Antico Egitto e alla possibile scoperta di nuovi elementi scientifici, che potessero supportare le ricerche indipendenti. Coloro i quali hanno “lavorato” per sopprimere la verità però, non hanno fatto i conti con la volontà inconsapevole dell’uomo di cercarla, quella verità sul suo passato remoto e sarà quel sentimento che confondiamo con la diffusa insoddisfazione interiore ad aprire un varco di certezze. Dopo, starà ad ognuno di noi la volontà di guardarla o meno in faccia… Come diceva Eraclito:

“Non troverai mai la verità se non sei disposto ad accettare anche ciò che non ti aspettavi”

Il Priorato di Sion, i merovingi e la protezione e trasmissione del Santo Graal

Il Priorato di Sion, dal momento della sua fondazione, ha sempre protetto, tutelato e coadiuvato i discendenti della stirpe merovingia e la loro missione spirituale, intrecciata a quella dell’Ordine nel tramandare una tradizione millenaria ai meritevoli ed ai capaci di divenirne gli eredi.

L’impronta dottrinale del Priorato di Sion, considerata da alcuni cristiani, eterodossa, è un cristianesimo puro e primitivo che non soffre di contaminazioni. Noi crediamo che l’elevazione di Gesù allo stato divino sia stata compiuta da un lavoro interiore e che questo livello di evoluzione sia accessibile a chiunque si dedichi ad un cammino di introspezione genuino ed efficace in relazione alla propria condizione.

L’eredità del Santo Graal, che Gesù Cristo ha avuto il compito di rivelare, é stato di fatto anche un “segreto” racchiuso e trasmesso dal DNA ereditario ai discendenti di Gesù stesso e Maria Maddalena, sotto forma di informazione, come ogni altra abilità o forma di conoscenza ereditata dai discendenti di chiunque. La chiave del mistero del Graal accessibile agli iniziati, é racchiusa in un sistema allegorico, simbolico e complesso che viene definito appunto “Santo Graal”.

La ricerca del Santo Graal, pone il cercatore ad osservare se tesso attraverso un punto di vista iniziatico, esoterico e spirituale, in un contesto prevalentemente simbolico.

Sotto un punto di vista storico invece, parleremo del Graal inteso come possibile ed effettiva discendenza di Gesù Cristo e di Maria Maddalena, ricorreremo quindi, in un contesto tecnico, alle fonti strettamente storiche tuttora consultabili ed essendo storico il valore di questa ricerca, per correttezza scarteremo tutti quelli elementi non certi e quindi non dimostrabili.

Attraverso la ricerca qui esposta, si riuscirà, fornendo fonti riscontrabili, ovvero quelle citate nell’esposizione ed elencate nella realizzazione video allegata, a dimostrare come nei fatti storici la stirpe merovingia sia arrivata ai giorni nostri e come questa sia stata, effettivamente osteggiata e combattuta dalla Chiesa Cattolica Romana, specie quelle volte, nel corso della storia, quando i discendenti di Clodoveo hanno raggiunto l’apice del potere nel contesto geopolitico.

Quello che verrà illustrato in questa occasione sarà quindi una realtà storica, la quale è la stessa ad essere stata romanzata in epoca recente, ed in certe di quelle occasioni, esasperata, ma partendo sempre da alcune verità storiche poco conosciute ma al tempo stesso incontestabili.

Restando alle testimonianze strettamente storiche quindi, già dal XII secolo abbiamo le prime fonti antiche che identificano il Santo Graal con il Sangue Reale di Gesù; queste fonti, che adesso esamineremo, affermano che a quell’epoca fossero ancora in vita discendenti di quella stirpe. Questo quindi dimostra che già nel XII secolo si parlasse di un lignaggio messianico.

Per primo ci occuperemo del Parzival, celebre opera letteraria di Wolfram Von Eschenbach, la quale è nota per essere una storia mitologica, in realtà, oltre ad avere anche la funzione di trasmettere importanti elementi esoterici di conoscenza per l’ottenimento del Graal, rappresenterebbe, attraverso questi miti in chiave celata, delle verità e dei segreti fondamentali, sia di ordine storico che spirituale. In tempi recenti, diversi storici ed esperti, sono di fatto riusciti a mettere in luce delle analogie certe e assolutamente stupefacenti tra i personaggi del Parzival con personaggi e luoghi reali che vivevano nelle regioni della Linguadoca, di Tolosa e della Provenza, certificando molte nozioni che erano già accessibili e dimostrabili, ma ancora prive di una adeguata diffusione.

Attraverso questo filone di indagine storica, è possibile determinare che i protagonsisti della storia rappresentata nel Parzival, sono Merovingi.

Specie nelle ultime due decadi, la maggior parte della letteratura storica ufficiale, dava per estinta la dinastia merovingia nel 751, ma esistono diversi reperti storici che dimostrano il contrario al di la di ogni dubbio, ed il primo di questi reperti è risalente al 754 e consiste in un atto di giuramento di fedeltà vassallatica tramite il quale un potente nobile di stirpe merovingia era stato nominato Conte di una regione riconquistata ai musulmani.

Continuando l’indagine ci si imbatte in un’altra fonte antica del 1118 che indica un Conte il quale apparteneva al lignaggio merovingio e i cui avi avevano avuto grandi possedimenti in Borgogna e sempre attraverso fonti storiche tuttora accessibili, si può determinare che anche Bernardo II, conte di Tolosa, fosse un discendente della stirpe Merovingia.

I documenti presenti invece nell’Abbazia di Saint Guilhem dichiarano Guglielmo d’Aquitania, conosciuto anche come Guglielmo di Gellone o Guglielmo d’Orange nelle chansons de geste , quale erede dei duchi di Borgogna e di discendenza merovingia, attraverso gli antenati del padre Teodorico,
e nell’Archivio storico dell’Università dell’Alvernia a Clermont-Ferrand, si trovano documenti, atti e diplomi che confermano le origini franche di Teodorico, nonchè il fatto che egli fosse di stirpe regale, a differenza della maggior parte dei Conti di quell’epoca. Informazioni aderenti a quelli descritte, sono state ritrovate anche negli annali di Lorsch. È essenziale tenere presente che nel periodo in cui sono stati prodotti questi documenti, la stirpe merovingia era l’unica a poter essere considerata regale.

In coerenza a tutto questo, il biografo Thegan, nel suo Gesta Hludovici Imperatoris (813) , si riferisce a Bernardo di Settimania, che era il figlio di Guglielmo d’Aquitania anche come a un Conte di «stirpe regali».

I Conti di Tolosa erano quindi merovingi e nella Dinastia di Tolosa, il Conte Raimondo V, era molto legato ai Catari, per questo venne perseguitato dalla Chiesa Cattolica di Roma, che vedeva in questi ultimi una grave minaccia alla loro egemonia politico-religiosa.

In questo atto storico risalente al 754, Sigeberto, definito all’interno del documento come “discendente del Re Meroveo”, viene nominato conte di Rouergue, dopo il giuramento di fedeltà vassallatica nei confronti del Re franco Pipino III il Breve. L’atto precisa con testuali parole “….il conte Sigeberto di lignaggio merovingio.”

Le dinastie dei Guglielmidi e di Tolosa erano quindi imparentate ed entrambe di origine merovingia.

Dalle case di Tolosa e di Trencavel, a seguito del matrimonio di Ruggero Tagliaferro con Adelaide di Burlats, nasce Raimondo-Ruggero Trencavel, anch’esso perseguitato dalla Chiesa di Roma per via della sua indifferenza verso quest’ultima e per aver permesso la libera convivenza tra i cristiani e gli eretici nelle sue terre.

Raimondo Ruggero Trencavel, morirà a seguito della Crociata contro gli Albigesi, in occasione della quale venne catturato e segregato nelle prigioni del suo stesso castello, dove si dice sia morto per avvelenamento.

Si ritiene che il Parzival di Wolfram Von Eschenbach, l’Opera per eccellenza sul Graal, fosse ispirata proprio alla persona ed alle gesta di Raimondo-Ruggero Trencavel.

Alcuni storici hanno potuto delineare una evidente connessione tra l’eroe Parzival, il Re Pescatore ed altri personaggi ed elementi, con personaggi, cose e luoghi nei quali viveva Raimondo-Ruggero Trencavel.

Il Castello del Graal sarebbe quello di Foix, Gahmuret, il padre di Parzival, sarebbe stato Ruggero II Trencavel, la madre di Raimondo Ruggero sarebbe stata Adelaide di Tolosa, il Re Castis sarebbe Alfonso II il Casto e Repanse de Schoye – la portatrice del Graal – sarebbe stata la famosa paladina dei Catari Esclarmonda di Foix.

Anche i nomi dei due personaggi hanno una radice etimologica identica, in quanto Trencavel significa, tradotto, “colui che taglia bene”, mentre Parzival significa “colui che taglia a mezzo o a metà”.

Gahmuret l’Angioino, padre di Parzival, il quale sarebbe stato nella realtà Ruggero II Trencavel, che nel romanzo era raccontato fosse originario del Ducato di Angiò a nord della Francia, in realtà sarebbe stato di Anjou, un località omonima a quella citata nel Parzival, ma non la stessa, in quanto la prima sta a nord della Francia, vicina a Nîmes e vicino a Lione. Il territorio in epoca merovingia apparteneva ai duchi di Borgogna e alla dinastia guglielmide.

Proseguendo nell’analisi delle analogie storico-letterarie, la città medievale di Carcassonne si adatta con stupefacente precisione alla città immaginaria di Graharz, descritta nel Parzival di Wolfram Von Eschenbach, essendo l’unica città medievale in europa a presentare simili caratteristiche, oltre a ciò, il Castello dei Trencavel è incastonato nelle mura esterne e come se non bastasse, qualsiasi studioso di architettura medievale sa che un castello di quell’epoca ha in genere poche torri. Giusto le fortezze dei nobili più potenti contavano al massimo 4 o 5 torri, comunque mai più di 6. Carcassonne, possiede un totale di 56 torri. Il che giustificherebbe perchè all’interno del racconto, Parzival descriveva la vista delle torri di Graharz come “torri a non finire”.

Un’altra parte cruciale del Parzival è l’assedio al Castello di Pelrapeire e l’incontro con la sua futura sposa Condwiramurs, Regina di Brobarz e sovrana di impareggiabile bellezza.

Leggendo il Parzival, ci si accorge che la descrizione del castello di Pelrapeire coincide in maniera impressionante con quello di Beaucaire che era effettivamente la dimora di villeggiatura dei Conti di Tolosa e dei loro Vassalli, i signori di Montpellier e la somiglianza è lampante specie per la strabiliante coincidenza di analogie, quali l’ubicazione, la struttura, i dintorni, nonché per essere, esattamente come nel racconto, in riva ad un grande fiume; il castello di Beaucaire è l’unico castello della Francia a presentare tutte queste caratteristiche insieme e ad essere ubicato sul Rodano, uno dei fiumi più grandi d’Europa ed il principale in Francia. La coerenza delle similitudini si estende anche alla moglie di Raimondo-Ruggero Trencavel che era appunto Agnese di Montpellier.

Il Castello del Graal, è simboleggiato invece dal Castello di Foix, in quanto anch’esso, corrisponde perfettamente alla descrizione nel racconto, trovandosi in prossimità di un lago, essendo munito di un ponte levatoio che passa sopra un fiume, in questo caso l’Ariège, e trovandosi in una rupe, rendendolo inespugnabile esattamente nei modi descritti nel racconto del Parzival.

Il Re Pescatore sarebbe stato invece Raimondo VI di Tolosa, il quale nel racconto era zio da parte di madre di Parzival, esattamente come Raimondo VI di Tolosa lo era di Raimondo Ruggero Trencavel, in questo caso l’analogia più evidente tra i due personaggi, oltre al grado di parentela, è il carattere singolarmente eccessivo e libertino che ha contraddistinto tutta la vita del Re Raimondo VI di Tolosa ed i suoi diritti feudali sul castello di Foix.

Un altro elemento chiave essenziale a delineare un quadro d’insieme è che nella storia, abbiamo i maggiordomi di palazzo che, alleandosi con la Chiesa di Roma, spodestarono i Merovingi. Il Papa incoronò i Pipinidi e addirittura proibì, pena la scomunica, di eleggere Re da un altro lignaggio, dichiarandoli l’unica Dinastia Reale di Francia.

Questa acrimonia così evidente e ripetuta contro la Dinastia merovingia attraverso le generazioni, credo possa suscitare in chiunque, almeno più di un ragionevole interrogativo, tra i quali, il chiedersi quali possano essere stati i fattori che avrebbero potuto disturbare gli interessi della Chiesa Cattolica Romana. Se in questa indagine in particolare, noi partiamo dalle originali leggende medievali della tradizione francese, dopo la morte di Gesù Cristo, Maria Maddalena ed i suoi fratelli Lazzaro e Marta si stabilirono nella regione mediterranea della Provenza, in una delle numerose comunità ebraiche distribuite nella Gallia meridionale e dalla progenie di Maria Maddalena, ospitata in una di queste comunità ebraiche, sarebbero discesi i Merovingi, i quali, nel caso questo collegamento genealogico fosse reale, sarebbero a buon diritto gli eredi naturali di Gesù.

Quello che è certo è che dalla Dinastia di Tolosa esistono tuttora dei lignaggi merovingi che sono sopravvissuti fino ad oggi.

In questa occasione non li menzioneremo tutti, piuttosto ci limiteremo a quelli su cui ci sia una relazione con gli elementi storici esposti di sopra.

Per primo vorremmo menzionare i Gévaudan, discendenti dai Conti di Autun e di Tolosa. Il Priorato di Sion, nel 2016 ha firmato con il Principe Rubén Alberto Gavaldá, discendente proprio dai Gévaudan, un trattato di alleanza e reciproco riconoscimento, proprio per onorare e celebrare il legame tra l’Ordine e la Dinastia merovingia.

La Casa Reale di David-Toulouse Gévaudan è stata menzionata anche nell “Almanac of Würzburg 2014”.

Basandoci sul materiale storico che abbiamo illustrato, possiamo menzionare anche le Dinastie di Tolosa e Lautrec, altre due grandi stirpi.

Dal matrimonio di Baldovino di Tolosa e Alice di Lautrec nascerà la prestigiosa dinastia dei Toulouse-Lautrec che dal 1196 si perpetua ai giorni nostri e da questa avranno origine anche altri rami , ovvero le dinastie dei Signori di Puechmignon, Montrosier e Lavaur , che si estinsero nel 1788 e, a loro volta, i signori de la Treille che dal 1530 si perpetuano ai giorni nostri, nonché i signori di Saint Germier e Caylar che dal 1360 arrivano anch’essi ai giorni nostri.

Il Gran Maestro del Priorato di Sion, Marco Rigamonti e S.A.R.S. Esteve IV ° Ruben Alberto I ° de Gavaldà, Principe di discendenza merovingia, durante un incontro informale.

 

 

L’esoterismo di Edgar Allan Poe

Giuseppe Badalucco - Atlante Segreto - Edicolaweb

Esoterismo e cosmologia in:  “Una discesa nel Maelstrom”, “Manoscritto trovato in una bottiglia” e “Le avventure di Gordon Pym”.

Tra tutti gli scrittori appartenenti all’epoca moderna nessuno più di Edgar Allan Poe ha affascinato e attratto milioni di lettori, scrittori e appassionati in genere del gotico, del mistero e della fantascienza. Su di lui sono stati scritti fiumi d’inchiostro, in cui la critica letteraria si è spesso spaccata tra chi l’ha osannato come una delle massime espressioni della letteratura gotica e chi invece lo ha stroncato o comunque ridimensionato come mente creativa. Leggi tutto “L’esoterismo di Edgar Allan Poe”

Il Rasoio di Ockham

Il badge di Paolo Navone

Scrive Fabrizio Amerini circa questo principio metodologico espresso nel XIV secolo:

Guglielmo di Ockham sviluppa la propria filosofia applicando ciò che è noto come ‘rasoio di Ockham’ o principio di economia.
Tale principio metodologico induce a privilegiare, tra le spiegazioni di un dato fenomeno, quella che ricorre a un numero minore di ipotesi esplicative o che introduce un numero minore di entità al fine di verificare i propri enunciati.
L’applicazione di questo principio conduce Ockham a semplificare drasticamente le teorie ontologiche ed epistemologiche tradizionali: tali semplificazioni costituiscono il terreno su cui s’innesta l’elaborazione logica di Ockham .

L’elaborato è ritenuto alla base del pensiero scientifico moderno , nella sua forma più immediata suggerisce l’inutilità di formulare più ipotesi di quelle che siano strettamente necessarie per spiegare un dato fenomeno laddove quelle iniziali siano sufficienti.

Delos, viaggio nell’enigma pelasgico

Eterodossia ed eterodossi come Archeomisterica - here are the wolves

Delos, l’isola di luce

Per giungere a Delos, sempre che non si possieda un’imbarcazione, si salpa da Mikonos. Quasi una contraddizione: dall’isola viveur – la movida delle Cicladi – si raggiunge uno dei siti archeologici Patrimonio dell’Umanità, peraltro con divieto di pernotto poiché il governo greco ha mantenuto la tradizione di sacralità dell’isola.

Delos
Approdo a Delos e panorama

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Facebook, mille pesi e mille misure

Eterodossia ed eterodossi come Archeomisterica - here are the wolves

Il mio Account Facebook è stato sospeso per aver postato la foto di un ciondolo a croce celtica/bizantina.

Purtroppo ‘ i soliti ignoti’…

Facebook
Mark Zuckerberg, il CEO che tiene in ostaggio informatico miliardi di persone

Al copntrario a Mark Zuckerberg, sulla violazione di privacy per milioni di iscritti a proposito di Cambridge Analytica, è bastato chiedere:

  • ‘scusate…’

Eppure Facebook non sa ciò che ho fatto io ovvero:

  • aver conservato le mie segnalazioni

Vi sono degli esempi indescrivibili per i quali la risposta di Facebook è:

  • ‘non viola gli standard della comunità’.

Bene, prendiamo atto

La struttura dell’inferno dantesco e la precessione

Giuseppe Badalucco - Atlante Segreto - Edicolaweb

PREMESSA

La struttura dell’inferno dantesco è un articolo che fu pubblicato inizialmente nel maggio del 2003 su www.edicolaweb.net con cui io e Pier Giorgio Lepori abbiamo collaborato per diversi anni. Viene ora pubblicato sulle pagine di Eterodossia punto Com, poiché rappresenta l’inizio di un percorso di ricerca che richiederà anni di lavoro.

Dante Alighieri, tratto dall’Inferno. Traduzione del Prof. Antonio Catellacci, 1819

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Il Time Management

Eterodossia ed eterodossi come Archeomisterica - here are the wolves

Time Management, la gestione del Tempo: un’arma strategica di distrazione di massa

(I Quaderni di Marketing Eterodosso)

E’ possibile il Time Management? Proseguo con una ulteriore domanda: che cos’è il Tempo? Nella definizione fisica classica, si tratta della:

  • misura di un intervallo tra due punti nello spazio in relazione con la velocità.

La distanza tra due punti A e B è direttamente proporzionale alla velocità tramite cui viene coperta: la misura di questo fenomeno è definita ‘Tempo’. Pertanto, in base alla velocità con cui percorro lo spazio contenuto tra A e B, impiego ‘+ o – Tempo’.

Tutto corretto. Leggi tutto “Il Time Management”

L’Epoca d’Oro degli Dei: il volto della Sfinge

Monica Benedetti

Era l’inizio dell’Epoca d’Oro degli Dei, in cui l’Osiride benefattore posava le sue impronte immortali tra le sabbie del tempo. A ricordare quell’Epoca, col sole che sorge ad Est ed illumina una nuova primavera si staglia, tuttora magnifica e potente, la Sfinge. Il maestoso colosso, avente all’attualità corpo leonino e testa umana, fu liberata dalle sabbie che la ricoprivano fino alle spalle nel 1886, da Maspero, dopo che altri prima di lui avevano iniziato il lungo lavoro di riesumazione. Leggi tutto “L’Epoca d’Oro degli Dei: il volto della Sfinge”