I “SEGRETI” DEL RE. Il principio di sovranità: dai valori semantici all’espressione originale della realtà percepita. Parte 2. L’organizzazione sociale.

Tiziana Pompili

Per sua natura l’umanità tende ad organizzare la propria esistenza aggregandosi in comunità, più precisamente “in entità organiche sotto il profilo sociale, culturale, politico”. Una società dunque è una “collettività umana storicamente e geograficamente definita, unita da leggi e istituzioni comuni al fine di garantire gli interessi generali e la reciproca coesione”. In estrema sintesi una società non è che un gruppo di individui che si unisce e si organizza per il comune vantaggio.

Si può affermare che, in generale, lo spazio sociale è convenzionalmente impostato in base ad una serie di gerarchie che determinano veri e propri sistemi di differenziazione e di stratificazione, non sempre nettamente separati. Va ribadito comunque che non si tratta di schemi fissi in quanto la società è fortemente influenzata dalla cultura e dall’epoca in cui si sviluppa, tant’è che nel corso della storia si possono individuare circa cinquemila tipi diversi di società. Tuttavia, soprattutto se parliamo di tempi storici, la consuetudine della separazione in gerarchie è stata la più diffusa e si perpetua ancora oggi. Infatti, nelle collettività moderne, per molti, la maggiore aspirazione è ascendere di grado nella scala della società strutturata in un sistema piramidale di cerchie, i confini delle quali, man mano che si sale verso il vertice, diventano sempre più esclusivi e impenetrabili. Si pensi a chiese, eserciti, ambienti politici o aziendali, dove chi occupa una posizione superiore gestisce un potere maggiore rispetto ai propri subalterni.

In linea di massima si possono distinguere tre principali livelli di diversificazione sociale che sono la classe, il ceto e la casta. Vediamoli succintamente

La classe.

La classe rappresenta un gruppo di cittadini che nella stratificazione della comunità occupano una posizione simile. Perciò cittadini con una certa conformità dal punto di vista economico, sociale, culturale. I sistemi di classe si riscontrano in quasi tutti i tipi di società e di fatto dipendono dal modo di produrre beni materiali e non dal comportamento dei soggetti. In altre parole, a determinare le disuguaglianze tra le classi è soprattutto il controllo delle risorse materiali e dei mezzi di produzione. In particolare, nel pensiero di Karl Marx, la classe è la categoria sociale composta da un insieme di individui che hanno lo stesso posto nella produzione sociale e lo stesso rapporto con i mezzi di produzione e di lavoro utilizzati.
La parola classe ha origine dal lat. clàssis → convocazione; chiamata; reclutamento; (ma indica anche ordine; schiera o flotta di navi).  A sua volta viene dal verbo greco kalēó chiamare; convocare. Secondo Tito Livio, durante l’occupazione etrusca di Roma, Servio Tullio (578 a.C. – 539 a.C.) fu l’autore della più importante riforma dell’esercito: furono istituite sei Classi, ognuna raggruppava i cittadini in base all’analoga quantità di beni e di ricchezze posseduti. Le Classi erano chiamate a dare proporzionalmente il loro contributo all’esercito iniziando da quella che aveva una migliore condizione economica. Il significato moderno della parola classe, invece, apparve per la prima volta con gli economisti del Settecento ed era desunto dal linguaggio delle scienze naturali in cui, già nella seconda metà del 1600, il termine veniva impiegato nei primi tentativi metodici di classificazione.

Il ceto.

Per ceto si intende una fascia di popolazione distinta per connotazione sociale, cioè quella categoria di soggetti accomunati nono solo da requisiti economici pari o simili, ma anche dalle stesse caratteristiche culturali, da interessi finanziari e attività dello stesso tipo, da comportamenti e da modi di pensare comuni. La distinzione della società in ceti ha caratterizzato la storia dell’Europa in epoca recente, dal periodo feudale all’età moderna. Secondo il sociologo tedesco Max Weber (1864–1920) il ceto indica il rango dell’individuo in base allo strato sociale al quale egli appartiene, quindi è soprattutto lo “stile di vita” che unisce tutti gli appartenenti al medesimo ceto, del quale godono gli onori, il prestigio e i particolari privilegi.
Il termine ceto viene dal lat. coetus → adunanza di persone, derivato di coire → andare insieme; riunirsi. È riconducibile (forse) al greco keío → fendo; spacco, o kòitos → strato.

La casta.

Infine, per casta si intende un gruppo sociale chiuso, spesso all’interno di uno stesso gruppo etnico, caratterizzato da una severa gerarchia, da regole di comportamento rigide (ad es. l’endogamia) e da ruoli prestabiliti. Gli appartenenti ad una casta si considerano, per discendenza o per condizione sociale, separati dalla collettività o da altre classi della stessa. Il modello principale della società suddivisa in caste è rappresentato dal sistema induista, derivato da differenze intellettuali o spirituali, dove l’appartenenza al rango è assolutamente rigorosa e la mescolanza illecita. “Il sistema [induista] delle caste si basa sulla natura delle cose, vale a dire su certe proprietà naturali del genere umano ed è una applicazione tradizionale di queste …” (Frithjof Schuon, filosofo e mistico svizzero 1907–1998). Nel 1921, sulla rivista settimanale Young India, Mahatma Gandhi rimarcava che “il sistema delle caste è[…] inerente alla natura umana e l’Induismo ne ha semplicemente fatto una scienza.”
L’etimologia del termine casta è incerta. Secondo alcuni va collegata al latino castus → puro, da intendersi (forse) per non mescolato con altro, ma non è improbabile un rimando al sanscrito kâstâ → limite; circoscrizione, anche se il nesso linguisticamente non è del tutto chiaro (Pianigiani). Tuttavia, più spesso casta è collegato allo spagnolo (XV secolo) dove sta per razza; stirpe, che rivela il valore della parola nel suo senso genetico. Il filologo spagnolo Joan Coromines suggerisce un etimo gotico *kasts, affine ai norreni kǫstr → mucchio; pila, e kasta → buttare; gettare; lanciare; scagliare, legati al protogermanico *kastuz probabilmente derivati dalla stessa radice protoindoeuropea *ger-, da cui il latino grex → gregge, il greco antico ἀγείρω (agéiro), raccogliere; radunare, o il medio irlandese graig branco (di cavalli). In verità, però, non mi sento di escludere un legame con l’antica radice indoeuropea kṣa → riunire [ṣa] intorno a sé [k]; muovere intorno [k] collegandosi a [ṣ], da cui poi, per estensione, → possedere; governare; abitare, (Rendich). Infatti, secondo me, per senso, kṣa richiama intuitivamente l’idea di una “cerchia”, nonché un gruppo di persone accomunate da relazioni reciproche dovute ad una medesima natura quale è, appunto, una casta.

Questi, sommariamente, sono i principali livelli di diversificazione sociale. Ma sebbene sappiamo che l’uomo per sua natura tende ad organizzarsi in comunità e a cooperare per il bene comune, credo sia opportuno chiedersi: come si arriva alla subordinazione degli strati sociali ad una autorità sovrana? Quali ragioni hanno indotto gli uomini a rinunciare alla loro libertà innata preferendo lo stato civile? Qual è la prima origine dei governi? Auguste Comte, Thomas Hobbes, John Locke, Jean-Jacques Rousseau, Denis Diderot, Adam Ferguson, Immanuel Kant ed altri grandi, anche contemporanei, si sono espressi su questi temi, molto spesso senza unanimità di vedute ed in vivace polemica tra loro. L’argomento è complesso, comprende aspetti storici, filosofici, sociologici, antropologici. Districarsi nel mare delle documentazioni pertinenti riassumendone i punti focali e miscelandoli alle mie opinioni personali, non è poca cosa. Prossimamente cercherò di affrontare questi temi impegnandomi per la maggiore chiarezza e sintesi possibile.

(segue)

(bibliografia essenziale nell’ultima parte)

I “SEGRETI” DEL RE. Il principio di sovranità: dai valori semantici all’espressione originale della realtà percepita. Parte 1. L’analisi etimologica

Tiziana Pompili

Durante la stesura del libro Pelasgi Stirpe Divina, mi sono trovata ad indagare numerosi valori semantici che hanno rivelato dettagli ben definiti e molti aspetti finora ignorati di quelle enigmatiche comunità preistoriche. La ricerca linguistica, connessa ad una serie di studi multidisciplinari, ha fornito indizi estremamente coerenti permettendomi di formulare ipotesi verosimili (sebbene stupefacenti per molti versi) sulla natura intrinseca di queste genti, sul loro aspetto, sulle loro origini “divine”. I sorprendenti valori delle etimologie, mi hanno incoraggiata ad un ulteriore tentativo che, a livello più generale, motivasse l’esistenza fin dai tempi più remoti, delle caste, dei re e delle linee di sangue, considerate con più o meno convinzione a seconda dei momenti storici, superiori, migliori, o comunque geneticamente differenti dall’umanità “comune”. 

Per dire tutta la verità, si trattava di dare anche risposta ad una domanda che mi tormentava fin da bambina quando, appassionata lettrice di fiabe, infrangevo l’incanto della loro suggestione domandandomi quale fosse l’origine di prìncipi e principesse e perché mai un sovrano dovesse essere una persona al di sopra delle altre. Nella mia ingenuità, pur subendone il fascino, non ne capivo il senso. Cosa rende superiori le stirpi dei regnanti – mi chiedevo – se ogni uomo ha la stessa origine? Se, come mi veniva insegnato, ogni creatura discende dalla coppia biblica creata da Dio, mi sembrava privo di logica fare distinzioni tra gli uomini per via del sangue nelle loro vene! I miei dubbi sono sempre rimasti privi di un chiarimento ragionevole. A tutt’oggi trovo accettabile che l’aristocrazia si sia conquistata un titolo nobiliare con atti eroici o altri meriti cavallereschi che ne definivano l’eccellenza d’animo, ma ciò non giustifica una differenza nella genetica. Così, mi è venuto in mente di approfondire.

Per quanto la verifica sembrasse fin troppo banale, ho iniziato sondando l’etimologia della parola re che nel dizionario, oltre a “capo d’un regno”, ha come significato “attributo di divinità”, una definizione molto stimolante, soprattutto sulla scorta delle elaborazioni divulgate nel libro, e non meno interessante negli alternativi valori in senso figurativo: “Il più eccellente”, “Il principale in una cosa”.

In primis la glottologia lega re al Latino rex (accusativo règem), dalla radice del verbo regĕrecondurre drittamente; reggere; guidare; dirigere; governare; dominare. Regĕre equivale a gubernare, termine appartenente alla tradizione marinara greca, il quale originariamente designava l’azione di reggere il timone e che successivamente estese il suo valore semantico anche all’ambito politico-istituzionale. 

Attestazioni pervenuteci dimostrano che in latino arcaico la forma di rex era *regs in quanto raramente la lettera x veniva usata da sola ed entrò regolarmente in uso solo dopo il 75 a.C. Sappiamo anche che rex coincide col gotico reiks, con l’alto irlandico (genitivo rig), con il gallese rîx affine all’antico alto tedesco rîhhi e al moderno reich e, insieme al verbo latino regĕre, si ricollegano tutte alla radice sanscrita râg che sta per esser chiaro; illustre; da cui viene râg’-rasguida. Regĕre latino è anche rimandato al sanscrito rg’-us, (diritto; retto anche moralmente) e râg’-is (riga; fila). Vari etimologisti appoggiano all’etimo râg’ anche il termine râg’anprincipe, derivato dal verbo râg’ati, che ha la nozione non solo di reggere; governare; comandare, ma anche quella di splendere, tant’è che nella parola radius → raggio, di etimologia incerta ricondotta alla forma *radhyos (supposta o ricostruita nel Walde-Hofmann), è individuabile una affinità radicale che si riflette ad esempio nel tedesco strahl → raggio; fascio, derivato dal longobardo *strāl → freccia, da cui anche il nostro starle.  

Il Ṛgveda, il supremo libro della mitologia vedica, una delle quattro suddivisioni canoniche dei Veda, l’antichissima raccolta di testi sacri dei popoli Arii, sostanzialmente, ne è conferma: Ṛg si lega al sanscrito ràg^risplendo; luce; sapienza; Dio. Il Ṛgveda è perciò da intendere come “il libro della luce vedica”, o in forma diversa “il libro degli Dei vedici”.

L’etimo râg’ inoltre si individua come desinenza nei nomi propri di prìncipi e capitani celti o galli, quali Ambiorige, Orgetorige, Vercingetorige, ricordati anche da Giulio Cesare nei Commentari.

In questo ambito linguistico merita menzione l’antico termine norreno regin (plurale ragna) → divinità, potere dominante, che viene collegato al protogermanico (ricostruito) ragenō (o ragen) e lo si considera derivato dalla radice indoeuropea *rak o *reĝ- → portare avanti; mettere in atto; governare

In realtà gli stessi valori semantici, intuitivamente rapportabili ad elementi linguistici molto simili, parrebbero estesi oltre i rami delle lingue indoarie, germaniche e latino-falische fin qui esaminate. Nel libro ‘L’asse della lingua umana e della preistoria’del 1900, l’autore Pantaleone Lucchetti, per esempio annotava:

Roi, unica voce inscritta sui sarcofagi dei Faraonidi (vale il francese roi, re — e tutto da Ra, egizio di sole o Siro onde Sire o re), diffatti anche Faraoni = Ra (egizio di sole) + φαίνω, splendido (per la stessa ragione che αυγη΄, lucido, è radice di Augusto Cesare, imperatore) — mentre il rapporto fra Siro o sole e Sire o re, e rohéh ebraico di governatore e Ra, o sole degli egizi è confermato da Bel assiro di sole e báhal ebraico di signore dominante — roh, ebraico di maestoso tutto da ra, egizio di sole.

Secondo Franco Rendich (Dizionario etimologico comparato delle lingue classiche indoeuropee), alla base di tutti gli etimi e dei termini derivati precedenti, ci sarebbe la radice indoeuropea rājmuovere verso per guidare avanti; dare regole; governare; regnare; difendere; che si origina dalla ancora più antica ṛñjrendere dritto; rendere giusto.

La linguistica moderna ritiene marginale il fenomeno del fonosimbolismo (cioè il rapporto di analogia tra la forma sonora delle parole e i valori che esse comunicano) e reputa che la comunicazione verbale si fondi su “un rapporto puramente convenzionale di corrispondenza tra significante e significato”. Già nel dialogo Cratilo, Platone si chiedeva se il significato delle parole avesse origine o meno da una scelta arbitraria. Più tardi, nella Scienza Nuova (1725), Giovambattista Vico supponeva che il linguaggio primigenio, naturale, si basasse su monosillabi di tipo onomatopeico ad espressione di stati d’animo e reazioni emotive. Riallacciandosi alle affermazioni di Antoine Court de Gébelin (che in Monde primitif attribuiva valori universali alle lettere dell’alfabeto), Antoine Fabre d’Olivet (1767-1825), il maggiore sostenitore della Teoria fonosemantica, considerava “il linguaggio umano, dal punto di vista grammaticale ma anche lessicale, come scomponibile in elementi primari non arbitrari, fondati sulla natura essenziale delle cose.”  

In effetti, sebbene l’idea non sia particolarmente popolare, alcuni linguisti contemporanei sostengono che sin dagli inizi, i singoli suoni delle consonanti e delle vocali dell’alfabeto delle lingue indoeuropee non fossero privi di significato, ma al contrario, esprimessero un preciso valore semantico. In base a tale presupposto si può affermare che a manifestare l’idea di base da cui si sviluppano entrambi gli etimi indoeuropei rāj e ṛñj sarebbero le componenti ‘’[ri], ovvero muovere verso e ‘j’[ja], diritto in avanti. Conseguentemente, il senso espresso dalla radice ṛñj sarebbe → andare avanti con modo rettilineo; dirigere; mentre l’altra, rāj, in stretta connessione con la prima, accentuerebbe l’idea della guida, del governo, del dare regole, del difendere

In ogni caso, dall’antico indoeuropeo è opportuno rilevare altri due radicali fortemente legati ai precedenti, ovvero bhrāj splendere; fare scintille; fare faville,conservato identico nel sanscrito bhrāj luce; splendore; ṛañj colorare; tingere; arrossire; da cui il sanscrito rajanaraggio che riallacciano la parola re ai temi della luminosità e del fulgore sebbene l’indagine non riveli ancora in modo del tutto intelligibile come questi si riconnettano ai concetti del guidare e dare regole.

In generale, per motivare l’origine del termine re, Franco Rendich si concentra sui concetti evocati dai radicali indoeuropei rāj e ṛñj riassumendoli in: “andare dritto in avanti per delimitare e rendere sacri i confini, fissando al contempo le regole del comportamento, del comando e della conquista.” L’idea dell’autore si ispira allo strumento di misura chiamato regula, ovvero il regolo, un’asticciola o una barretta (di osso, legno o altro, lunga una trentina di cm., rigida o pieghevole in due o tre parti grazie ad un meccanismo a cerniera), con il quale “il rex svolgeva la funzione religiosa di regere fines, ovvero di tracciare in linea retta le frontiere del territorio nazionale, consacrandone i confini, che mai avrebbero dovuto essere valicati dallo straniero.

Marduk, Dio di Babilonia, da un sigillo cilindrico in lapislazzuli risalente al IX secolo a.C. nella mano sinistra tiene il regolo e la corda simboli di rettitudine e di “giusta misura” nella giustizia.

L’operazione di regere fines non era un semplice gesto per “tracciare i limiti con linee rette”, ma era un solenne cerimoniale per delimitare l’interno dall’esterno, la sfera del sacro da quella del profano, il territorio nazionale da quello straniero. Consisteva in un’opera magica che andava eseguita dalla persona investita dell’autorità suprema, colui che era dotato di imperium (cioè di assoluto potere legale di governare i comportamenti sociali), la cui responsabilità di “regere” (cioè di fissare le regole) era sacra e portava all’esistenza effettiva ciò che decretava. Era la stessa opera del rex, implicitamente giusta, a permettere di riconoscere l’azione come pienamente valida.

Anche la parola rĕgĭo → regione, deriva da regĕre. La rĕgĭo, il territorio racchiuso nelle sue frontiere (fines), era la traccia compiuta e assoluta dell’atto di autorità del rex che, in tutta la sua potenza simbolica, diveniva legittimo non solo a livello sociale, ma incondizionatamente. Infatti, l’azione ufficiale compiuta pubblicamente dal rex di fronte a tutti e in nome di tutti, consacrava la cerimonia di regere fines redimendola dalla sua natura arbitraria e rendendola degna di esistere in conformità con la “divinità” naturale delle cose. Per tale ragione in senso morale, regula finì per assumere anche il significato di strumento idoneo a mostrare una conformità, quindi metaforicamente una norma, una misura, un principio,un precetto. Questi, rifacendomi a quanto esprime Jean Bodin, in “De la republique”(1576), possono ritenersi giusti solo quando in accordo con le leggi naturali o con i dettami divini.

Concetti molto simili a quelli di regere fines li ritroviamo, anche nel Mito di fondazione la cui origine si perde nella notte dei tempi. In tale mito, checoncerne la nascita di entità politiche e sociali ed è rintracciabile in modo somigliante in innumerevoli culture, un elemento ricorrente e primario era il profondo solco perimetrale tracciato con l’aratro, a base delle mura di un abitato. Questo non era solo l’opera di scavo per la fondazione delle fortificazioni intorno agli insediamenti, ma un vero e proprio rito che aveva la funzione di rappresentare simbolicamente il margine che racchiude, la compiutezza, la ricerca di comunione. Recingere uno spazio (ma anche un oggetto) voleva dire legittimarne il possesso, farlo proprio rendendolo sacro, trattenendo ogni forza che include e accrescendone il potere.

Nonostante io sia quasi sempre d’accordo con le deduzioni di Rendich, in questo caso mi trovo ad avere qualche dubbio. Non intendo che l’autore sia in errore, anzi sicuramente il collegamento rex / regula / regere fines è corretto, ma penso che tale riferimento sia incompleto e non definisca esaurientemente l’origine dell’idea primigenia celata nei radicali in oggetto che fanno parte del lessico protoindoeuropeo, la lingua preistorica parlata almeno 9000 anni fa, base comune delle attuali lingue indoeuropee.  Grosso modo ci riferiamo a un’epoca che corrisponde alla fine dell’ultimo periodo glaciale, alla “Rivoluzione Neolitica”, al momento del pieno utilizzo del Tempio di Göbekli Tepe.

In effetti l’accostamento di reggere, governare, splendere, quali significanti della medesima radice sanscrita

  • râg  

e i valori delle radici indoeuropee

  • ṛñj andare avanti con moto rettilineo;
  • rāj muovere verso per guidare avanti; dare regole; governare, regnare, difendere;
  • bhrāj splendere, faree scintille, fare faville;
  • ṛañjcolorare, tingere, arrossire;

mi spingono ad una differente riflessione e a supporre che la percezione originale, espressa dall’uomo antico a proposito del rex (vedi nota 1), dovesse scaturire da qualcos’altro, probabilmente addirittura precedente all’uso della regula e alla consuetudine di regere fines, un “precedente” che va inteso forse più in ordine logico, piuttosto che meramente nel senso della successione temporale.

    La lingua è un prodotto storico che cambia anche con grande rapidità nel corso del tempo, ma l’impronta dell’idea iniziale, magari in forma non esplicita, in qualche modo rimane anche quando il senso di una parola viene, man mano, applicato a contesti attinenti, ma non uguali. Una parola, nel tempo, può passare da un significato ad un altro molto diverso quando o se l’irregolare e imprevedibile contesto storico e sociale di un popolo lo rende inevitabile o lo richiede per esigenza. Così un termine finisce per significare qualcosa di molto diverso rispetto a ciò che indicava in origine. Ai primordi gli strumenti della comunicazione intenzionale dell’uomo, ovvero i suoni del linguaggio verbale e i simboli della scrittura (nel senso più lato), erano espressioni esatte delle percezioni che nascevano dal raffronto dell’osservazione di sé e dei fenomeni dell’ambiente in cui il soggetto viveva. Se questo è vero, è possibile ricostruire il concetto iniziale, ovvero la prima manifestazione del “riconoscere” in “qualcuno” potere, autorità, valore e superiorità intellettuale, morale e (forse) intrinseca? Si può tentare e l’unica via, io credo, sia ricorrere a metodi deduttivi.

Nota (1): Per rex, credo sia bene precisare, non va inteso esclusivamente il supremo magistrato che si vuole presente a Roma dall’anno di fondazione (convenzionalmente il 753 a.C. ad opera di Romolo) alla cacciata di Tarquinio il Superbo (510 a.C.), ultimo re dalla città. La figura di un capo con la funzione di comandare esercitando i pubblici poteri civili, militari e religiosi, funzione a lui demandata dalla comunità, non ha certo inizio con la storia romana come suppongo sia facile intuire dagli approfondimenti etimologici qui riportati.

(segue parte 2)

(bibliografia essenziale nell’ultima parte)

Amerika prohibida – Él habla Manuel Palacios

Tiziana Pompili

El prólogo de la entrevista

En enero de 2017, justo cuando mi hijo y mi nuera viajaban a Ecuador, para ser precisos en Guayaquil, entré en contacto  on-line con un investigador ecuatoriano, Manuel Palacios Villavicencio, autor de dos libros titulados “Amerika prohibida” y “Amerika prohibida 2 (la colección Crespi)”. Su hipótesis, obtenida como resultado de investigaciones veintenales, inmediatamente me llamó la atención. Leggi tutto “Amerika prohibida – Él habla Manuel Palacios”

Come la “Condotta dei fabrianesi”. Paragoni inusuali tra “cose” nascoste.

Tiziana Pompili

 …credo che la volontà di mettersi in gioco sempre, nonostante la  consapevolezza dei propri limiti, sia una delle armi che aiutano a superarli

(Paolo Navone, commentando il suo libro “Bibbia e macchine volanti” – Drakon Edizioni, 2018)

 

Secondo il filologo svizzero Adolf Tobler, la parola paragóne viene dal greco para (= presso, rasente, contro) e akṓnē (= pietra).  Anticamente, infatti, si chiamava pietra di paragone una varietà di diaspro nero usata per determinare la purezza dell’oro (…strofinata sopra l’oro ne prende il colore lucente…). Leggi tutto “Come la “Condotta dei fabrianesi”. Paragoni inusuali tra “cose” nascoste.”

Rennes-le-Château e il vento dell’Aude

Tiziana Pompili

Un racconto su Rennes-le-Château

(Tiziana Pompili Casanova – Racconto terzo classificato al concorso La Plume doc 2007, pubblicato sulla rivista Indagini su Rennes-le-Château numero 18)

 

Rennes-le-Château
Rennes-le-Château, la Torre di Magdala

Il prologo

Riconobbe il sibilo del vento e un soffio freddo, ma leggero come una carezza, la spinse ad aprire gli occhi. La prima cosa che mise a fuoco fu la punta delle proprie scarpe. Stupita, si stropicciò gli occhi con la vana speranza di poter spaziare nell’orizzonte che il buio limitava a pochi metri intorno a lei. Leggi tutto “Rennes-le-Château e il vento dell’Aude”

PELASGI – UNA STIRPE DIVINA

Tiziana Pompili

Pelasgi, un’indagine sull’uomo e sulla civiltà delle origini

Ecco ‘I Pelasgi’, il mio saggio uscito da pochi  giorni  con Drakon Edizioni.

 

pelasgi
La copertina del libro di Tiziana Pompili Casanova: ‘Pelasgi’ Stirpe Divina

Chi si interessa di storia antica sarà sicuramente incappato nel nome dei Pelasgi,   popoli di cui si ignora la patria ancestrale, tramandati con questo nome dalle fonti classiche. I tratti distintivi di questi antichi progenitori mi hanno sempre affascinato soprattutto perché legati alle possenti fortificazioni in pietra che ancora oggi sono definite “pelasgiche” o “ciclopiche” e che, pur ridotte a pochi ruderi, svettano come fiere testimoni di una cultura che per l’archeologia ufficiale, in pratica, non esiste. Leggi tutto “PELASGI – UNA STIRPE DIVINA”

Del Principio e della Fine – Storia Circolare

Tiziana Pompili

‘Quello che tu consideri il principio, io lo considero la fine’ – Principio e Fine

Principio e Fine. Il biologo e saggista italiano Giuseppe Sermonti (1925), in una sua opera racconta di aver assistito ad una conversazione “sulla modernità” in cui Elémire Zolla (scrittore, filosofo e storico delle religioni, 1926 – 2002) rispondeva ad Armando Plebe (filosofo e storico della filosofia, 1927 – 2017) con la frase che riporto nel titolo: “Quello che tu consideri il principio, io lo considero la fine.”

È un concetto che, in sintesi estrema, rispecchia le due principali correnti di pensiero attuali sul passato remoto dell’umanità. Leggi tutto “Del Principio e della Fine – Storia Circolare”

Sul paradosso del linguaggio

Tiziana Pompili

Tempo fa mi confrontavo con un caro amico, Caruso Colzi, ipnologo e ipnotista, su alcuni aspetti di quello che lui definisce  “paradosso del linguaggio”.

Per chiarire il mio punto di vista gli inviai una e-mail che oggi mi è capitata di nuovo sotto gli occhi. Ho pensato che fosse interessante proporla ai lettori di Eterodossia.com. Nel testo infatti tocco alcuni temi sviluppati anche nel mio libro che sta per uscire con Drakon Edizioni . Leggi tutto “Sul paradosso del linguaggio”