Amerika prohibida – Parla Manuel Palacios

Il prologo dell’intervista

Nel gennaio 2017, proprio mentre mio figlio e mia nuora erano in viaggio in Ecuador, per la precisione a Guayaquil, entrai casualmente in contatto on line, con un ricercatore ecuadoriano, Manuel Palacios Villavicencio, autore di due libri intitolati Amerika prohibida e Amerika prohibida 2 (la collezione Crespi). Le sue ipotesi, maturate a seguito di indagini ventennali, avevano catturato immediatamente la mia attenzione.

Guayaquil, la città di Manuel Palacios

Il caso volle che Manuel Palacios vivesse proprio a Guayaquil. Ignorare la curiosa coincidenza era quasi impossibile: ho chiamato i ragazzi in Ecuador e, anche se in spagnolo non vado oltre il “buenos dias”, li ho pregati di procurarmi quei due libri a tutti i costi.

Amerika prohibida e Amerika prohibida 2 di Manuel Palacios ora fanno parte della mia piccola biblioteca. Non li ho ancora letti, mi ci vorrà un po’ di pazienza per via della lingua, ma ho seguito alcune conferenze dell’autore (in video sottotitolati) e letto sulla sua ricerca quel tanto che basta a constatare una notevole corrispondenza tra le sue conclusioni e le idee che mi son fatta sui movimenti dei popoli più antichi nei vari territori del pianeta.

“… l’asse centrale del mio lavoro – scrive Manuel – sono le civiltà cicliche e la possibilità, basata sul linguaggio, l’iconografia e la visione del mondo, dei contatti culturali pre-colombiani tra popoli americani ed eurasiatici. Quando parlo di contatti, intendo scambi, non “conquiste” …

Come procede la Recherche in Sud America

In Italia siamo poco informati su come procede la ricerca in Sud America, i libri pubblicati raramente raggiungono i nostri confini e le traduzioni di molti testi in italiano sono un’utopia.

A dire la verità i ricercatori indipendenti, soprattutto se non di fama mondiale, hanno un dialogo veramente scarso: come microcosmi separati, non interagiscono se non in rare eccezioni.

Al contrario, molto più spesso si contestano l’un l’altro in modo tutt’altro che costruttivo. Ed è davvero un peccato che non esista un minimo di sinergia perché, a mio avviso, si disperdono inutilmente tante energie e si procede più lentamente.

Comunque alcune interessanti collaborazioni, anche a livello internazionale, ci sono già state, iniziative tra i singoli soggetti che invece, quando si presenta l’occasione, non disperdono la possibilità di un confronto.

Sono dell’idea che le conclusioni di Manuel Palacios meritino diffusione e trovo che il suo approccio alla ricerca sia degno di nota, per questo ho pensato di presentarlo ai lettori di ETERODOSSIA punto COM attraverso l’intervista che segue.

Ci è voluto un po’ per la traduzione. Nonostante la complicità di mia nuora, madrelingua, che mi ha aiutato con lo Spagnolo, lo scoglio linguistico è stato più ostico del previsto, ma ce l’abbiamo fatta.

I due Testi di Manuel Palacios
I due Testi di Manuel Palacios

L’intervista a Manuel Palacios racconta la situazione della ricerca indipendente in Ecuador

Tiziana: Salve Manuel, è un piacere essere in contatto con te. In questo momento rappresenti l’altra parte del mondo e credo che il confronto tra l’Europa e l’America latina sia molto importante. Grazie per aver accettato questa intervista. Secondo te, in passato, come erano i contatti tra questi due grandi continenti?

Manuel: Ti ringrazio Tiziana per l’opportunità di questa intervista. In America latino americana l’idea di un contatto transoceanico precolombiano fra popoli asiatici, europei ed americani, non è stato ancora accettato. Lo si considera fino ad un certo punto e con un alto grado di scetticismo. Così non si possono stabilire dialoghi adeguati, né tanto meno scenari giusti per avviare un dibattito più approfondito.

Tiziana: Per conoscerti meglio, ti chiedo: di cosa ti occupi, in quale ambito è indirizzata la tua ricerca e come è iniziata?

Disegnatore grafico industriale ma anche factotum per le difficoltà in Ecuador

Manuel: Di professione sono disegnatore grafico, mi dedico anche all’area di disegno industriale. Nell’ultimo periodo e davanti alla complicata situazione economica in Ecuador devo fare tanti mestieri. Sebbene non considero la ricerca come un hobby, realmente non vivo di questa, né mi dedico totalmente ad essa.

Ho sviluppato delle comunità in modalità di ecoturismo e ora mi sto preparando per ottenere l’abilitazione come guida turistica nazionale (ho da dare ancora qualche esame). Questa è la mia formazione.

Ho frequentato anche dei corsi di linguistica, ho studiato per tanti anni le correnti filosofiche del Vedānta, il Vaishnavismo, il Sanscrito ed il Bengali, i testi antichi dell’India. Ho sviluppato ricerche nell’area delle medicine complementari: sono un apiterapeuta, diplomato in Biomagnetismo Medico metodo Goiz e ho sviluppato alcune ricerche anche in questo ambito.

Gli inizi della Recherche in Manuel Palacios

Il mio lavoro di ricerca è iniziato in giovane età. Sono figlio di due scienziati, una chimica ed un geologo, e questo legame mi ha permesso di avere degli strumenti a disposizione, come i libri di testo.

Chiarisco che sono un’autodidatta per quanto riguarda l’informazione nell’area antropologica, archeologica, ecc. La mia intenzione non è mai stata di immischiarmi in aree che non mi competono o che siano oltre le mie capacità. In ogni caso cerco di colmare le mie lacune con l’autoformazione in modo professionale.

Amerika Prohibida, primo e secondo testo

Tiziana: Recentemente hai pubblicato due libri: Amerika prohibida 1 e 2. Di cosa parlano?

Manuel: Si Tiziana, ho pubblicato “Amerika Prohibida 1” e “Amerika Prohibida 2” che ha per sottotitolo “La collezione Crespi”. Quest’ultimo tratta della raccolta di reperti che il Padre salesiano italiano Carlo Crespi Croci mise insieme, approssimatamene a partire dagli anni ’30 del secolo scorso, nella città di Cuenca-Ecuador.

“Amerika Prohibida 1” è la premessa a tutti i temi che saranno approfonditi in varie fasi, ho infatti pianificato una serie di 7 volumi. “Amerika Prohibida 1” accenna alla Cueva de los Tayos, alla collezione Crespi, alle “pietre de La Mana” [enigmatici reperti provenienti dall’antica città dell’oro situata nella giungla ecuadoriana], indaga su paragoni linguistici, sulle migrazioni, sulla tecnologia precolombiana e sulla scrittura “Amaru” che è un antico metodo di scrittura che si è diffuso sulla faccia della terra. Come ho già detto il secondo libro riprende uno di quei temi [La collezione Crespi] che vengono esposti in maniera superficiale nel primo libro.

Tiziana: L’America latina è ricca di testimonianze molto antiche, soprattutto in Perù e in Bolivia. Pensi che in Ecuador ci siano reperti simili ancora da scoprire?

L’America defraudata della sua rilevanza storico-archeologica

Manuel: All’America è stata tolta la sua reale collocazione nella storiografia e nell’archeologia mondiale, dando ai suoi monumenti e reperti un’antichità minore di quella che realmente hanno. Prendiamo per esempio Tiwanaku: nell’epoca in cui fu scoperta le fu attribuita un’antichità di 600 anni, ma poi Arthur Posnasky, uno dei principali studiosi di Tiwanaku, si è avventurato nell’affermare che aveva più di 4000 anni, e al momento attuale tale data è stata accettata anche dall’archeologia ufficiale boliviana. Così si compie il famoso detto: “una storia prima è osteggiata, poi gradualmente accettata fino a che, finalmente, diventa verità diffusa, ufficiale.”

Americani e asiatici: un’iconografia che li accomuna

In America latina non solo ci sono monumenti molto antichi, ma la sua iconografia (per esempio in Messico) rivela figure che hanno una chiara influenza asiatica, sebbene non possiamo negare che, al contrario, gli americani precolombiani avrebbero potuto influenzare gli asiatici. Ricordiamo che i Veda, il Ramayana e altri libri antichi accennano dettagli sui famosi architetti Maya. Oppure potrei citare i Patalas: un termine che nelle religioni indiane era usato per riferirsi a territori “più in là dell’Oceano Pacifico” che in questo caso sarebbe l’America. Nonostante sia stato scritto molto sulla storia proibita dell’America precolombiana, c’è ancora tanto da scrivere.

La Cueva de los Tayos e la libreria metallica

Tiziana: So che sei in contatto con i ricercatori ungheresi e che recentemente sei stato invitato in Ungheria. Vuoi parlarci di questa esperienza?

Manuel: Uno dei motivi per cui sono stato invitato in Ungheria è la mia ricerca ventennale su “La Cueva de los Tayos” in base alle affermazioni di Juan Moricz, colui che alla fine degli anni 60, nella regione amazzonica dell’Ecuador, scoprì una grotta e dentro questa trovò una sorta di “biblioteca metallica” in cui ci sarebbe scritta la storia dimenticata dell’umanità.

Io non sono ancora arrivato a questa “biblioteca metallica” di cui parla il Moricz, tuttavia ho potuto comprovare altre affermazioni come il contatto tra la cultura magiara e quella americana attraverso evidenze della lingua, della cultura, della religione, dell’iconografia, della scrittura, ecc.

Conferenze e riflessioni sulla ‘Cueva’ in Ungheria

Su “La Cueva de los Tayos” io ho voluto dare una specie di voto di fiducia a Juan Moricz, e con il lavoro che ho fatto ho cercato di dare vita alla sua immagine. Così mi sono avvicinato alla sorella Repubblica di Ungheria e sono stato convocato in alcune occasioni.

Nel 2012 mi hanno invitato come esperto su Juan Moricz ad una conferenza nel primo Congresso sulla preistoria comparata; nel 2017 sono stato chiamato per presentare il mio libro “Amerika Prohibida 1 e 2” che in Ungheria sono stati editati raccolti in un solo volume [con il titolo di “Betiltott Amerika”].

Ho fatto altre conferenze anche per il “Panorama Village Club”, una associazione culturale presente in molteplici paesi nel mondo. Inoltre, attraverso contatti personali, mi sono dedicato ad attività di ricerca (che hanno a che fare con arte, cultura, affari) nel “Nemzeti Magyar Múzeum”, il Museo Nazionale ungherese.

Tutto questo perché l’intenzione principale, da quando ho iniziato a fare ricerca su questi temi, è stata di avvicinare i nostri due paesi.

‘Se non sei un ricercatore “politico”, sei messo in disparte’

Tiziana: Com’è la situazione della ricerca indipendente e accademica in Sud America? Il pubblico è interessato alle nuove scoperte?

Manuel: Per quanto riguarda la ricerca, sì, ho ricevuto appoggio, ma mi ostacola molto il fatto che io non sia “politico”. Non essendo vincolato alla politica ecuadoregna, in certe circostanze vengo messo in disparte, emarginato da qualsiasi progetto grande nel quale io possa mettere a frutto al meglio le mie abilità. Ma, d’altro canto, questo mi ha anche permesso di avere indipendenza.

Invece nella ricerca a livello ufficiale, ho tanti amici dentro l’area degli accademici e mi è capitato di confrontarmi con loro. Ovviamente fuori dall’occhio pubblico, poiché loro sono legati all’Accademia oppure a centri di ricerca, quindi devono rispettare, e fino ad un certo punto anche difendere, la tesi su cui è basata la loro formazione e sulla quale hanno ottenuto un titolo professionale di terzo livello, master, dottorato, ecc.

Lo capisco e penso che se fossi al loro posto forse anch’io difenderei ciò che mi è costato 10, 15, e fino a 20 anni di studio con altrettante migliaia di dollari spesi per ottenere diversi titoli. E questo atteggiamento viene tenuto a maggior ragione per tenersi stretto il proprio lavoro.

La ratio Eterodossa comporta immensi sacrifici

Essere indipendenti è un’arma a doppio taglio. Per esempio, mi costringe ad usare risorse personali per la ricerca. Purtroppo in Ecuador l’appoggio statale, per questo tipo di studi è nullo, mentre quello privato, in molti casi, è molto difficile da ottenere.

Bisogna umiliarsi, cercare e cercare, scambiare la propria opera per pubblicità. Per non parlare del fatto che alcune persone sarebbero disposte a contribuire, ma con il compromesso di essere informati per primi, pretendendo un’anteprima dei risultati. Non mi piacciono queste cose! Dunque la mia ricerca è stata appoggiata da amici, genitori e soprattutto dalla mia  tasca personale.

La gente del Sudamerica, potrei dire che in Argentina o in Cile sono più interessati alla ricerca. Questo interesse invece in Ecuador va ad altre cose come il calcio o il reggaeton o cose simili… scusa se sono sincero, ma purtroppo  la situazione è questa.

Tra ricercatori dell’area a cui sono rivolti i miei studi, ovvero neo archeologia e neo antropologia, c’è troppa gelosia. Ho ricevuto attacchi da molti ricercatori con i quali invece dovremmo solo stringerci la mano – penso – sono cose che scoraggiano.

Conclusioni

Ciò che posso dirti Tiziana, per concludere è che non sono una persona ambiziosa. Cerco appoggio, spero che questo appoggio arrivi, e spero che anche questa intervista serva come una finestra per poter ricevere quell’appoggio e continuare con la ricerca.

Perché ho tanto da condividere e tanto altro da scoprire, percorrere l’Europa, viaggiare! Se io avessi fatto tutto questo solo per la remunerazione economica credimi che – da più di 20 anni – non l’avrei mai fatto, non avrei neanche minimamente pensato di iniziare.

Tiziana: Grazie mille per la collaborazione e la disponibilità. A presto.

L'immagine del ricercatore Manuel Palacios
L’immagine del ricercatore Manuel Palacios

È tutto, al momento. E mi sembra che la situazione della Recherche in America latina sia analoga a quella italiana, con tanti scogli da superare anche tra gli stessi ricercatori indipendenti. Mi auguro comunque che questa chiacchierata con Manuel Palacios sia solo il primo piccolo passo verso maggiore fluidità di scambio e migliore disponibilità alla comunicazione, affinché in futuro si possano tratteggiare panoramiche più omogenee sull’antropologia preistorica mondiale.

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