Ain Soph – Il Nulla è Sostanza inconcepibile

Da una riflessione su Lo Splendore della Kabbalah di P. M. Virio, Editrice Amenothes

È di moda la confutatio sulla terminologia stretta di certo neo-evemerismo finalizzato alla distruzione e non al confronto su materie inerenti le credenze, il Mito e le fedi religiose, aspetti questi della cosmologia. L’Ain Soph è uno degli obiettivi sensibili.

De Santillana aveva già sottolineato il carattere cosmologico e sovra-razionale del Mito indicando come strada il considerarlo avulso dalle categorie scientifiche e soprattutto scevro da certo occultamento dietro linguaggio ermetico di eventi, fenomeni naturali occorsi al pianeta e alla vicenda umana.

Seppur interrogandoci su quest’ultimo aspetto – dietro il Mito e le sue declinazioni nella Storia insiste infatti l’osservazione celeste e il moto precessionale – è chiaro il concetto di sostanza del pensiero e non di uso del pensiero nei riguardi della sacralità conferita al racconto delle origini.

Il Mito come metafisica – parallelo con il concetto di ‘lavoro’ nella Costituzione Italiana

Cercare nelle scritture sacre dell’intera umanità riscontri scientifici o storici non come accessori della cosmologia bensì come sostrato stesso del Mito è svilente non tanto per il Mito stesso quanto per chi indaga esclusivamente questo aspetto.
Mi viene in mente un parallelo con la Costituzione: nella prima parte sono sanciti i Princìpi Fondamentali; nella seconda quelli Organizzativi della Repubblica.
Se al contrario dovessimo leggere ciò che è scritto in maniera letterale, oso dire meccanicistica, il principio della Repubblica fondata sul Lavoro perderebbe le sue caratteristiche di moralità proponendo non una Res Publica che fa di questo concetto il fondamento comportamentale bensì una semplice forma di Stato tecnocratico.

Il Lavoro come Essenza, Essere: esso diviene l’idea metafisica del Lavoro
È questa la differenza tra i princìpi profondi della cosmologia e la scienza che può essere racchiusa nel testo come complemento alla spiritualità ma dall’importanza periferica e non strutturale.

Cosmologia e scritture sacre

La cosmologia stessa, intesa come sistema di pensiero, diviene la struttura da cui promanano le scritture sacre dell’umanità in qualsiasi segmento temporale si siano manifestate.

La riflessione che segue si basa sull’assunto considerato erroneo – con responsabilità diverse, anche tra i detrattori – della creazione dal Nulla.
Le categorie di pensiero filosofico che hanno caratterizzato l’Occidente originarie elleniche e in particolare provenienti dai Pensatori di Elea nel quadro dei Presocratici, riluttano il concetto di Nulla poiché attribuito al paradosso dell’Essere ovvero ouk-einai, non-essere, negazione totale neanche nominabile poiché impossibile a concepirsi.

Parmenide riuscì a far scomparire i fenomeni ossia gli eventi e gli oggetti esistenti, uomo compreso, perché non appartenenti alla Pienezza totale, sferica dell’Essere e dunque avulsa dal mondo transeunte, dal mondo del divenire.

L’intera filosofia si è basata sul concetto di ‘salvare i fenomeni’ poiché l’intuizione del filosofo della Magna Grecia fu grandiosa ma al contempo talmente astratta da sottomettere la realtà.

il nulla nella Kabbalah

Nel Mito originario della Kabbalah, al momento della rivelazione del Sé e della Creazione stessa, l’Uno antichissimo, l’Illimitato, l’Absconditus è Ain Soph ed è caratterizzato da un aspetto di una profondità immensa: è celato in se stesso, nella propria essenza. È impossibile attribuire qualsivoglia aggettivo o nome autentici a detta Essenzialità.

La stessa espressione Ain Soph vuol dire l’Inafferrabile, l’Incomprensibile, Ciò che il pensiero non riesce a capire.
L’Essere nascosto, le profondità dell’Essere sfuggono alle categorie formali di pensiero.

In origine l’Absconditus era inaccessibile, era il Nulla inteso come imponderabilità poiché non vi era alcunché oltre egli stesso e oltretutto anche dopo il suo manifestarsi le emanazioni conseguenti alla creazione giammai potrebbero comprendere la sua struttura.

Il Nulla è quindi l’inaccessibilità al pensiero creato, è una categoria imponderabile per l’Uomo: non è una condizione oggettiva né tantomeno la materia oscura in senso lato mediante la quale Dio creò: egli emanò da se stesso come raccontano i testi kabbalistici poiché il Nulla non è ouk-einai, non-Essere: è ciò che è incomprensibile, inaccessibile e impensabile: è l’Abisso.
Al paradosso il Nulla nella cosmologia kabbalistica – e non solo – è pura Pienezza.

conclusioni

Lungi da me un proselitismo o una testimonianza di fede, aldilà della mia fede. È una riflessione necessaria per far comprendere quanto sia importante spogliarsi della propria struttura di pensiero se si vuole comprendere la cosmologia degli antichi, in questo caso gli Ebrei.

Ma identico comportamento va tenuto nell’esplorazione ad esempio del pitagorismo o più in origine della cosmologia egizia prendendo l’abitudine di leggere, ascoltare non tanto un linguaggio che nasconde quanto un linguaggio che rivela.

Non esistono riscontri o condizioni metaforiche, sorta di ermeneutica della realtà: la Realtà, per la cosmologia antica, era proprio quella mentre il reale, il divenire nascondeva al suo interno i richiami che, qualora ben interpretati, avrebbero portato il neofita, il mago, l’iniziato alla comprensione del Tutto.

È la grande differenza tra ‘penso: dunque Sono’ e ‘Io Sono e quindi penso’.
La prima espressione rappresenta l’uomo moderno, l’homo faber; la seconda ciò che l’Uomo è e il rischio che tutto questo scompaia in nome di una veritas artefatta, dai fardelli troppo pesanti per poter volare aldilà di se stessa.

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